La lezione che il Pd leccese ha già dimenticato

La platea del congresso cittadino del Pd Lecce. Il giorno dopo, alle votazioni, parteciperanno 836 iscritti.

A molti il congresso cittadino del Pd leccese lo scorso anno era sembrato una perfetta metafora dello stato di ininfluenza di un partito tramortito da un risultato elettorale impietoso. E soprattutto da una fuga significativa delle persone meno allineate e più propense a fare politica in maniera disinteressata. Così, il dibattito congressuale fu un appuntamento per pochi intimi. E anche noi scrivemmo di quei 246 voti espressi e del fatto che il vero congresso sarebbe stato, dopo un interregno dedicato al rilancio, quello di quest’anno.

Sbagliammo. Il vero congresso era quello dell’anno scorso. Tra i tre candidati ci fu dibattito e, in fondo,  ognuno di loro esprimeva una posizione politica più o meno chiara per provenienza e prospettiva e più o meno condivisa da rispettive squadre di militanti.

Quest’anno invece a Lecce il dibattito congressuale cittadino, incrociato con quello provinciale, ha entusiasmato decisamente meno. Anche se i voti espressi alla fine si sono più che triplicati: 846. A livello cittadino è stato eletto un candidato unico, eletto con l’85 per cento delle preferenze su una lista in cui si crociava SI o NO. A livello provinciale, in seno allo stesso congresso, sono stati eletti i delegati che dovranno a loro volta eleggere il successore di Salvatore Capone. Questi i risultati.

Considerato che il segretario provvisorio eletto l’anno scorso (Imbriani) non si è ripresentato a causa dei suoi “impegni di lavoro”, si può supporre, se non bastasse l’evidenza empirica, che quello appena trascorso non sia stato l’anno del rilancio, come si sperava. Allora come nascono le 836 tessere del Pd sottoscritte dai leccesi a questo giro? Bisogna chiederselo. Però, intendiamoci, senza il timore di sembrare ingenui né semplicemente indignati. Ma farlo azzardando una analisi.

Per sapere da dove vengono quelle tessere, dunque, non era importante essere ieri sera al Tiziano, luogo d’elezione, in tutti i sensi di questo Pd: leccese al più non posso. Era importante essere al Tiziano il giorno delle primarie del centrosinistra (il 23 gennaio 2012)  per la scelta del candidato sindaco da contrapporre a Paolo Perrone, una delle ultime primarie vere che il centrosinistra leccese ha svolto in quell’hotel.

Lì si sono visti per la prima volta gli indiani in fila (oggi sostituiti con meno sospetti esemplari italiani), lì, per la prima volta, e ancora in maniera timida, un confronto di idee interno (in quel caso al centrosinistra) cominciò a mostrare somiglianze inquietanti con una semplice lotta per il potere. Lì la partecipazione reale dei propri militanti, iscritti ed elettori a quel confronto di idee ha smesso di essere la cosa più importante. Ed è diventato più importante il finale dello scontro.

Il risultato elettorale che seguì a quelle primarie, causato, tra l’altro, da un evidente scoramento delle “truppe” e dal fatto che la candidata fece sostanzialmente campagna elettorale da sola, avrebbe dovuto far riflettere sul rispetto che è necessario avere verso i propri avversari nei confronti interni. E sull’importanza vitale di coinvolgerli e tenerli con sé anche dopo la proclamazione del vincitore. Invece a Lecce si è scelta ancora una volta la strada della vittoria a tutti i costi e quella dell’indifferenza (o dello sberleffo) nei confronti dei sospetti che certe pratiche possono (devono?) infondere tra i militanti (veri). E nei confronti della stessa opinione pubblica.

A questo punto, con un partito che è passato dall’essere rinchiuso nella federazione all’essere rinchiuso tra le proprie clientele, è facile supporre altri disastri. Sul livello provinciale, questa la novità, la storia non cambia rispetto al livello cittadino. Anzi, da questo congresso il Pd provinciale esce molto più “leccese” di quanto non fosse mai stato. Anche a livello provinciale si è passati dall’understatement politico alla “rapina” nei confronti della buona fede della propria comunità.

A questo punto chi può rifletta, soprattutto chi dovrà trovarsi al vertice di un partito di questo genere e sotto il ricatto costante di pochi notabili che ne hanno costruito a tavolino l’elezione. Rifletta soprattutto perché di fronte a questo schifo non ci sarà Renzi che tenga. E il salto sul carro del fiorentino – che sarà l’atto finale degli smistatori di tessere, ai quali conviene ancora, per il momento, stare con Cuperlo – non sarà in nessun caso una catarsi sufficiente.

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One thought on “La lezione che il Pd leccese ha già dimenticato

  1. Miracolo! La moltiplicazione dei pani, dei pesci e delle tessere! E' assurdo confondere le primarie di coalizione per decidere i candidati con quelle di partito, intanto. Non credo che accada da nessuna parte del mondo conosciuto. La crisi del PD qui in provincia si riverbera nello sfaldarsi del "corpaccione dalemiano". L'inettitudine del PD in città è cosa di anni, comunque, e non vedo innocenti in giro. Ora vedremo la nuova leaderschip, che si avanza in questo clima di miracolati. C'è da stare molto preoccupati. La crisi della forma-partito è terminale. Speriamo che me la cavo, diceva quello, e speriamo che la dialettica del reale tenga viva almeno la sinistra della società civile.

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