Niente niente è un porta a porta

Da piccola sognavo di fare la giornalista e mi incantavo a guardare la vecchia “Lettera 22” che avevamo in casa. Cambiare la realtà, raccontandola: era tutto quello che volevo. Poi, ho capito che oggi questo lavoro è tutt’altro ma anche che la mia voglia di incontrare sguardi, conoscere storie e scriverle era lì, intatta. E lo è ancora oggi. Ho giusto bisogno di risolvere il problema della sopravvivenza. Anche perché, crescendo, ho capito di trovarmi in un’epoca e in una città in cui per fare la giornalista a meno di 30 anni non devi per forza essere ricca di famiglia. Ma diciamo che aiuta.

Così, a 27 anni, in un pomeriggio di settembre, mi ritrovo nella anonima sala d’attesa di una nota società leccese, ad aspettare il mio turno per l’ennesimo colloquio di lavoro. Lascio il curriculum alla segretaria all’ingresso e mi siedo. Accanto a me tre ragazzi della mia stessa età; di fronte, due uomini. Parliamo. Uno di loro, padre di famiglia, è senza lavoro da qualche mese e ha deciso di rispondere all’annuncio per la ricerca di un “trasportatore” pubblicato dalla stessa società. La segretaria all’entrata continua a smistare chiamate e fissare appuntamenti per i colloqui. La frase è sempre la stessa: “Sì, signora le selezioni per segretaria full time sono aperte. Le fisso un appuntamento per domani alle 17.15”. Intanto, la radio passa “Il paese è reale” degli Afterhours: che quella canzone non si trovasse lì per caso, lo avrei capito solo dopo. A proposito, l’annuncio al quale avevo risposto è questo:

In quei minuti d’attesa i pensieri sono tanti. Gli anni di studio e le specializzazioni, la scelta di metterli da parte, solo per un po’, il tempo necessario per guadagnare qualcosa e, nel frattempo, trovare il mio lavoro VERO. Una storia, la mia, uguale a quella di molti ragazzi seduti in quella sala.

È il mio turno. Durante il colloquio, un tizio incravattato guarda in maniera frettolosa sul mio curriculum tutti quegli anni di studio. Scorre il foglio su e giù con lo sguardo, la penna circumnaviga la mia laurea, scivola tra il marketing e la grafica pubblicitaria, i certificati di lingua inglese e di informatica, il master e gli stage tra Roma e Lecce. Sì, sono una fottuta laureata, masterizzata, ex multi stagista pronta (da un pezzo) a esordire nel gioioso “mondo del lavoro”. Mi serve solo una boccata d’ossigeno, qualche mese da segretaria per riordinare le idee e pagarmi un affitto, mi dico.

Lui si ferma, sorride, alza la testa e con solennità piccolo-imprenditoriale mi chiede se ho bisogno di un “lavoro serio”. Mi parla della sua azienda come del paese dei balocchi. Va per le lunghe. Ma del mio posto in “SEGRETERIA FULL TIME” non parla. Glielo chiedo: “Ma cercavate una segretaria?”

“Se devo essere secco, per ora siamo apposto, venerdì mattina ancora cercavamo questa figura professionale”

“Ma non voglio mandare a casa un profilo come il tuo”

“Puoi iniziare a fare qualche cosa – non dice cosa – sperando che la segretaria assunta venerdì venga licenziata nel frattempo”

Chiaro che mi fa schifo la proposta di sperare nel licenziamento di qualcuno per essere assunta. Ma il tizio mi ha comunque proposto un lavoro da fare “nel frattempo”. Così mi fissa un appuntamento per il mercoledì successivo, per “fare formazione”. Insomma, sono stata ingaggiata per la giornata di prova. Ma il bello è che non so ancora in cosa consiste il mio eventuale lavoro. Anzi, lo so in questi termini: dovrò occuparmi di “gestione del pubblico, informazione e un pochetto di amministrazione”. “Proveremo cosa sai fare mercoledì”, mi dice, come per invitarmi a una puntata di The Apprentice.

Comunque esco per strada e sono apatica. Né triste né contenta. E questa sensazione cresce ancor di più quando mi torna in mente, improvvisamente, la domanda colorita di un ragazzo alla segretaria all’ingresso: “Ma non è che niente niente si tratta di nuovo di un porta a porta, no?”. Il solo pensiero di suonare citofoni per vendere qualsiasi cosa alle casalinghe salentine mi deprime oltremodo. Ma arrivata a questo punto sono il ballo e decido di ballare e andare a vedere con i miei occhi. Quindi mercoledì alla giornata di formazione mi presento.

Sveglia alle 7, appuntamento alle 8 e 30. Mi ritrovo con un pugno di “colleghi” in sede. Firmiamo un modulo e ci assegnano in gruppo a un tutor, con il quale saliamo in macchina. Tra noi ci sono aspiranti magazzinieri, trasportatori, segretarie e amministratrici. Nel senso che ci sono persone che hanno risposto ad annunci per ognuna di queste mansioni e che invece si ritrovano uniti dal destino e dai rispettivi tutor in una automobile destinati verso l’ignoto. O meglio, verso Sogliano Cavour.

Mi dicono: “Oggi vedrai com’è articolata la nostra giornata lavorativa. Ci dedicheremo al commercio”. Il sedicente tutor mi spiega che per arrivare a occuparmi di back office e front office devo prima attraversare questo fondamentale step formativo. Io penso: “Ok, vado a bruciare la mia laurea”. “È una piramide – insiste – una piramide formativa. Se non conosci le regole fondamentali del commercio, non puoi occuparti di back office e front office”. È qui che capisco di esserci cascata. E capisco pure le perplessità dei miei compagni magazzinieri, trasportatori, segretari. E niente niente capisco pure il ragazzo che interrogava la segretaria (beata lei) il giorno del colloquio. Aveva ragione.

Chiedo al formatore che c’entra imparare il “porta a porta” con il mestiere per il quale abbiamo presentato la nostra candidatura. Guai a chiamarlo in quel modo, ci tiene a sottolineare. Un po’ come a Tabù, l’espressione è bandita: “Se avessimo scritto porta a porta sull’annuncio, nessuno si sarebbe presentato, mica siamo stupidi!”. Stupita, ascolto attentamente il suo discorso. “Perché statisticamente è provato che sia una brutta parola, troppo pesante”. Questo simpatico cialtrone rischia anche di sembrare convinto di quello che dice. Durante la giornata prendo confidenza con lui e continuo ad osservarlo ripetere gesti ed espressioni di rito, pensando all’esercito di aspiranti magazzinieri, segretarie, trasportatori (vedi alla voce “piramide formativa”) che avrà deformato.

Intanto vado su e giù per le belle stradine di Sogliano. Passo per Via Garibaldi, Via Sirio, Via Tamborino, Via Vittorio Veneto, Via Santo Rocco, Via Sardegna, Via Piemonte, Via Lombardia, Via Puglia, Via Oberdan. Sotto il sole caldo di settembre, i pensieri si affollano. Ripenso ai colleghi incontrati due giorni prima in quella sala d’attesa, mi chiedo quali possano essere ora i loro pensieri, mi chiedo quanto forte sia la loro rabbia e se anche loro, come me, stanno pensando che siamo di fronte a un’unica possibilità: fuggire all’estero, sperando di trovare, lontani dall’Italia, la giusta gratificazione degli anni di sacrifici nostri e delle nostre famiglie, o semplicemente di leggere annunci trasparenti e veritieri.

Alle 18.30, finalmente, torniamo a Lecce. Per la cronaca, la nostra formazione consisteva nel convincere casalinghe o chiunque capitasse in casa ad aggiornare i servizi relativi all’energia elettrica. Arrivati in sede incontro l’uomo del colloquio. Il Briatore de’ noantri. Sono incazzata come una bestia ma scelgo lo stesso di spiegargli in maniera civile che pubblicare annunci falsi per attirare “carne da porta a porta” non è proprio carino da parte della sua società. Mi ripete la panzana delle statistiche che provano la sgradevolezza della parola “porta a porta” negli annunci. Poi riprende in mano il mio curriculum. Lo scorre meglio e, forse, ricollega le mie collaborazioni giornalistiche alle mie troppe domande. Non so cosa sia successo in quel momento ma nei suoi occhi ho visto scorrere il panico e qualche puntata delle Iene. Tipo quelle in cui sputtanano gli imbroglioni. Gli faccio notare che siamo di fronte a un annuncio truffaldino e poco trasparente, lui inizia a citarmi articoli del codice penale. Poi si agita, smette di parlarmi e mi fa gentilmente mettere alla porta dal mio formatore, che assisteva alla scena impalato lì vicino. La prima cosa che ho fatto, tornando a casa, è stata scrivere questo post.

N.B. Ve lo ripeto: tutti i fatti raccontati sono realmente accaduti.

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3 thoughts on “Niente niente è un porta a porta

  1. E' successa la medesima cosa a mio fratello, a Taranto. Che si tratti della stessa società? Comunque, è prassi diffusa, dunque giusto denunciare questo malcostume!

  2. Si, è accaduto e continua purtroppo ad accadere. Sono il redattore che scrisse nel "lontano" novembre 2012 un articolo più o meno simile. E' anche vero che la giornata di formazione non sono riuscito a farla perchè sono stato "sgamato" prima. Quell'articolo ha fatto da allora 65 commenti di altrettante persone prese in giro da un falso annuncio pubblicato dal portale subito.it. L'articolo in questione, su melendugno.net, continua ad essere visualizzato perchè c'è tanta gente, alla ricerca di uno straccio di lavoro sottopagato. Tante persone che prima di recarsi al colloquio hanno l'idea di informarsi su quelle fantomatiche società che promettono un lavoro fulltime ma che invece si scopre sia un porta a porta. Per carità sempre lavoro è, ma tutti quanti preferiamo essere informati prima su che tipo di lavoro dobbiamo andare a svolgere. Non sarebbe male se si potesse fermare questo scempio e dire a questi "signori" di smetterla di prenderci in giro. Ricordo ancora quei ragazzi e ragazze fermi sulle scale, seduti in quella sala d'aspetto con l'ansia negli occhi, con la speranza di trovare un lavoro, e con la paura che fosse un porta a porta.

    Francesco Cappello

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