Cuperlo alla festa dell’orgoglio diessino

In una delle più remote province del Pd italiano, dove il partito è commissariato, spaccato, ridotto a una litigiosa conventicola, Gianni Cuperlo è venuto a portare l’unità. Alle Officine Cantelmo di Lecce i 300 posti della saletta erano tutti occupati. Segretari di circolo, tesserati, funzionari provinciali e periferici, politici, ex politici, militanti di stretta fede diessina. Qualche renziano. A suo modo un successo, o meglio, un successo “interno”, visto l’altissimo numero di facce conosciute, abituate a litigare per tutto l’anno in una sorta di caos eterno e auto conservativo, che si sono ritrovate sotto lo stesso tetto.

Dal punto di vista dell’adunata, dunque, tutto bene. I segretari di circolo, i tesserati, i sensibili al richiamo identitario diessino ci sono tutti. Pronti ad ascoltare una convincente lettura dei fatti da uno che si autodefinisce “funzionario di partito” davanti a una platea di funzionari di partito, aspiranti tali, nostalgici, o, bene che vada, simpatizzanti di Fabrizio Barca. Le risposte di Cuperlo alle domande del giornalista Raffaele Gorgoni sono né più né meno ciò che la platea vuole sentirsi dire. Il partito, l’identità, l’autoassoluzione. È la destra liberista che sta perdendo la sfida con la storia. Ergo: noi siamo i buoni, la “sinistra” (ma non chiedeteci perché da tre anni sosteniamo governi ultraliberisti o ci alleiamo con strane degenerazioni italiote di quella stessa destra liberista). Applauso.

Ovviamente nessuno si aspetta da Gianni Cuperlo l’autocritica. Si tratta di un concetto sconosciuto agli ex Pci-Pds-Ds. Non mancano, ovviamente, le frecciate a Renzi, comunque pacate e rassicuranti: “La politica non si fa alzando il volume del mixer”. Oppure “bisogna recuperare uno stile dimesso”. Popolarità e volontà di comunicazione sono malefici. Bene invece è tornare a vestire l’understatement del funzionario, la discrezione della seconda fila. E consegnare  aneddoti alla storia: come quello del cittadino all’autogrill che incontra Cuperlo diretto a Lecce. Dopo qualche minuto di entusiasmo gli strige la mano salutandolo con calore: “In bocca al lupo dottor Civati”. E in sala sono risate.

Cuperlo ride. Sa che questa platea salentina (come tante in tante province d’Italia) ha bisogno di essere rassicurata così. Sa che in lui vede una incarnazione del meglio dell’unico tipo politico possibile in questo genere di Pd periferico e nostalgico, un tipo che adora le analisi, sentirsi parte dei processi storici. Ma non contempla tra i suoi doveri quello di coinvolgere, di portare dalla propria parte la gente là fuori, che resta relegata al ruolo di oggetto dell’analisi: giovani, lavoratori, disoccupati. Poco vivace, fedele alla linea (anche quando non c’è) e diffidente. E soprattutto indifferente di fronte alla prospettiva di tornare minoranza sul piano nazionale, in qualche anfratto della mente perfino grata a Renzi per avergli restituito questa possibilità. Per averli sgravati dal compito di dover dimostrare qualcosa e avergli restituito il privilegio e l’immobilità della semplice rappresentanza correntizia. Noi siamo la sinistra del Pd vs il populismo, l’uomo solo al comando.

L’acclamazione di Cuperlo a Lecce è stata questo. Ed è chiaro a tutti che in questa provincia-enclave per renziani o civatiani sarà una impresa pesare sulle sorti del congresso provinciale. E non si parli di congresso aperto. A questa nuova e compatta maggioranza del Pd salentino conviene resti un affare di famiglia.

foto paride de carlo

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