Cécile Keynge sui campi dello sfruttamento

Il cielo terso si scontra con la terra rossa e arida che circonda Masseria Boncuri, alle porte di Nardò. Ora gli unici a popolare i campi ai lati dell’antico edificio sono gli ulivi. Nell’estate del 2011, invece, erano più di 500 braccianti africani; e se gli ulivi sono alberi incredibilmente resistenti e si adattano alle condizioni più estreme, quei lavoratori no. Quell’anno scelsero di non adeguarsi alle paghe da fame e alle squallide condizioni di vita imposte dai caporali e dagli imprenditori agricoli per i quali la loro debolezza e la loro ricattabilità sono fonte di risparmio sul costo del lavoro. E non si adeguarono neanche a quella condizione di “invisibili” che ne favoriva lo sfruttamento nei campi di angurie e pomodori intorno a Nardò. Guidati da Yvan Sagnet (in quel periodo studente di Ingegneria a Torino sceso in Salento per lavorare alla raccolta e mettere da parte il denaro per l’Università) scioperarono, ottennero tavoli istituzionali e alla fine di una dura lotta contribuirono all’istituzione del reato di caporalato. Fu un’estate dura, molti soffrirono la fame, Yvan e i suoi più stretti sodali le violenze dei caporali. Ma il problema divenne evidente, i braccianti di Nardò riuscirono a farsi prendere in considerazione dall’opinione pubblica nazionale.

Due anni dopo, il 21 luglio del 2013 Masseria  Boncuri è chiusa. Le istituzioni locali hanno deciso dall’estate successiva allo sciopero di non riaprirla e gli immigrati hanno smarrito in questo modo un punto di riferimento. Nel silenzio sono tornati a dormire nei campi, nei casolari isolati in questa enorme campagna che da Nardò arriva a Copertino, fino alla costa, risalendo verso nordovest la penisola salentina.

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Il 21 luglio c’è folla, di fronte a Boncuri. Si tratta di persone che aspettano il Ministro per l’Integrazione, Cécile Kyenge, in visita al luogo simbolo della lotta per i diritti umani. Il primo ministro nero della storia della Repubblica Italiana, di per sé un simbolo di emancipazione dalla condizione di sottomissione economica e sociale che gli immigrati vivono in Italia. Boncuri è impietosa con i presenti che si contendono qualche brandello d’ombra. Tra i tanti accorsi però sono gli assenti a destare maggiore attenzione. Gli immigrati sono solo tre o quattro. La maggior parte di loro, che dall’anno della protesta ha compreso l’importanza del far conoscere la propria condizione e ha vissuto per questo la chiusura di Boncuri come un tentativo da parte delle istituzioni locali di spingerli ancora una volta nell’invisibilità, ha fatto sapere che se il ministro vuole incontrarli deve andare a trovarli davvero. Vedere in prima persona il loro inferno.

Per questo, dopo aver ascoltato il benvenuto del sindaco di Nardò e le parole del segretario generale della Cgil Lecce, e aver ricevuto da quest’ultimo un dossier riguardante i fatti degli ultimi anni riguardo al caporalato, alla mancata accoglienza e alle condizioni di lavoro dei braccainti, è stata la ministra stessa a decidere, scartando dal protocollo,  di  fare un sopralluogo nella più grande delle tante baraccopoli sorte nelle campagne di Nardò, quello che gli immigrati chiamano “campo degli ulivi”. Si tratta di un grosso terreno che sorge accanto alla “ex falegnameria”, un edificio cadente che gli sfruttatori avevano cominciato a utilizzare già dall’anno scorsocome una sorta di riparo per i braccianti ma anche come ricovero per le prostitute che lì venivano sfruttate. Appena due giorni prima della visita del ministro Keynge le autorità locali avevano deciso di sgomberare la falegnameria e murarne gli accessi. La ministra ha voluto lo stesso vedere con i suoi occhi.

Del resto, come lei stessa dichiarerà più tardi al Chiostro dei Carmelitani di Nardò, al convegno organizzato per la sua visita, “bisogna sconfiggere il degrado e l’invisibilità in cui vivono i braccianti immigrati  per poter sperare di battere anche la criminalità che ne sfrutta il lavoro”. Prima di lei era intervenuto Gianni Forte, segretario generale della Cgil pugliese, e l’assessore Elena Gentile, Assessore al welfare della Regione Puglia che aveva invitato il sindaco a presentare un progetto di accoglienza affermando al disponibilità della Regione Puglia a finanziarlo, e la parlamentare Teresa Bellanova (Pd) che ha parlato del pericolo di regressione culturale che il Salento subisce ogni anno con la mancata accoglienza dei braccianti di Nardò. Il sindaco di Nardò è sembrato accogliere l’invito.

Senza dubbio la visita della Keynge ha segnato una giornata di grande portata storica, tuttavia se rimarrà tale, ovvero una e isolata, e non verrà seguita da altri giorni a Nardò le istutuzioni del Salento continueranno a dare una  cattiva prova della propria capacità di gestire un fenomeno ormai presente da decenni come quello della migrazione stagionale dei braccianti agricoli. La visita della Keynge, e la sua prontezza nello sfuggire dalla cerimonia ufficiale per cercare di incontrare direttamente i braccianti, è stata l’occasione per illuminare ancora una volta la condizione vergognosa nella quale, nonostante lo sciopero degli anni passati e il continuo allarme della Cgil locale, i braccianti si trovano. Dispersi nei campi, alla mercè dei caporali.

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Lo dice anche Yvan Sagnet, che dopo essere stato il leader della rivolta alla Masseria Boncuri nel 2011, ha scritto il libro “Ama il tuo sogno” e ha fatto della lotta al caporalato la sua ragione di vita, diventando coordinatore regionale del dipartimento Immigrazione della Flai-Cgil Puglia: “Due anni dopo lo sciopero di Nardò avete visto qual è stato il risultato: la Masseria è chiusa, i lavoratori dormono per terra, si sono accampati in un campo di fortuna dove praticamente non hanno accesso a nessun servizio, i caporali continuano a esercitare la loro funzione, vendono i materassi ai lavoratori, affittano i posti a 30 euro, li ricattano sul trasporto. Sono loro che ingaggiano e poi i datori di lavoro assumono a nero”. Per Sagnet, che ha convinto la ministra a visitare il “campo degli ulivi”, “La visita della Kyenge è importante perché dà speranza ai lavoratori. Con lei cercheremo di avviare un processo di normalizzazione; è una sfida, ora dobbiamo lavorare tutti insieme e provare davvero a ridare a questa zona la luce, perché il Salento è una terra così luminosa, è meta turistica da tanti anni, ma agli immigrati offre il suo volto peggiore”.

(report a cura di Francesca Romano)

(Foto di Cgil Lecce)

 

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