Cinemarket lecce

Cinema Santalucia

Sono passati quattro mesi da quando il cinema Santalucia ha chiuso. Quattro mesi dopo i quali è rientrato lo psicodramma vissuto dai cinefili leccesi dopo la chiusura dello storico cinema. Il lutto è ormai metabolizzato e la rassegnazione sembra aver preso il sopravvento. Anche la politica tace. Un silenzio che impressiona non solo per la chiusura di uno dei cinema che ravvivavano la città ma per il fatto che in pochi anni Lecce ha perso più della metà delle sue sale: una serrata iniziata con la conversione dell’Ariston in Bingo, continuata con la chiusura dell’Odeon (l’unico cinema del centro storico, appena dentro Porta Rudiae) e proseguita con la chiusura del Santalucia. Il risultato è che attualmente ai circa 90mila abitanti di Lecce, città candidata a capitale della cultura, sono rimasti solo due cinema. Uno “di nicchia” e l’altro più “mainstram”: il Db D’Essai nel quartiere dei salesiani e il Multisala Massimo, ospitato nell’imponente edificio di architettura fascista all’angolo tra viale Marconi e viale Lo Re.

Ariston

La crisi delle sale cinematografiche leccesi è rispecchiata dai numeri forniti da Cinetel, una sorta di misuratore dell’audience delle sale: nel periodo che va dal 1 gennaio al 31 dicembre del 2012, l’incasso complessivo dei cinema leccesi (Db, Massimo e Santalucia, nei mesi precedenti alla chiusura) è stato di 1.094.313 euro, il 19% in meno rispetto all’anno precedente. Dati poco confortanti se comparati con quello che accade poco distante, a Surbo, in piena zona industriale: nello stesso periodo il solo “The Space”, multisala iperattrezzato con accanto un ipermercato e di fronte un nuovo Mcdrive totalizzava 2.915.776 euro di fatturato. Il risultato economico delle 9 sale di The Space è dunque superiore per quasi due milioni a quello delle 12 sale ripartite dei tre cinema cittadini. Ciò rende Surbo la 40esima città nella classifica nazionale sull’affluenza cinematografica. Lecce si piazza esattamente al centesimo posto. Sono risultati utili per riflettere.

Francesco Santalucia (che nonostante il cognome non ha nessun legame con il cinema leccese) è il presidente regionale dell’ Associazione nazionale esercenti cinematografici (Anec). E i dati li commenta così:

“In Italia negli ultimi 20 anni il numero di biglietti strappati è stabilmente di circa 100milioni all’anno. Ciò significa che non è in crisi il sistema, ma una specifica tipologia di cinema come appunto il monosala o il bisala. Questo è dovuto al cambio di preferenza del pubblico, che ormai preferisce una scelta più vasta e più tecnologica. Monosale, com’era ad esempio l’Odeon, non hanno più nessuna possibilità di rimanere sul mercato. Per ‘salvare’ i piccoli cinema cittadini o di quartiere quindi bisogna smettere di considerarli semplici attività commerciali ed entrare in una discussione più generale sui luoghi della cultura e dell’aggregazione sociale, utili alle città e che quindi le istituzioni dovrebbero porsi il problema di salvaguardare. Diversamente le monosale e le bisale saranno destinate a sparire”.

Lo strapotere è ormai saldamente esercitato dai grandi e attrezzati multisala. Generalmente posti in zone industriali o commerciali, in mano a società che si occupano contemporaneamente della distribuzione dei film e capaci di diversificare ampiamente l’offerta cinematografica e integrarla con ristorazione, intrattenimento e ampi parcheggi. Un cinema moderno, perfettamente a suo agio in quel modello di fare acquisti fuori delle mura cittadine che ormai anche a Lecce coinvolge l’alimentazione, l’abbigliamento, gli acquisti di materiali per il bricolage, le spese per i prodotti casalinghi e, presto, anche l’arredamento. Spoglie periferie che vengono ricostruite per diventare centri e ottimizzare le scelte e i tempi d’acquisto dell’homo economicus. Ma che sempre più hanno l’effetto, collaterale, di svuotare le città di attività economiche artigianali e di negozi, con tutto ciò che questo significa in termini di socialità. Il cinema non fa eccezione e se si pensa al fondamentale ruolo sociale svolto dal grande schermo nelle città per tutto il novecento, fin da prima dell’arrivo della televisione, si comprende come lo strapotere delle multisala nate nelle periferie industriali possa essere letto come un ulteriore passo nel percorso di declino del grande schermo come luogo di relazione e di socialità.

The Space

A Lecce, dati alla mano, The Space ha assorbito la maggior parte del bisogno di cinema. E si può ipotizzare che questo successo sia una delle cause della chiusura delle piccole sale cittadine. Non solo: “Chi esce da un cinema situato nelle mura di una città – continua Santalucia – può fare compere in un negozio o semplicemente prendere un gelato. La presenza di una sala in città rappresenta un indotto economico per piccole e medie imprese e quindi per l’intera collettività”.

Ma c’è un altro aspetto da non sottovalutare. La fascia di pubblico in grado di recarsi in un cinema in zona industriale è costituita necessariamente da persone che hanno a disposizione un mezzo di trasporto. Ciò esclude potenzialmente quella fascia di cittadini composta da anziani, che spesso non hanno a disposizione una macchina, e che rappresenta la categoria più danneggiata dalla chiusura dei cinema cittadini. A Lecce per questa categoria oggi è più difficile passare un pomeriggio in compagnia davanti al grande schermo. E si tratta proprio di quella fascia di persone che, per età, ha vissuto il cinema all’apice della sua importanza sociale.

Cosa può fare la politica? Nei giorni della chiusura del Santalucia il sindaco di Lecce, Paolo Perrone, disse: “Se dal punto di vista commerciale non è più interessante per un imprenditore mantenere una sala di cinema, le pubbliche amministrazioni non possono sostituirsi a questi impresari. Ma posso garantire il massimo appoggio da parte del Comune se ci fosse un gruppo di imprenditori disposto ad acquistare la struttura”. E’ la dura legge del mercato.

Ma anche le amministrazioni pubbliche possono influenzare il mercato a favore della sopravvivenza delle piccole sale. Basta accettare di riconoscergli una importanza che va al di là del tornaconto dell’imprenditore che le gestisce. A febbraio, proprio nei giorni in cui il Santalucia di Lecce chiudeva, venne lanciata una raccolta firme e un appello congiunto di Agis, Anec e Fice per sensibilizzare i Comuni verso una diminuzione delle aliquote fiscali di Imu, Tares e Tosap sui cinema. “La crisi per le piccole sale cittadine è accentuata dall’enorme pressione fiscale, rappresentata da Imu e Tares. Ovviamente se pago 20mila euro l’anno di Imu e 12mila euro di Tares come posso restare sul mercato?”. Ma per aiutare i piccoli cinema non c’è solo la leva fiscale.

È possibile anche programmare vere e proprie politiche culturali per mantenere vivi i piccoli cinema. Ancora il presiente dell’Anec: “A Bologna chi va nei cinema del centro non paga il posteggio della macchina. Altre politiche in questo senso possono andare nella partecipazione delle amministrazioni all’organizzazione di rassegne di qualità o di proiezioni mattutine rivolte agli studenti. Da un lato permetti alla sala di lavorare dall’altro promuovi nei ragazzi un’educazione all’immagine”.

Db D’Essai

Ma come se la passano i due rimanenti cinema leccesi? Daniela Serafini, responsabile del Db D’Essai, stringendo i denti, riesce ancora a mandare avanti un monosala a Lecce: “Il Db D’Essai è nato 18 anni fa grazie ad una comitiva di giovani appassionati di cinema che hanno deciso di creare una cooperativa. Noi sul mercato siamo sempre stati gli ultimi, nel senso che abbiamo sempre avuto grandi difficoltà di accesso al prodotto film. Per molti anni abbiamo lavorato in seconda visione e proiettando film che gli altri cinema scartavano. Anche in questo modo ci siamo specializzati nel cinema d’autore, col tempo ci siamo creati una nostra nicchia di pubblico. Difatti la nostra è stata l’unica sala che non ha sofferto durante lo scoppio della crisi cinematografica, mantenendo i suoi standard di affluenza. Ci spinge ad andare avanti la passione, praticamente ci autofinanziamo. Molti di noi svolgono delle professioni parallele all’attività del cinema, questo ci ha permesso di poter investire parte dei nostri redditi nel progetto. Da qualche tempo i nostri sforzi sono stati premiati dato che siamo entrati nei circuiti d’autore, un progetto finanziato dall’Apulia Film Commission e mirato verso i cinema d’essai. Non nego che questo finanziamento ci sta aiutando tantissimo ad andare avanti”. Chiedendogli quali sono le difficoltà più grandi che incontra nel mandare avanti l’attività le parole della Serafini rispecchiano perfettamente il quadro tracciato da Santalucia: “il grande problema è la pressione fiscale. Noi paghiamo 10mila euro di Tares e 20mila euro di Imu. Le istituzioni locali dovrebbero allentare la morsa delle tasse e tutelarci in quanto luoghi di cultura. In altre città come Asti o Firenze i cinema d’essai sono molti tutelati. Oggi degli interventi per alleviare la pressione fiscale possono fare la differenza tra chiudere o rimanere aperti. Di questo passo neanche noi sapremo quanto riusciremo ad andare avanti”.

Multisala Massimo

Problemi diametralmente differenti sono quelli incontrati dal Multisala Massimo. “Quest’anno i nostri numeri sono positivi. Le nostre difficoltà dipendono dai prodotti che offre l’industria cinema, se ci sono annate in cui scarseggiano i film con titoli importanti la gente va meno al cinema. Quest’anno ci sono stati film superiori rispetto all’anno scorso, mi riferisco a prodotti come Il Grande Gatsby o La grande bellezza, per questo i nostri affari sono stati migliori” afferma Lagrua, amministratore del multisala. In sostanza il Massimo non sta soffrendo la crisi e riesce a sopperire alla pressione fiscale grazie all’alta affluenza di pubblico. Quest’ultimo varia a seconda della grandezza del prodotto cinematografico. Più colossal più pubblico.

Ma non di solo colossal vive il cinema. E il fatto che a Lecce l’offerta delle sale si sia appiattita per adattarsi alle esigenze del mercato, ha fatto in modo che la fruizione di alcuni film sia praticamente impossibile. I film vincitori negli ultimi anni di festival cinematografici di grande qualità, come il festival di Berlino o il Sundance Festival, a Lecce, praticamente non sono arrivati. Il rischio è che la città diventi una sorta di terzo mondo cinematografico, un piccolo centro alla periferia d’Italia dove passano solo grandi produzioni.

Odeon

Il problema resta aperto e tutelare la presenza e la funzione sociale e culturale del cinema è una delle grandi sfide di chi amministra la città. A patto di riconoscerle, queste funzioni. Lecce, paradossalmente, è una città in cui si parla molto di cinema come veicolo di sviluppo turistico. Perché la città è stata set di molte produzioni cinematografiche di successo. Quando si parla di cinema, nel dibattito pubblico leccese, lo si fa per facilitare in tutti i modi la vita delle produzioni che la scelgono come set di grandi film. Registi importanti come Frerzan Ozpetek l’hanno eletta a patria cinematografica. Ma chissà se Ozpetek sa che mentre il cinema trionfa nelle vie del Barocco, in quella stessa città è un decennio che le sale muoiono nell’indifferenza. E che un giorno perfino i suoi film d’autore potrebbero non trovare spazio nell’offerta cinematografica della sua bella Lecce.

foto paride de carlo

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2 thoughts on “Cinemarket lecce

  1. perchè non parlate de cinema che "vive" nell'ammirato culture house? forse la crisi del cinema è la crisi della "merce"?

  2. Io credo che la questione sia tutta legata all'invasione nelle arti in Italia di questioni edonisti con finalità mercantili. Tutta la cultura si è televisizzata e anche strumenti come i social network (oramai vetusti se consideriamo che hanno quasi 10 anni di vita) sono nella stessa scia. Questi supermercati del cinema che sono gli unici a resistere sono anche più pericolosi dei piccoli alimentari, perchè mentre il piccolo alimentare non è detto che riservi prodotti migliori dei super o iper mercati (anzi spesso è purtroppo il contrario), invece questo non accade mai nella grande distribuzione di sale, le grandi sale, le uniche a resistere sono in genere contenitori di vera spazzatura, merce che porta merce, prodotti cotruiti a tavolo, ben vengano quindi le proiezioni che in questa città (avviene solo qui?) sempre più questa estate sembrano prendere il sopravvento, dall'arena dell'Ammirato che tanto successo sta avendo fino a quella se pur con meno successo delle Knos…è forse questo il futuro del cinema, guardare un film in compagnia, come diceva Fellini, con l'emozione che sembri esser tutti dentro un grande letto, avvolti da un lenzuolo unico…

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