Quei venti afghani in cerca di dignità

A Lecce è notte fonda ed ha appena finito di piovere. Siamo in un vecchio capannone abbandonato nei pressi di Porta Rudiae. Questa struttura cadente, con le finestre rotte, funge da rifugio per immigrati senzatetto. Tutt’intorno è pieno di spazzatura. La puzza di latrina fa venire il voltastomaco. Accanto al capannone c’è un campo di calcetto in disuso in un angolo del quale, nell’oscurità, si nota del movimento, si sente del vociare. È un gruppo di ventidue afghani, stesi su cartoni fradici, al riparo da un telo. Se ne stanno lì, alcuni a parlottare, altri distesi stretti uno accanto all’altro nella speranza di trovare un po’ di calore in una piovosa e umida notte di giugno. Alcuni provano ad accendere un piccolo falò. Sono molto giovani, dai 18 ai 30 anni, e se non fosse per la lentezza della burocrazia italiana sarebbero già tutti rifugiati politici. Molti sono in precarie condizioni fisiche, nessuno conosce una parola di italiano. In pochi riescono a comunicare in inglese: Barjal, un ragazzo di appena 19 anni, ha escoriazioni su tutto il volto e sulle braccia, “sono in queste condizioni da quando dormo in questo campo”, un altro ha una mano fasciata e quasi tutti hanno problemi intestinali. A due passi dai fasti del barocco, poco lontano dai luoghi delle riprese del film/vetrina di Ozpetek, ecco un set di vita reale.

I ragazzi parlano tutti insieme, concitati, come se volessero vomitare d’un colpo tutta la stanchezza e la frustrazione. Dopo un viaggio estenuante credevano di trovare un’altra vita, migliore. Ma ancora non ce ne è traccia. Hasan, poco più che ventenne ma con un volto da uomo, ha cominciato il suo viaggio da Jalalabad, nell’Afghanistan orientale. Ha attraversato il Pakistan, l’Iran, la Turchia e infine la Grecia. Dice: “L’Afghanistan non è un bel posto”.

Per spostarsi Hasan ha usato tutti i mezzi possibili: auto, nave, treno, camion ma soprattutto le proprie gambe. Ha camminato a lungo, anche per giorni interi, per raggiungere una qualche “terra promessa”. Arrivato in Grecia pensava di stabilizzarsi ma ben presto ha dovuto fare i conti con la crisi e le contraddizioni che vive il paese ellenico, da cui ha presto capito di voler scappare, soprattutto per paura della polizia. “ Gli asiatici sono visti male, ti picchiano duro. Ci sono stati molti casi di sparizioni e arresti”, racconta Hasan nel suo inglese incerto, mentre un suo compagno lo interrompe gridando“They are terrorists!” riferendosi alle forze dell’ordine greche. Sono riusciti a scappare dalla Grecia al Salento, ma la situazione non sembra essere migliorata di molto.

“Siamo venuti in Italia perché pensavamo che potesse essere un Paese più aperto verso gli immigrati. Adesso siamo a Lecce e dormiamo in mezzo la strada da un mese e tre giorni” afferma con precisione Hasan. Nei giorni passati questi ragazzi sono usciti sono riusciti a farsi notare grazie un improvvisato sit-in di protesta nei pressi degli uffici della questura in via Quarta. Hanno bloccato per pochi minuti il traffico e costretto la stampa locale a parlare di loro. Ma non è successo molto. Negli uffici della Questura si erano recati per presentare la domanda di asilo politico a cui hanno diritto a causa delle gravi condizioni del loro paese di origine. In attesa dell’esame della loro domanda e della concessione di un permesso di soggiorno apposito, secondo la legge dovrebbero essere ospitati in un Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) per un massimo di 35 giorni.

Attualmente però, stando ai fogli consegnati a ciascuno di loro dalla Questura, non possono essere accolti in nessun Cara a causa dell’indisponibilità di posti. La Questura li ha invitati a presentarsi negli uffici prima il 21 maggio scorso ma quello stesso giorno le autorità li hanno rispediti per strada invitandoli a tornare al 10 giugno. Invischiati nel limbo della burocrazia, questi ragazzi sono abbandonati a loro stessi, costretti a vagabondare in gruppo per la città, senza un posto dove stare. Per ora qualcuno li ha aiutati a rintracciare la Caritas da cui hanno ricevuto i vestiti che indossano e un pasto nelle sempre più affollate mense che l’associazione gestisce in città. Anche un gruppo di ragazzi leccesi li ha aiutati con cibo e vestiti. Ma il vero problema per loro è trovare un posto dove dormire. Tutta la comitiva spesso trascorre la notte in stazione o sui marciapiedi. Più volte sono stati cacciati dai posti dove avevano trovato riparo, a prendere i loro cartoni e ad allontanarsi, continuando un vagabondaggio senza soluzione che ne accresce ogni giorno l’esasperazione. Si tratta di persone protette da quei trattati internazionali che hanno reso legge la solidarietà verso le persone che scappano dalla guerra. A Lecce, per il momento, le istituzioni non sono riuscite a far altro che invitarli a sbrigarsela da soli. E loro dormono ammassati in quel campetto da calcio, in attesa che la burocrazia faccia il suo corso.

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One thought on “Quei venti afghani in cerca di dignità

  1. Questa sera, martedi 4 giugno, alle 21,00 presso la Villa Comunale di Martano incontro pubblico per mettere in campo tutte le possibile iniziative politiche e pratiche per far fronte alla questione dei nostri fratelli afghani. Girate il messaggio a tutti gli interessati!!! # Nessuno sarà lasciato solo #

    Simone Rango

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