Cristina, sopravvisuta ai suoi eredi

Nel giorno del suo funerale, Cristina Conchiglia non avrebbe potuto essere salutata dalla sinistra unita, quella nella quale era cresciuta e di cui era stata dirigente. Quella delle continuità tra sindacato e partito, della bandiera rossa, della falce e martello, della identità tra i dirigenti politici e il “popolo”. La storia, su questo fronte è andata avanti e lei ha vissuto troppo per avere un funerale come fu quello di suo marito, Giuseppe Calasso, nel 1983.

È stata salutata, Cristina Conchiglia, dalla sinistra di questi tempi drammatici. Quella diretta ancora dai ragazzi sui quali lei, insieme agli altri dirigenti del Pci della generazione del dopoguerra, aveva puntato per “rinnovare” il Pci, spostandone il focus, di pari passo col progresso, dalle campagne alle università, alle fabbriche, tra i ceti medi urbani.

Quei ragazzi che, a quanto pare, e a quanto risulta osservando i circoli vuoti, le urne “vacanti” e le loro sbiadite cravatte da eterno funzionario, non è che siano stati all’altezza dei predecessori (nessuno si offenderà). E che di passare il testimone, oggi, non ne vogliono sapere, costi quel che costi, a costo di costruirsi, fin nella più piccola federazione provinciale, ciascuno una correntina personale buona solo per autotutelarsi dallo stesso progresso che dovrebbero incoraggiare.

Ieri al funerale di Cristina Conchiglia il più grande partito tra quelli – troppi – che ha raccolto l’eredità del Pci salentino non era in grado di esprimere neanche un segretario provinciale che facesse un discorso per salutarla. Ci ha pensato Antonio Maniglio a pronunciare un discorso di commiato. Uno dei pochi, tra quelli rimasti in sella, ai quali qualcuno è disposto a riconoscere qualcosa senza la paura di perdere qualcosa. Ma il partito, quello della Conchiglia, non c’era.

Le istituzioni si. E di fronte a questo evidente, visibile, sfacelo della sinistra salentina, faceva qualche impressione, tra i più ingenui, anche ascoltare Antonio Gabellone, presidente della Provincia e segretario provinciale del Pdl, esaltare la Conchiglia come “donna tenace, dai grandi ideali”, e vedere Raffaele Fitto, Roberto Marti, Francesco Bruni, gli eredi, insomma, di quelli contro cui la Conchiglia si era battuta, lì, dall’altra parte, a renderle compostamente omaggio.

A scrostare la patina “istituzionale” della triste camera ardente ci ha pensato, prendendosi da sola la parola, la nipote di Cristina Conchiglia. Che ha ricordato il credo “comunista” (parola alla quale qualche cuore ex giovane e neo democratico ha sussultato) della dirigente sindacale e politica. E il fatto che lei “non aveva mai smesso di credere in quei valori” e che “se ha fatto quello che ha fatto, nella vita – ha continuato la nipote – è stato perché è rimasta sempre fedele alle sue idee e al suo popolo”. In quel momento si è notato anche, in maniera più evidente, che la bandiera che avvolgeva la bara di Cristina Conchiglia era rossa, con impresso il giallo della falce e del martello.

Ah già, era comunista.

Nel cortile di palazzo dei Celestini un gruppo di amministratori e militanti di Rifondazione, insieme a qualcuna delle nipoti della Conchiglia e a semplici cittadini di sinistra ha voluto salutarla con il pugno chiuso e leggere un saluto (nel quale veniva pronunciata tante volte la parola “comunista”) che, pare a causa della “istituzionalità” del momento precedente, non era stato possibile leggere nell’aula consiliare. Qualcuno ha gridato dal piccolo gruppo che teneva il pugno chiuso: “Le tue idee continueranno a vivere dentro di noi”. Se ne è andata così, Cristina Conchiglia. Nonostante la morte, come una che è sopravvissuta.

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