La non-festa dei lavoratori

Oggi è uno strano primo maggio. Sui giornali c’è la solita diatriba sulle aperture dei centri commerciali nel giorno della festa dei lavoratori, con cui si misura la “laicizzazione” di quello che era un giorno di festa. Ma c’è anche, quest’anno come non mai, la consapevolezza che i lavoratori hanno ben poco da festeggiare, soprattutto al Sud. Se la sacralità della festa dei lavoratori in alcuni comparti è saltata da tempo,  non si può negare che anche la domenica, ormai, è sempre meno il giorno del riposo settimanale. E che, di fronte al bisogno di lavorare, tanti altri diritti oltre a quello al riposo e alla festa saltano.

Lo dicono le carte dell’Ufficio Vertenze della Cgil di Lecce, a cui i lavoratori si rivolgono quando non ce la fanno più. E da cui, all’insegna del “c’è crisi, bisogna lavorare,” a volte finiscono anche per ritirarsi. Sulla scrivania di Luca Toma, che dirige l’Ufficio, ci sono pacchi di documenti, cartelline bianche nelle quali ci sono le storie di queste persone.

Come quei ragazzi, tutti meno di 30 anni, che passano le nottate svegli per prestare servizio di vigilanza accanto agli impianti fotovoltaici di una grande azienda a Bari, tutti i giorni, senza pausa o domenica alcuna, per mesi di fila. Dovrebbero avere almeno un giorno di riposo, ma hanno preferito stringere i denti. Finché non è arrivata la crisi dell’azienda, gli stipendi arretrati si sono accumulati e i rappresentanti legali dell’impresa hanno deciso di far perdere le loro tracce.

O come quei lavoratori stagionali del turismo che fanno i conti, ogni anno, con ore di lavoro in più, sotto pagate e con contratti di lavoro non rispettati. Queste persone, centinaia nel Salento, vengono spedite a casa nel mese di ottobre dopo aver lavorato senza un giorno di riposo per una intera stagione. Decisi a reclamare i loro diritti, si rivolgono al sindacato e poi, col passare dei mesi, e l’avvicinarsi di una nuova stagione estiva, decidono di desistere, in cerca di una riconferma nelle stesse aziende.

Gli effetti della crisi economica si rintracciano, insomma, anche nella psicologia del lavoratore “sfruttato” che, senza alternative, è pronto a fare un passo indietro davanti alla rivendicazione dei propri diritti. Si tratta di un fenomeno che alla Cgil di Lecce è molto chiaro. Il segretario generale Salvatore Arnesano, racconta:

“arrivano qui, organizzati in gruppi, come se volessero spaccare il mondo. Dopo aver preparato tutto, conteggi, differenze retributive importanti, a un certo punto mollano la presa e ritirano la denuncia. È una crisi che porta addosso una nuova forma di paura. Il loro pensiero sembra obbedire al motto: meglio quel poco, che perdere tutto.”

Nelle carte dell’ufficio vertenze ci sono le storie di padri di famiglia che pur di portare a casa una paga, per quanto non congrua con il lavoro prestato, scelgono la via del silenzio e stringono i denti. “Sono tutte persone coscienti di trovarsi di fronte al ricatto occupazionale. Provano rabbia, ma sempre di più si sentono costretti a subirlo”, dice Luca Toma, che dirige l’Ufficio Vertenze. Ci sono addirittura donne ricattate e molestate sul posto di lavoro che si rivelano reticenti alla possibilità di denunciare.  Perché quell’impiego sono costrette a “tenerselo stretto”.

“È un malessere sociale che colpisce, nel profondo, l’intimo e la dignità di lavoratori e lavoratrici”, sottolinea Arnesano. E sposta più là l’asticella di quello che si è disposti a subire pur di lavorare. Il conflitto, oggi, non è più e non è solo quello giocato pubblicamente tra chi ritiene che il primo maggio si debba festeggiare e chi ritiene che in tempo di crisi non si può guardare in faccia alle liturgie. È piuttosto un conflitto più discreto, interiore, che oggi, nel Salento come in tutta Italia, si combatte tra il bisogno di portare a casa il pane e la necessità di mantenere intatta, per quanto possibile, la dignità della propria condizione lavorativa. Che nella nostra società è il presupposto per salvare la dignità della persona.

 

 

 

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