Democratici in paranoia

foto paride de carlo

Il bello delle assemblee del Pd del Salento viene alla fine. E cioè quando si esaurisce l’interminabile flusso di coscienza collettivo in cui i giovani urlano che non sopportano i giochini correntizi, le correnti di opposizione fanno l’opposizione
prendendosela con la segreteria – in questo caso uscente – e  la segreteria e le correnti di maggioranza si difendono ricordando gli attacchi della multiforme opposizione che rema contro o si limita a gufare e rilasciare interviste sui quotidiani locali. Per anni. Le assemblee provinciali del Pd sono appuntamenti che, se assunti con moderazione, si rivelano utili per offrire un parziale “spaccato” sul cosa frulli in testa alla classe politica locale del centrosinistra e osservare facce abbrutite dalle sconfitte e dalle polemiche elettorali, soppesare gli entusiasmi biliosi di nuovi rampanti pronti a scalare le sconfitte altrui, aggiornarsi sulle evoluzioni degli slalomisti delle correnti.  Ma se cerchi volti nuovi, non ne trovi uno. Anzi uno: il segretario di Maglie, Luigi Gianfreda, precario in un call center che sogna di fare l’insegnante ma che quando parla, non essendo un big, da tanta parte della platea si alza un brusio disinteressato. Nuove idee neanche, soprattutto non in questa serata,  tutta dedicata, con l’entusiasmo di chi va a beccarsi una martellata nel basso ventre, all’estenuante rito della “analisi della sconfitta“.

Il bello, anzi, il brutto, viene al termine delle quattro ore e mezza di discussione sulle ragioni per cui il Pd “è arrivato primo ma non ha vinto” (in Italia) o è arrivato terzo (nel Salento). L’assemblea provinciale è stata convocata per anche per prendere atto delle dimissioni del presidente Durante, frutto dell’autocritica, e dell’incompatibilità del segretario  Salvatore Capone, frutto dell’elezione alla Camera. Dopo l’autoflagellazione, si vive una imprevista impennata dialettica quando tutti hanno già indosso il cappotto: si vota sulle procedure di nomina del “traghettatore” che dovrà portare il Pd salentino al congresso provinciale (che dovrebbe tenersi a ottobre).

Il fatto: Antonio Maniglio (vicepresidente del consiglio regionale)  e Sandro De Matteis presentano un documento – che circolava da qualche ora – nel quale sostanzialmente si prende atto della decadenza di Capone, si chiede a Durante di restare in sella e si affida al segretario regionale Blasi il compito di indicare un coordinatore provvisorio affiancato da un gruppo di garanti. Ogni componente di questo gruppo, coordinatore compreso, non dovrà avere ambizioni di segreteria, né di candidatura alle successive elezioni regionali o politiche.

Ma sulla scelta di mettere nelle mani di Blasi l’indicazione del nome scatta istintiva la reazione di un folto gruppo di dirigenti-militanti (“a questo punto si faceva prima a commissariarci”), appartenenti a correnti di opposizione, dai Ricircoli democratici a Puglia Futura a qualche esponente dei lettiani, ad altri moderati, che invocano il sacro ruolo dell’assemblea nella scelta del reggente. Per contrastarne l’approvazione la ex consigliera comunale leccese Paola Povero arriva a chiedere la verifica del numero legale (sapendo di vincere facile) e Maniglio si dice pronto a ritirare il documento. È il caos. Per qualche minuto il Pd salentino rischia di uscire dall’afosa stanza del Tiziano senza avere un vertice (per dirla con Durante: “acefalo”) a causa della litigiosità di una assemblea provinciale eletta nel 2009 i cui membri, per un buon 30 per cento, sono passati ad altri partiti o hanno lasciato la politica, e i cui superstiti sono pronti a scannarsi piuttosto che a cercare convergenze.

Il timore delle correnti avverse a Blasi è in realtà che l’indicazione della segreteria regionale finisca per non tutelare in egual misura tutte le anime di questo litigioso partito e che il periodo di reggenza serva a predisporre il terreno a beneficio di una corrente piuttosto che di un’altra. La quadra e l’unanimità la si trova, dopo svariati psicodrammi e diverse interpretazioni dello statuto sulle quali si misurano l’avvocato Fritz Massa (pro-documento) e il combattivo Pierluigi Bianco (contro-documento), su un emendamento alla proposta di Maniglio e De Matteis: il compito di indicare una soluzione di garanzia (una specie di mini segreteria temporanea) viene affidato al presidente del comitato dei garanti del Pd Alberto Maritati e al presidente che del partito Cosimo Durante, che, “sentito il segretario regionale”, si assumeranno l’onere di andare a cercare – se c’è – una persona che ancora esprima un barlume di concordia (che, alla fine, potrebbe essere lo stesso Maritati).

Quella leccese è una assemblea provinciale prigioniera della paranoia nella quale il dibattito si determina secondo la logica dello scontro tra bande concorrenti. Dove le nuove idee, le nuove pratiche con cui la politica si organizza nel resto del mondo, vengono citate incidentalmente in tutti gli interventi ma vengono smentite clamorosamente dai comportamenti di tutti i partecipanti al rito, sempre gli stessi da decenni. Giocoforza ogni analisi è macchiata indelebilmente da rancori, frustrazioni e da un impressionante grado di autoreferenzialità. Stasera il dibattito è collassato dopo quattro ore di buone intenzioni. Il prossimo appuntamento è tra dieci giorni, quando l’assemblea dovrà votare sulla proposta del comitato dei garanti. I quali dovranno “traghettare” (verso dove, chissà), la malconcia zattera del Pd salentino.

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One thought on “Democratici in paranoia

  1. Un quadro alquanto mosso, ma siamo tutti in acque agitate e in un nuovo paesaggio politico da decifrare. Da "esterno" e indipendente ai partiti più o meno di sinistra mi sta comunque a cuore l'evoluzione del PD (o nel caso l'involuzione). A me interesserebbe una componente "demosocialista" nel PD che adesso si intravede troppo debole, mentre nei giovani di quel partito vedo passione e pulizia. Naturalmente il rapporto al PD come partito nazionale nella vicenda italiana è determinante: lì in potenza ci sarebbe un partito assimilabile, pur con caratteristiche proprie, alla famiglia socialista europea, ma un'altra bella componente assolutamente no, e questo contribuisce a un'anomalia perenne. La parte migliore del PD salentino è stata negli ultimi anni quella dei sindaci di sinistra, dei democratici veri, di quanti conservano un legame non strumentale con la CGIL e il mondo dell'associazionismo. Sta a loro, e non a personaggi improbaili, riprendere in mano consapevolmente la situazione. Non sarà facile né saranno scontati i risultati ma: "hic Rhodus, hic salta".

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