Le strade inutili e lo sviluppo insostenibile. Un appello da condividere

Adriana ha 32 anni, viene dal Brasile, ed è arrivata nel Salento per un passaparola: di quanto sia meraviglioso questo territorio se ne parla anche all’altra parte del mondo. È un venerdì mattina e il treno che la porta da Lecce a Corigliano d’Otranto segue il ritmo lento di questa terra. Dietro al vetro appannato, ci sono i colori degli ulivi secolari e dei muretti a secco, elementi di un paesaggio che sa di antico e si stende lungo chilometri dai quali Adriana non distoglie lo sguardo. Di fronte a lei c’è parolaio di turno, l’incarnazione di un certo tipo salentino, amante della terra, piacione, che racconta di riti, tradizioni e cultura. A lei piacciono quei racconti e i suoi occhi dicono più di mille statistiche, più di quella che negli ultimi giorni ha incoronato il Salento “Territorio dell’anno 2013”, la regione geografica che gli italiani sognano.

Eppure il Salento non è i racconti del piacione, gli occhi di Adriana, la terra attraversata dalle ferrovie del Sud Est che si gode a guardarla dal finestrino. Pur bellissima, è una terra del Sud che in questi mesi, proprio ora, si sta dimostrando incapace di scegliere il binario sul quale imbarcarsi verso uno sviluppo socio-economico e culturale. Una terra in cerca di futuro nella quale la retorica dell’amore e del rispetto per la natura e le testimonianze del passato si scontra, spesso negli stessi discorsi, con l’esigenza, drammatica, di portare il pane a casa. Di spendere soldi pubblici per far ripartire l’economia. E i soldi pubblici ancora non si è trovato un modo migliore di spenderli se non nel cemento.

Sono discorsi di oggi quelli che attraversano il dibattito pubblico sui cinque progetti stradali da realizzare al rischio di cancellare pezzi importanti di storia, cultura, paesaggio.  La Regionale 8 (57 milioni di euro), la SS 16 Maglie-Otranto (55 milioni di euro), la SS 275 Maglie-Leuca (288 milioni di euro), la Provinciale Otranto-Gallipoli (20 milioni di euro) e la Provinciale Casalabate-Porto Cesareo (8 milioni di euro per la sola tangenziale di Campi Salentina). Si tratta di opere progettate per la maggior parte in tempi nei quali l’esigenza era collegare settori dell’economia locale, come il Tac, con la rete infrastrutturale regionale. Grandi strade a quattro corsie da far solcare dai Tir.

L’esercito di camion ed escavatrici schierato sul tracciato della Maglio Otranto

Degli stessi progetti si parla oggi anche grazie a una petizione pubblica lanciata sul web il 4 febbraio scorso da un gruppo di cittadini. Un vero e proprio appello, dal titolo: “Basta strade inutili e scempi. Salviamo la terra del Salento”. L’appello è stato pubblicato dalla rivista QuiSalento e sostenuto da importanti personalità del territorio: registi, cantanti, docenti universitari e giornalisti. Tra i primi firmatari, il regista Edoardo Winspeare, il cantante Nandu Popu, l’attore Mario Perrotta, la regista Chiara Idrusa Scrimieri e il direttore di QuiSalento Roberto Guido. Un appello nato per rompere un circolo vizioso e mettere in discussione, “non tanto il singolo progetto stradale – spiega Guido – ma una ferita ben più profonda che porta questa terra: quella di un modello di sviluppo ancora poco chiaro alle istituzioni.”

Leggi la petizione

La battaglia esprime la rabbia per le “notizie di imminente cantierizzazione”, di opere stradali che costituiscono “un vero e proprio spreco di risorse pubbliche e fondi europei”. Ma la riflessione, è vero, è più profonda: i cinque progetti valgono complessivamente quasi cinquecento milioni di euro e se realizzati tutti avremmo nel Salento circa 150 km di asfalto a quattro corsie in più. Per i firmatari dell’appello quei chilometri di strade, cavalcavia, complanari, sono la degna rappresentazione della rincorsa a un modello di sviluppo ormai tramontato.

Il progetto della Regionale 8, meglio conosciuta come Circumsalentina poiché inizialmente prevedeva di costruire un anello parallelo alla costa, risale agli anni ’80 ed è il capostipite di questo groviglio infrastrutturale. Ha attraversato venticinque anni di burocrazia nei quali, dall’altro lato, il Salento ha cominciato a ripensarsi, qualche amministratore ha cominciato a redigere piani paesaggistici all’avanguardia, è maturata la coscienza della possibilità di puntare, seppur non in maniera esclusiva, sul trinomio turismo, agroalimentare, cultura. Un nuovo “Tac”, la scommessa su uno sviluppo sostenibile dalle basi fragili, bisognose di tutela.

L’assunto è che il turista venga in questa terra con la voglia di fermare il tempo, riscoprire i borghi antichi, godere del sole caldo e delle coste, gustare i piatti tipici della tradizione, farsi trascinare dal fascino del patrimonio musicale, godere di una architettura avvincente. E non solo. La scommessa è anche quella di costruire, finalmente, una filiera dell’agroalimentare in grado di esportare i prodotti della terra.

Allora quello che è in atto, provano a spiegare i firmatari dell’appello, non è un conflitto tra ambiente e lavoro, ma tra uno sviluppo possibile, su cui è urgente investire non solo denaro ma visioni di futuro, e un modello nel quale la grande opera inutile dà lavoro per qualche anno per poi lasciare comunque sul campo lo stesso bisogno di lavoro.

L’appello lanciato da QuiSalento dice che se da una parte abbiamo interessi politici ed economici e fame di occupazione (seppur temporanea), dall’altra è maturata nel Salento la  consapevolezza che non si può più restare a guardare. Del resto non sono più solo pochi ambientalisti a criticare le nuove superstrade, ma gruppi portatori di interessi che scelgono di unirsi e mobilitarsi: da imprenditori agricoli locali a piccoli agricoltori, ad intere associazioni di categoria, ad operatori turistici a un numero crescente di amministratori e politici. Nel giro di pochi giorni, la petizione ha superato abbondantemente le 2mila firme. Oggi quei “no” sono baluardi di speranza e di cambiamento disseminati in lungo e in largo per il Salento: dagli agricoltori privati dei loro appezzamenti di terra agli imprenditori della “Masseria Cinque Santi”, vicino Vernole, un’azienda paradossalmente finanziata da denaro pubblico e che oggi, rischia di vedersi smembrata in modo umiliante. Le campagne attorno all’azienda sono stravolte, migliaia di olivi secolari spiantati, la macchia mediterranea cancellata e il sistema dei tratturi messo in crisi. Una Masseria che rischia di condannare la vita delle 45 famiglie dei lavoratori coinvolti, per scelte di comodo e di potere. La trama si ripete, una trentina di km più a Sud: sul tracciato Maglie-Otranto gli operatori del settore turistico e i proprietari di attività ricettive come “La Carcara” e “L’Uliveto” si sono visti picchettare dagli operai i terreni espropriati. Più a Sud, sulla SS 275 ci sono agricoltori messi in ginocchio e imprenditori che hanno subito danni ed espropri. Al loro fianco, un folto gruppo di cittadini Castiglione d’Otranto hanno seminato grano sui terreni da cui dovrebbe passare la 275 in uno dei suoi tratti più distruttivi.

Insomma, un’alternativa di sviluppo c’è. Ma è, ancora, un modello da far emergere compiutamente,  che deve superare la retorica dei salentini amanti della propria terra. Di quelli come il piacione che racconta ad Adriana, sul treno delle Sud Est i riti, le tradizioni, la cultura di una terra magica, i colori e i dettagli, i paesaggi che scorrono dietro i finestrini dei treni dei trenini locali. La cultura, gli intellettuali, un tempo ancora non lontano, avevano un ruolo di guida, indicavano la strada anche alla politica. Alle loro voci oggi vanno aggiungendosi quelle di chi ha investito e ha creato lavoro puntando a una nuova meta: un Salento libero dal cemento, nel quale il rispetto della terra è fattore di economia e sviluppo. Di lavoro stabile, di benessere duraturo. Le nuove strade in cantiere nel Salento non portano qui. È soprattutto per questo che sono in gran parte inutili.

 

 

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