I poteri (poveri) dell’Italia che verrà

foto paride de carlo

“È in gioco l’onore dell’Italia”, afferma il Presidente Napolitano durante il suo discorso per la sua visita al carcere milanese di San Vittore, la prima di un presidente della Repubblica nel penitenziario milanese. È da giorni, mesi, che tutti i cittadini dovrebbero essere consapevoli della responsabilità oggettiva dinanzi al voto del prossimo 24 e 25 febbraio, una responsabilità che li chiama a essere decisivi su più fronti, per un cambiamento della loro classe politica e insieme dirigente. Un cambiamento che richiede coraggio. Un cambiamento che, nel bene o nel male, passerà dalle nostre mani. Mani (speriamo) pulite da meschini accordini di partito che, a livello locale, sono spesso l’ennesima dimostrazione della bassezza civica di alcuni nostri politici. Diciamo alcuni perché le eccezioni ci sono e da quel poco di positivo occorre riprendere il cammino – forse qualcuno direbbe ricominciare – verso la costituzione dello stato sociale, di un concreto Welfare State, da non lasciare nel dimenticatoio delle belle promesse elettorali un minuto dopo la proclamazione del vincitore.

La realtà più irritante durante questa campagna elettorale, tutt’altro che sobria e responsabile (come auspicato da Napolitano), è che i politici tentano di nascondersi, chi più e chi meno, dietro le accuse verso l’altro, relegando l’ars politica. La quale continua ancora ad interessare molti cittadini (purtroppo) come mera amministrazione di beni, tra cattivi esempi di gestione aziendale e corruttele continue. Da dove ripartire? Personalmente, se potessimo, regaleremmo una copia dell’Etica Nicomachea del buon vecchio Aristotele a ciascun membro del futuro Parlamento, magari focalizzando la loro attenzione sul primo capitolo trattante l’oggetto della morale. In periodo di crisi riscoprire le radici migliori della civiltà e dello studio della cives – questa nobile sconosciuta – sarebbe un elemento funzionale per ripartire con un buon carburante nel motore della ricerca effettiva del bene comune. Non sarebbe male vista la scarsa, se non nulla, preparazione culturale di non pochi membri delle Camere. Un’altra caratteristica notata in questa campagna elettorale è stata la paura, il timore nel fare alcune scelte impopolari e coraggiose. Sembrava fosse la volta buona per le primarie del PDL, per esempio, e addirittura si era prospettata una data per tenere una consultazione con l’elettorato di centrodestra. Dall’alto, tuttavia, si è deciso in maniera diversa (o meglio: non si è cambiato nulla), presentando Berlusconi, inossidabile protagonista politico da ormai vent’anni. A nostro avviso, anche il polo opposto meriterebbe una critica. Come purtroppo è spesso accaduto, pur avendo l’occasione per governare, offerta su un piatto d’argento dall’altro versante politico (per un suo connaturale e spesso puntuale masochismo), il centrosinistra si è presentato senza l’appoggio di Ingroia, che pure, dal canto suo, non ha cercato alleanze con Bersani. Né ha tentato la formazione della coalizione PD-PSI-SEL che potesse porre, come nel 2006, il potenziale partito vincente sul filo del rasoio già prima di iniziare il gioco. Molti potrebbero obiettare che si potrebbe concludere l’alleanza con Monti e guadagnare qualche senatore in più. Chi riesce a immaginare Vendola nella stessa squadra di governo con Monti? Stavolta la posta in gioco per la politica italiana è veramente alta. Il PDL saprà se ha ancora ragion d’esistere o se necessiti di una radicale rifondazione. Il PD, e larga parte della sinistra, saprà, alla prova del nove del governo, quale sia la sua consistenza effettiva, ipoteticamente positiva vista la partecipazione alle primarie, queste ultime, nel bene e nel male, un’ottima esperienza democratica. E poi non possiamo non ancora calcolare il fattore Grillo, la vera pseudo-incognita di queste elezioni. Riteniamo che il M5S possa essere l’ago della bilancia, e che la sua coerenza con gli elettori potrebbe essere il trampolino di lancio per le future vicende politiche. Senza dimenticare l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica a maggio, che avrà un valore non indifferente per la legislatura.

L’elettore votante deve avere tre caratteristiche, tre virtù, nell’ombra della sua cabina mentre decide per chi votare: memoria, intelletto e volontà. Con capacità critica ed intelligenza, basate sull’esperienza concreta di ogni giorno, chi vota potrà fare la vera scelta migliore, ricordando con Aristotele che “le rivoluzioni non sono sciocchezze ma dalle sciocchezze hanno origine”.  E poi non si può non notare come in questo periodo ci sia una certa propensione al nuovo anche in Vaticano. La notizia delle dimissioni annunciate di Benedetto XVI per il prossimo 28 febbraio fanno  guardare l futuro con una certa curiosità, a prescindere dai motivi per cui Papa Ratzinger si è dimesso, riportabili a questioni di salute evidenti a nostro avviso. Nuovo governo sia nella Chiesa che nello Stato: improvvisa  e  sorprendente ventata di novità, per la chiesa cattolica, dove un papa di cultura e di una certa età, seppur impopolare  e poco conosciuto vista l’impetuosa capacità comunicativa del predecessore, con una dose di coraggio che ha spiazzato tutti, anche le gerarchie vaticane, si fa da parte per dare spazio a chi ha più forze per reggere un simile peso religioso e politico, in un momento così delicato per la storia. Lui, dal canto suo ha fatto qualcosa che ha del rivoluzionario.

Adesso tutti noi elettori dovremmo fare qualcosa di rivoluzionario.

Giovanni F.Piccinno

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