Dove mettiamo la poesia? Lì, dove mettiamo il Sud

Per quanto riconosciuta come un’isola felice nel panorama culturale meridionale, il Salento è pur sempre un pezzo di Sud. Periferia di una Paese a sua volta frazione di un paese in perenne crisi culturale (tanto per dare due numeri, secondo il rapporto 2012 sullo stato dell’editoria in Italia a cura dell’AIE – Associazione Italiana Editori –  nell’anno appena trascorso il giro di affari del mondo dell’editoria scende del -3,7%).

Laddove il nazionale non aiuta (e talvolta ostacola) il locale, soprattutto quando il locale ha anche lo stigma di essere Sud, la periferia cerca di unire le forze e necessità di fare consorzio. Anche e soprattutto in campo culturale, per proteggere quelle sacche di ‘mercato’ che, non aiutando a fatturare, rischiano di essere schiacchiate. Come nel caso del sottoprodotto editoriale della Poesia.

L’editore salentino Manni, ad esempio è membro dell’ODEI (Osservatorio degli Editori Indipendenti), il quale ha recentemente steso un rapporto che paventa scenari allarmanti per la bibliodiversità; secondo questo manifesto, nel panorama editoriale odierno, generi come la poesia rischiano una vera e propria estinzione.

I testi di poesia del catalogo dell’editore Manni per il 2012 sono 19, di cui due di autori salentini. Ma, ci rivela senza causarci troppo stupore Agnese Manni, si tratta di un investimento a fondo perduto. “Questo non solo nel Salento o in Puglia, specifica, ma in tutta Italia. Basti pensare che l’Opera omnia di Andrea Zanzotto pubblicata da Garzanti non ha superato le mille copie di tiratura. I numeri sono tali che non solo è difficile parlare di nicchia. In merito ai libri di poesia è difficile parlare di mercato”.  Alla domanda – ovvia – del motivo per cui pubblicano comunque titoli relativi a questo genere, la risposta di Manni è che la scelta si lega alle origini stesse della casa editrice( “Segni di poesia/lingua di pace”, 1985 ). E, ovviamente, alla convinzione della bellezza e dell’utilità di questo specifico letterario.

Secondo l’editore Cosimo Lupo, è importante pubblicare la poesia perché i poeti sono il termometro della società: “Dal momento che la poesia non è solo un veicolo di emozioni amorose come spesso si pensa – dice – ma è anche un canale diretto per la critica e il malcontento sociale, attraverso la poesia si può misurare la temperatura della sofferenza e dell’insoddisfazione latente di una società”.

E pare che Lupo abbia un buon campione per fare questo tipo di misurazione dal momento che 1 manoscritto su tre di quelli ricevuti in redazione sono proprio di poesia. Ma i libri di poesia poi pubblicati non superano il 10% del catalogo.  Tutti gli editori, per stessa ammissione, chiedono un contributo o un acquisto delle copie ad una percentuale di autori.  Il motivo della notevole selezione nelle scelte di pubblicazione sono date, a detta dei due editori salentini, non solo dal valore dell’opera (che comunque è importante) ma dalla filiera distributiva che notoriamente, di certo non solo alle nostre latitudini, non concede spazio ai nuovi titoli di poesia sugli scaffali delle librerie.

Lupo sottolinea che non si tratta certo di scarsa volontà o attenzione da parte dei librai; anche loro sono messi di fronte alla necessità di mandare avanti un’attività in un paese dove si legge poco e dove il mercato della letteratura di qualità si regge in piedi anche grazie al mercato dei libri di cucina della Benedetta Parodi di turno. Sempre Lupo evidenzia, d’altro canto, l’importanza e il valore che la grande comunicazione di massa, tv e radio nazionali in primis, possono avere persino per la poesia. Fa l’esempio della poetessa polacca Wislawa Szymborska, quasi sconosciuta in Italia (nonostante il nobel nel 1996), sinché non è stata nominata in una prima serata da Saviano. In pochi giorni, dopo detta citazione, le vendite delle sue monografie in Italia sono decuplicate.

‘Persino un giornale on line come 20centesimi – propone Lupo – può incentivare l’attitudine a leggere poesie, pubblicandone alcune ad esempio, come si fa con le vignette’.

Se la vendita dello specifico poetico non si lega bene con i canali distributivi tradizionali, il mondo dell’online e dell’ebook registra un aumento di utenze, anche su base nazionale.  Questo evidenza che l’interesse per la poesia esiste, persiste, nonostante il mercato. Come persiste la necessità di mangiare, anche in tempo di crisi. Eppure “con la cultura non si mangia” disse un ministro della Repubblica non molto tempo fa, come ci ricorda anche il su citato manifesto degli editori indipendenti.  In cui si legge, inoltre, con evidente sarcasmo,‘Inutili, e forse dannosi, gli investimenti culturali, bubboni di una logica statalista in dismissione. Chi si gingilla con la cultura è perché ha tempo da perdere, lo fa per svagarsi, magari per darsi un tono’.

Persino un editore (quindi imprenditore) come Lupo, a latere della nostra lunga conversazione, ammette che forse la poesia dovrebbe essere altro dal mercato, per potersi davvero esprimere al meglio.  E anche l’imprenditrice Agnese Manni ammette che nella stretta cerchia dei premi letterari relativi alla poesia, anche su base nazionale, non girano le piccole ‘mafiette’ dei premi letterari di narrativa, forse proprio grazie a questo contesto ‘povero’. Alla luce di tutto questo ci si chiede se sia davvero un male che la poesia sia ‘fuori dal mercato’. Non conserva in questo modo una sua forma di anarchia che permette maggiore indipendenza?

Tanto più che, sempre secondo il su citato rapporto 2012 sullo stato dell’editoria in Italia è tutto il mercato del libro ad essere entrato in ‘una zona d’ombra’  e peggiora in modo deciso. Questo dato si allinea con tutti gli altri segmenti dell’economia nonostante il mercato del libro abbia storicamente mostrato un andamento anticiclico (andava meglio nei momenti peggiori del quadro economico e sociale, e viceversa). Questi dati ci lasciano pensare che al mercato nazionale non convenga in alcun modo investire in cultura letteraria (o in cultura in generale). Figurarsi in poesia.

E soprattutto, alla luce del fatto che ‘far poesia non conviene’, perché la si fa ancora?  Lo chiediamo a Mauro Marino responsabile e cofondatore (insieme e Piero Rapanà) di Fondo Verri.  “La poesia – ci dice – è importante per sua necessità di essere voce. Il libro di poesie è poco acquistato eppure la poesia è un mezzo da sempre usato anche per fini terapeutici. Vedi ad esempio i corsi di scrittura che si tengono nelle carceri o nei centri medici per disturbi alimentari o mentali. La poesia è un mezzo di riconoscimento dell’interiorità, che sia pregna o meno di disagio. E tutti hanno un’interiorità. Da sempre. E sarà sempre così.

Forse anche per questo tutti gli eventi (o quasi tutti) legati al mondo della poesia, organizzati dal Fondo Verri ma non solo, hanno sempre un discreto successo di pubblico. Forse perché la poesia raggiunge l’ascoltatore più che il lettore. In una terra di grandi poeti ma anche di Raggamuffin e musicalità sperimentale, il verso poetico si condisce di espressività e musicalità’.

Poi – aggiunge – c’è l’annosa questione dell’educazione alla poesia e alla sua storia. La sperimentazione del lessico poetico non è avvenuta di certo solo in Whitman e Ginsberg, come lasciano pensare ancora i programmi scolastici ministeriali. Si potrebbero e dovrebbero considerare maggiormente sperimentatori quali il nostro Verri, pregno di un livello di sperimentazione poetica modernissima. Gli editori locali fanno il possibile, bisogna dirlo – aggiunge Marino – per promuovere queste eccellenze. Ma… c’è una scarsa attenzione da parte della critica nazionale anche verso esperienze importanti come quelle di Girolamo Comi e alla sua Accademia Salentina.  Diciamo che al livello di critica nazionale si è verificato un mancato appuntamento con il Sud da parte della cultura italiana’.

Contraddizioni storiche e ormai ben note, tanto da stupire più, di un Paese che, pur essendo basato sulle (e arricchito dalle) diversità, fa troppa fatica a valorizzarle laddove queste si discostano troppo dalla logica del guadagno economico immediato e convenzionale. È il caso della poesia. È il caso del Sud?

(Fine prima puntata. L’inchiesta della poesia nel Salento continua nei prossimi giorni)

Sabrina Barbante

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