Lecce e la povertà nascosta sotto il tappeto

foto paride de carlo

Si possono dire tante cose su Lecce, il Salento, la Puglia. Si può dire, ed è vero, che da queste parti si sta meglio che in tante altre zone del Mezzogiorno. Si può dire che Lecce è in corsa per il titolo di capitale europea della cultura e che la Puglia è la regione che meglio di altre ha saputo gestire i fondi strutturali. I leccesi, beati loro, possono addirittura andar fieri di avere uno dei primi cittadini tra i più “graditi” d’Italia, oltre che una delle più nutrite squadre parlamentari che il territorio si ricordi (basti vedere la quota salentina – e leccese – nelle liste di Camera e Senato del Pd); ma poi, passata la sbornia, si sa, resta il cerchio alla testa. Che in questo caso altro non è che la realtà in tutta la sua cinica presenza; quella che sta lì a ricordare a tutti che Lecce è una città sempre più povera. Una città che sempre meno sa come affrontare la contigenza, la primaria necessità del sopravvivere. Per intendersi: una famiglia su quattro vive uno stato di povertà.

Come accade sempre più spesso da qualche anno in qua, a fare il messaggero dal cinico mondo della realtà è il monsignor Domenico D’Ambrosio, arcivescovo di Lecce, persona a cui non manca il coraggio di contrapposi alla retorica del politichese locale che – vuoi per formamentis, vuoi per opportunità – tende a nascondere la polvere sotto al tappeto.
Giovedì scorso (24 gennaio) questa polvere è venuta fuori grazie al rapporto Caritas 2012 su povertà ed esclusione sociale, denominato Non uno di più.
Poche parole, giusto quelle utilizzate da D’Ambrosio: “La realtà che esce fuori da queste pagine può, per la sua drammaticità, scuotere la città”. Parola di Arcivescovo, parola di chi sembra aver compreso quanto scollamento ci sia tra la realtà e la città raccontata da chi la rappresenta (prima) e da chi vorrebbe rappresentarla (poi).

Che D’ambrosio non abbia esagerato nel dire ciò che ha detto lo conferma il rapporto in questione. Leggendo dati e tabelle lo scenario che viene fuori non solo fa a pugni con l’immagine del Salento e di Lecce come bomboniera turistica di barocco e barocchismi, ma la riconduce all’interno di una una dimensione di imbarazzante ambiguità. Lu sule (come no), lu mare (ovviamente), lu ientu (può essere), la poverta (sapevatelo). Perché non è retorico dire che sempre più leccesi frequentano le mense della Caritas. E’ semplicemente vero. E per quanto si possa far finta di niente, magari ostentando un finto benessere (molto leccese), dalla realtà non si può fuggire.

Stampa e tv lo hanno raccontato in questi giorni, ma è bene ribadirlo. Il primo dato che emerge riguarda il disagio occupazionale. Che piaccia o meno, nel Salento il lavoro è uno dei settori di maggiore problematicità: nel 2011 il tasso di disoccupazione è di 15,7 per cento, con una netta differenza di genere: 12,8 per cento per gli uomini e 20,2 per le donne. Rispetto al dato nazionale siamo sopra del 7,2 per cento. Ci salverà il turismo? Forse.

Altro tasto dolente, ancora più preoccupante perché ha a che fare con il futuro è quello relativo all’istruzione: il numero di ragazzi a rischio di dispersione scolastica è di 2mila 397; di questi 782 sono studenti delle scuole elementari e medie e 1.615 studenti delle superiori. In queste ultime scuole i tassi di abbandono e di rischio sono i più alti: 33% per l’Istituto artistico, 30% per l’Istituto agrario, 19% per il Professionale Scarambone, 18,5% per l’Istituto tecnico Fermi. Ma la vera piaga riguarda l’Università.
Dal rapporto si evince che i tempi di conseguimento della laurea si allungano sempre di più (all’Università del Salento solo il 37% si laurea in tempo), ed è sempre più difficile trovare un lavoro dopo il conseguimento di questo (ambito?) titolo: e questo nonostante i giovani salentini siano pronti a cogliere tutte le occasioni lavorative, anche quelle poco inclini agli studi conseguiti. A quanto pare, almeno nel Salento, non essere choosy è una “qualità” che comunque non garantisce un posto di lavoro.

Dal rapporto, inoltre, emergono con chiarezza i soggetti sociali più colpiti dall’attuale crisi. Uno di questi è la famiglia, che sta perdendo le sue caratteristiche di protezione e compensazione economica. E’ in crisi una delle figure portanti del tessuto sociale, soprattutto meridionale: nel quadro attuale, infatti, la nascita di figli determina, per una coppia, uno stato di debolezza economica che velocizza l’impoverimento. Ciò significa che non si sta sedimentando, forse per la priva volta dal dopoguerra in avanti, un pensiero di futuro. Questo è forse l’aspetto più preoccupante.

Fin qui è tutto nella norma, o quasi. Ma chi fosse in cerca di novità scoprirebbe che tra gli utenti della Caritas di Lecce aumentano quei piccoli nuclei familiari che apparivano al riparo dalla crisi. A Lecce la povertà tra le famiglie con minori è in aumento (+3,4%) e adesso anche la possedere una casa – sia essa di proprietà o in affitto – si sta trasformando in un lusso. Anche in questo caso si tratta di un mito sulla via del tramonto. La casa in passato era simbolo di certezza economica, di solidità, di serenità familiare. Oggi, invece, proprio la casa può rappresentare un fattore di impoverimento, quindi di povertà. Basti pensare che i leccesi che si rivolgono alla Caritas e che possiedono una casa di proprietà sono cresciuti del 13,2%. Tra questi sono in aumento coloro che dichiarano di non avere una dimora stabile. Insomma, chi si sta impoverendo è il ceto medio, ovvero la spina dorsale del tessuto sociale italiano.

In questo quadro fosco e in rapido peggioramento le istituzioni non sempre si dimostrano all’altezza di gestire uno tsunami che ha tutta l’aria di non essere al culmine della sua potenza. Ma In discussione non c’è solo l’adeguatezza del sistema di welfare pugliese – la maggior parte delle risorse (non) arriva da trasferimenti statali -, quanto più il coraggio politico di riservare alla questione il giusto peso.
Innanzi tutto il dovere di raccontare le cose così come sono, al netto di tutte le piccole grandi truffe della comunicazione politichese. E poi l’azione. Le soluzioni. Quali? Quando?

A livello cittadino, ad esempio, non pare esserci una politica di lungo termine, volta a dare delle risposte organiche. Si prediligono, piuttosto, episodiche risposte di tipo assistenziale, più funzionali a tappare qualche buco piuttosto che a cambiare la rotta. E questo coerentemente a una logica da campagna elettorale perpetua. La stessa logica per cui i diritti diventano favori e le soluzioni pubbliche, rimendi privati. Ma la povertà è cosa di tutti. Riguarda le persone, fa parte della città. E visto che di Lecce si può dire qualsiasi cosa, forse è bene cominciare a dirsi ad alta voce anche questa verità.

Stefano Martella

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *