Se dopo le elezioni Raffaele Fitto non serve più

Fa ancora un certo effetto leggere che l’ultima limatura alle liste del PdL in Puglia è affidata alle amorevoli cure di Raffaele Fitto e ( non ci crederete) di Adriana Poli Bortone. Sembra un film dell’orrore, della serie “a volte ritornano”. In realtà un certo carattere spettrale a tutta la campagna elettorale l’aveva già impresso il ritorno di Berlusconi. Da qui in poi l’adunata dei reduci della seconda repubblica era diventata un crescendo ossessivo. Maroni in Lombardia, Storace nel Lazio e Lombardo in Sicilia: insomma il museo delle cere.

Lo stesso Fitto sembra oggi aver preso saldamente il controllo del partito meridionale. Ma per quegli strani paradossi della storia, quello che appare il suo trionfo sugli avversari di sempre coincide con il tramonto di ogni sua velleità politica. Cerco di spiegare.Il centrodestra italiano (quello di Berlusconi), archiviata ogni possibilità di vittoria elettorale, ha deciso di concentrarsi su un unico obiettivo. Centrare la vittoria nelle elezioni regionali in Lombardia e ottenere un permanente stato d’ingovernabilità tra Camera e Senato.

L’idea è forte e fino a questo momento incontrastata. Il patto con la Lega è l’asse su cui il progetto gira. Per Maroni le prossime elezioni politiche sembrano un appuntamento totalmente marginale. Ciò che conta è vincere in Lombardia e farlo su un programma palesemente secessionista. Le tasse restino sul territorio, gli appalti vadano solo alle imprese del Nord, il personale della pubblica amministrazione (compresi gli insegnanti) siano scelti solamente tra lombardi. Naturalmente questi punti programmatici andranno condivisi con le altre regioni guidate dalla Lega, il Piemonte e il Veneto.

Lo scenario è molto semplice: mentre a Roma la politica tenderà sempre più a paralizzarsi tra la maggioranza di centrosinistra alla Camera e la situazione di caos al Senato, al Nord si formerebbe una macroregione dove sarà concentrato il cuore produttivo del paese, omogenea negli obiettivi e nella guida politica e che potrebbe di fatto disdire il patto di solidarietà con l’intero paese. Insomma uno Stato centrale paralizzato e prigioniero di populismi e vecchi riti politici e un Nord, al contrario, libero da ogni obbligo di rispetto di coesione nazionale e legittimato proprio dalla situazione di ingovernabilità romana.

Questa è in sintesi la partita delle prossime elezioni, per come la vedono i grandi vecchi del centrodestra italiano. In questo scenario è lecito porsi una domanda sulla figura di Raffaele Fitto. Una domanda che inevitabilmente assume caratteri radicali. A cosa servirà domani lui nel centrodestra?

Credo che sia stato questo il dilemma bruciante che ha convinto Mantovano (persona seria) a fermarsi. Certo circa 20 anni fa avevamo assistito a qualcosa del genere. Berlusconi che vinceva le elezioni alleandosi al Nord con Bossi e al Sud con Fini. Altri tempi ragazzi. Allora sia le velleità della lega che la legittimazione degli ex missini avevano trovato ad Arcore una mediazione forte e vincente.

Oggi siamo al punto che Berlusconi non può nemmeno presentarsi come il futuro premier e che il governo delle tre regioni del Nord, in questo avvilente scenario, sarebbe tutto in mano ai leghisti. Ora, Fitto potrà fare tutte le liste che vuole. Ma in quello che Berlusconi e Maroni preparano per l’Italia per lui e i suoi non c’è più posto.

foto di paride de carlo

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