Mariangela Melato ovvero quello che le mamme non dicono

Mariangela Melato, per un ragazzo del Sud degli anni ‘80 cresciuto a turcinieddhri e cinema, è una piccola ma significativa variazione sul tema di una bella canzone di Fiorella Mannoia: quello che le mamme non dicono.

Per noi trentenni meridionali di oggi, la Melato non è stata la mamma che avremmo sempre desiderato: è stata la mamma che avremmo voluto per il nostro migliore amico. Da vedere quasi quanto la nostra, d’accordo; con eguali probabilità di esserne redarguiti o menati, ma senza mai smettere di ventilare l’ipotesi di innamorarci di lei.

In alternativa, la Melato sarebbe andata benissimo anche come mamma di amico estivo, presa da una di quelle famiglie “dell’Alta Italia”, ogni stagione convinte di essere le scopritrici del Sud, mentre eravamo noi che stavamo scoprendo loro, gli alti-italiani, destinati ad imitare molti dei loro difetti ma, per fortuna, senza rinunciare mai a una parte dei nostri pregi (come appunto la capacità di osservare e studiare l’altro da sé, quella di errare e di perseverare con eguale creatività e l’autoironia che ne deriva).

Noi che l’abbiamo conosciuta solo in videocassetta, nostalgici come si può esserlo solo delle cose che non si sono mai vissute, sappiamo che una donna così non la vedremo più, neanche col cannocchiale. Ci vorrebbe una Littizzetto dodici o tredici volte più figa o una Cortellesi che razzolasse bene, senza ombre radical chic sul suo talento. Ecco, forse Virginia Raffaele se le dessero dei film da protagonista, tra qualche lustro di imitazioni dalla Ventura, potrebbe essere la cosa più vicina a una Melato negli anni ‘10 del 2000. Ma di che stiamo parlando?

Abbastanza bella da essere concretamente sognata, ma troppo sofisticata e mitteleuropea per essere retroattivamente assimilata a una delle tante cougar, fonti inesauribili di atti impuri, prodotte dagli anni ‘70, con quanta docililità ci siamo rassegnati a restare per sempre i suoi spettatori. Solo a una come lei – del tutto osé e del tutto elegante, tanto stronza quanto dolce – avremmo chiesto, magari tramite la formula con cui Mimì Metallurgico ottenne il primo bacio dalla sua Fiore, a Torino, “per favore e per cortesia”, di confermarci le nostre debolezze senza dimenticare di evidenziare accuratamente le nostre forze.

In Mimì Metallurgico ferito nell’onore (1972) è una compagna trotskista (“a sinistra della sinistra […] Ma trotskista non vuol dire puttana, eh”) e crede nell’amore. E’ una figlia di industriali classista in Travolti da un insolito destino (1974), e crede nell’amore. E’ una prostituta di bordello in epoca fascista in Film d’amore e d’anarchia (1973), e crede nell’amore. A nessuna più di lei avremmo detto tutto quello che, crescendo, capivamo su quanto sia difficile farci amare dalle persone che, spesso, ci piacciono di più: quelle che sono differenti e lontane da noi.

Per noi ragazzi meridionali con l’immaginazione in funzione, Mariangela Melato è il diverso di cui ci innamoriamo. Avete presente quando Wall-E si invaghisce a prima vista della sua Eve, e lui non ha altro offrirle che i suoi logori piedini cingolati mentre Eve, dal canto suo, possiede una pistola laser incorporata nelle braccia; e, dalla terra su cui quell’umile netturbino robotizzato può solo strisciare, lei spicca il volo come un piccolo jet?

Davanti al fascino, all’eloquio, allo sprezzo o al culto delle ideologie, delle categorie sociali, del nostro mondo com’era e come sarebbe andato a finire, espressi da ogni fotogramma dei film della Melato, noi “terroni” degli anni ‘80 siamo come Wall-E davanti a Eve. Anzi, di più. Perché all’attrazione per il diverso e, probabilmente, per il migliore, si aggiunge la distanza, ancora più lunga dell’autostrada del Sole, che è il tempo. Noi siamo tutti quello skipper interpretato da Giancarlo Giannini (ok, era buenu pe’ nui, ndr) quando ci imbattiamo in quella donna così lontana da noi che non possiamo fare altro che avvicinarla.

Un meridionale dal cuore colmo di ammirazione per le donne e per la vita ha tuttavia bisogno di qualche regola, per crescere. Pronunciate da una settentrionale, con quell’accento spezzato spesso da svarioni che la rendevano anche irresistibilmente comica, pur senza perdere in autorevolezza, a quelle regole sarebbe stato più semplice obbedire, anche in ambiti e contesti in cui non ci saremmo mai sognati di imporcene, di regole. Come del resto accadde a Mimì Mardocheo, l’operaio comunista catanese tutto d’un pezzo che finisce per vivere d’amore in una soffitta di Torino, indossando i maglioni multicolor da hippie che la donna per cui ha perso la testa gli cuce addosso.

Il bello di Mariangela Melato è che spopolava al cinema anche tra i comunisti che ritrovavano la bellezza femminile o anche solo la forma femminile, e finalmente potevano offrire ai loro compagni di sezione una case history – seppure filmica – di piccionaggine socialmente utile. Va da sé che la Melato seduceva anche i fascisti, gli industriali, e, dieci anni dopo l’apice del suo fulgore cinematografico, avrebbe sedotto perfino i primi yuppie, che non lo avrebbero mai ammesso, foderandosi l’ufficio di poster di Carol Alt.

In questo, davvero Mariangela Melato è stata come una di quelle fondamentali modelle rinascimentali da ritratto, e così ben scelte che forse sono raffaelleschi i capolavori universali dell’arte del casting. Quelle donne, come Mariangela, hanno una caratteristica: riescono a simboleggiare tutte le altre della loro epoca.

Una fotografia di Mariangela Melato, a metà degli anni ‘70, sarebbe stato il veritiero ritratto del suo decennio esattamente come, negli anni ‘10 del 1500, lo era la Velata di Raffaello. In una singola figura femminile, è possibile scorgere caratteristiche, vizi e virtù, meriti e demeriti, di un’intera annata e qualcosa di più. Il simbolo finale e sintetico della ripresa di coscienza dell’uomo per la sua posizione nel mondo conosciuto e figurabile, dopo secoli di deformità medievali, le une; la voglia di crescere, di elevarci, di allontanarci dall’Italia che eravamo stati dopo la guerra (e, ahinoi, prima di Berlusconi). Anche antropometricamente, con quell’aristonaso da schiaffi e quegli occhi, dolcissimi, che non smettono di amarti neanche quando la bocca ti sta cazziando o le mani cominciano a schiaffeggiare, perché convinte che potresti violentarla da un momento all’altro.

La Melato era il Bignami vivente dell’Italia anche per una questione glottologica, per quanti accenti imitava recitando le belle sceneggiature piene di colloquialismi, di gerghi, di sgrammaticature (“Mia, di me?”), che avevano l’ardire di disfare la tela monolinguistica e la perfetta dizione che la televisione italiana confezionava per noi, per cucirne un’altra fatta di imprevisti, imprecisioni, infinite occasioni di humor e di creatività. Citando solo ruoli della trilogia wertmulleriana, per cui è evidente che ho un debole, in Mimì Metallurgico Mariangela è lombarda di Gallarate, trapiantata a Torino e poi a Catania; in Travolti da un insolito destino è milanese purosangue; in Film d’amore e d’anarchia è una prostituta romagnola.

Non è un caso se, oggi, gli anni ‘70 italiani di chi non c’era, cioè di quelli nati dopo almeno dopo gli ‘80, si dividono in due macrocategorie: quelli della banda della Magliana e quelli di Mariangela Melato.

Gli uni che uccidevano nelle strade e l’altra che ci faceva morire, al cinema. Fra questi due opposti brulicano nomi, cose, città eccellenti, alcuni indimenticabili, ma pur sempre riconducibili a una di queste due verità: ammazzare o amare.

Venerdì 11 gennaio quella “farfalla erotica”, che avremmo voluto per sempre o sfuggente e scivolosa in indimenticabili costumi interi o teneramente ingoffita da maglioni arlecchineschi, Mariangela Melato, è morta in una clinica romana, a 71 anni e una brutta malattia. Non so come concludere questo pezzo se non citando le parole che Raffaella Pavone Lanzetti, protagonista femminile di Travolti da un insolito destino, pronunciò nell’incontrare qualche difficoltà a valicare l’intrico dei rami di una piccola pineta, su una spiaggia siciliana: “Natuvaccia di mevda”.

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5 thoughts on “Mariangela Melato ovvero quello che le mamme non dicono

  1. Approfitto di questo splendido articolo per lanciare una pietra in uno stagno!C'è un grande rimosso tutto al femminile nel cinema italiano che riguarda le grandi attrici, come si può superare il deserto culturale che contraddistingue l'oggi del cinema made in italy senza aprire un dibattito serio sul ruolo dell' attrice con la A maiuscola? Si dice che in italia non ci siano più sceneggiatori ma chiediamoci anche dove sono le attrici che sarebbero in grado di recitare ruoli complessi sia al cinema che al teatro. La Melato era un Gigante non solo per quello che ha fatto ma per come lo ha interpretato e sopratutto per come ha vissuto. I ricordi postumi, sono in attesa di quello che riguarderà la Vitti, lasciano, purtroppo, il tempo che trovano. Per resistere ai Muccino forse non basta qualche nuovo regista sparuto e pieno di se ma basterebbe una nuova generazione che si ispira a Mariangela Melato una professionista seria, divertente, bravissima e bellissima! Tutto il resto per dirla con Califano è noia. Maledetta noia!

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