Lo spettacolo d’arte varia del fronte anti Bersani

Insomma, alla fine, le ormai recentissime elezioni sembrano ridursi a una sola incognita. Stabilire se la coalizione di Bersani e Vendola vincerà o se, perfino, stravincerà. Il primo scenario, come noto, è quello in cui la maggioranza dei deputati sarebbe nettamente riconducibile a Pd, Sel, Socialisti Italiani e il centro moderato di Tabacci. Su questo nessuno ha più alcun dubbio. Lo scarto tra la coalizione guidata da Bersani e la probabile seconda sarà di circa 20 punti; il premio di maggioranza per la Camera è assicurato. Amen. E siccome la nostra è una repubblica parlamentare, nessun governo potrebbe mai avere la fiducia nella Camera dei Deputati senza una stragrande maggioranza. Forse questo elementare principio di diritto costituzionale andrebbe ricordato ogni tanto a tutti quegli scienziati che formulano quotidianamente ipotesi complicatissime sul prossimo governo. Certo, so bene che non esiste la stessa matematica certezza che al Senato la coalizione di Pd, Sel e altri possa ottenere la maggioranza assoluta. Questo è il secondo scenario (la stravittoria).

Ma la cosa inaccettabile è che per l’intero mondo dell’informazione conservatrice (Rai in testa), tutta la prossima vicenda elettorale pare si riduca a questa pattuglia di una decina di senatori in più o in meno. Nessuno aggiunge che quand’anche al Pd mancassero forse 10 senatori, agli altri ne mancherebbero, allo stesso scopo, centinaia tra Camera e Senato. Ma è il gioco antico del caso italiano. Un pezzo di classe dirigente sembra disposta a tutto pur di impedire che la sinistra governi questo paese. Poteri forti che hanno bisogno di sistemi politici deboli (persino farseschi) pur di continuare a tenere il bandolo della matassa delle decisioni che contano. A questo scopo persino le operazioni più vergognose degli ultimi giorni sono passate sotto traccia. Mi riferisco all’accordo tra la Lega e il Pdl.
Partiamo dalla farsa del candidato premier. Poiché nessuno tra Maroni, Berlusconi, Tremonti o Alfano aveva la ben che minima possibilità di battere Bersani, si è pensato bene di rimuovere il problema. Il centrodestra si presenta senza candidato premier. Dopo che per anni hanno ci hanno ammorbato con proposte di elezioni dirette del primo ministro, con modifiche costituzionali all’insegna del presidenzialismo, oggi tutto è rinviato a dopo le elezioni.

Siamo tornati ai tempi di Gava e Forlani. Uno straordinario esempio di trasformismo politico, praticamente ignorato dalla stampa, conservatrice, e dalla televisione del nostro paese.

Ma anche sul punto programmatico centrale dell’accordo è calato un omertoso silenzio. Mi riferisco all’ipotesi che il 75% del ricavato dalle tasse dei lombardi resti nella regione. Questo principio che potrebbe essere proposto in tutte le regioni del centro nord praticamente spaccherebbe il paese e condannerebbe il Sud ad un declino inarrestabile. Perché nessuno ha chiesto a Fitto cosa ne pensa di tutto questo? E’ normale per lui che il suo partito per cercare di non scomparire completamente di scena abbia sacrificato la questione dell’unità del paese alle solite velleità secessioniste?

E perché i vari articolisti del Corriere o della Stampa (così solerti a cogliere i distinguo nel Pd) non si sono indignati del fatto che contemporaneamente (al patto con la Lega) il Pdl sigli accordi con “il Grande Sud”, su obiettivi esattamente opposti a quelli sottoscritti con Maroni? Insomma il peggiore trasformismo può essere assunto a strumento di battaglia politica per cercare di impedire la vittoria in Lombardia del centrosinistra? Badate; stiamo parlando di questo.

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