Il ritorno di Berlusconi e il misero fallimento dei moderati italiani (e pugliesi)

La riaffermata volontà di Berlusconi di rimanere indiscusso padrone del suo partito, di imporne i destini futuri e attraverso una rigorosa selezione di parlamentari fedelissimi cercare (con tutti i mezzi) d’impedire che si archiviasse la “lunga notte” della politica italiana, ha avuto il singolare merito di disorientare i principali opinionisti dei giornali italiani (specie quelli moderati). Erano in tanti a ritenere che l’affrancamento del Pdl dal vecchio padrone e il suo passaggio verso un neo moderatismo di stampo “montiano”, fossero oramai processo avviato e irreversibile.

Certo si diceva, bisognerà “rassicurare” il vecchio satiro, garantendogli che i suoi interessi sarebbero stati salvaguardati e che le sue beghe con la giustizia non lo avrebbero condannato alla stessa fine di Bettino Craxi. Ma il destino di Alfano e soci era, secondo i più, quello di diventare i protagonisti di un nuovo soggetto moderato. Sbagliato.

Berlusconi è in campo. Certo oggi assomiglia più al comandante del Titanic che all’uomo della provvidenza che sconvolse tutti gli scenari politici nel ’94. Intanto è lì. Forse la ragione più profonda di questa decisione andrebbe ricercata proprio nella debolezza del “moderatismo” italiano. Insomma è un fatto che la crisi del PdL (d’immagine e consenso) non abbia avvantaggiato nessuno tra i tradizionali partiti di centro. Dopo un anno di tentativi, il progetto di Fini e Casini di utilizzare il governo Monti per logorare entrambi i poli e riaffermare l’egemonia di una forza centrista in questo paese, è fallito.

Le primarie del Pd indicano che l’area del centro sinistra è solida, mantiene i consensi dei tempi di Prodi e si avvia a vincere le elezioni. Dall’altra parte il Pdl che ha deciso di rompere con Monti, e il suo programma, si avvia necessariamente ad accentuare i contorni di progettualità eversive e populista. Su questa linea Berlusconi tenta di ricomporre il patto con la Lega (anche sacrificando Formigoni a Milano) e probabilmente spera di ammiccare all’ingenua truppa “grillina” che si appresta ad approdare in massa in Parlamento.

Nessuno si illuda che il Berlusconi del 2013 sia diverso da quello che abbiamo conosciuto in questi anni. Anzi proprio la radicalizzazione delle condizioni economiche del paese ( l’impoverimento dei ceti medi rilevato dal Censis in primo luogo) le ulteriori manovre correttive che l’Europa potrà richiede ad un paese dove il PIL non cresce e il debito pubblico aumenta, tendono a definire un partito sempre più anti europeo e più vicino alla “pancia” della gente.

Cosa faranno Fitto e Mantovano? Il secondo ha avuto il coraggio di rompere subito con il diktat di Berlusconi ed è stato uno dei cinque parlamentari a votare la fiducia a Monti. Sicuramente la pagherà. Probabilmente con Alemanno e altri ex An sta cercando altre soluzioni.

Fitto tace. Da una parte conosce l’istinto rabbioso del capo che sarebbe capacissimo di depennarlo dalla lista regionale. Dall’altra comprende benissimo che l’esito inevitabile del nuovo partito berlusconiano sarà all’insegna dell’estremismo “nordista”. Comunque per lui in quel partito si profilerebbe un ruolo marginale e di pura copertura. Sarebbe quindi questo il momento delle scelte. Ma questa è un’altra triste caratteristica dei moderati italiani. Non hanno coraggio.

Allora che mangino il panettone con il Berlusca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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