La giustezza della comunicazione di Bersani

Non spumeggiante ma nemmeno incolore; la comunicazione di Pierluigi Bersani per le primarie del centrosinistra è stata semplicemente giusta. Quindi efficace: ha disinnescato l’incalzante rottamazione renziana. 6 politico. E mai punteggio poteva essere migliore per il segretario del Pd; se poi si pensa che partiva quasi da zero, allora quel 6 diventa facilmente un 7 (all’impegno). Fin troppo facile? A giudicare dal dibattito in corso in questi giorni, forse sì.
Chissà perché l’ecosistema dei comunicatori politici si avvita nelle analisi post voto con una certa incredulità attorno l’exploit elettorale e comunicativo di Bersani, senza per altro riconoscerlo del tutto, giustificandolo attraverso un fitto intreccio di apprezzabili teorie un po’ troppo cervellotiche: per molti analisti il segretario del Pd avrebbe vinto “senza comunicare”; per altri ancora tra Bersani, Renzi e Vendola ha prevalso il meno dotato socialmediaticamente (“#Primarie: Bersani vince e ‘perdono’ i social media”, titola Dino Amenduni in suo post su Valigia Blu). E poi c’è anche chi, come la semiologa-blogger Giovanna Cosenza, sottolinea gli apprezzabili miglioramenti comunicativi del burbero emiliano che però rimane pur sempre uno “studente alle prime armi”.

Non c’è che dire, hanno tutti ragione (Sorrentino docet). Ma perché non ammettere senza remore, per una volta, che l’anticristo della comunicazione – per sue stesse, infelici, ammissioni – ha comunicato bene? Perché non dire che Bersani ha dato prova di essere sì uno studente alle prime armi, ma un buon studente?
A differenza di Renzi e Vendola il leader del Pd è stato il più autentico; ha vinto sul terreno, lasciato libero, della semplicità. Ha comunicato mostrando una certa abnegazione (tipica di uno “studente alle prime armi”), con diverse sbavature, ma non facendo mai mistero dei suoi limiti. Non ha fatto l’errore, Bersani, di artefare la sua comunicazione, allontanandola da sé, come hanno fatto Vendola e come, per certi versi, ha fatto Renzi.
Bersani era il candidato forte, il candidato appoggiato dall’apparato, il candidato che all’opinione pubblica rappresentava “il vecchio che avanza” o, se preferite, “l’usato garantito”. E, con queste caratteristiche, un cliente difficile da far passare all’interno della selettiva mediasfera socailmediale. Forse anche per questo i social media non sono stati centrali nella strategia comunicativa del segretario, rivelando al mondo dei comunicatori una verità sconvolgente: Facebook e Twitter sono importanti, a volte fondamentali, ma in politica non sono tutto. E sono funzionali a chi è già naturalmente accettato – per attitudine – dalla comunità socialmediale.

Certo, il segretario del Pd ha tweettato, postato, commentato. Ha condiviso foto, retweettato e taggato. Ha ceduto qualcosa alla deontologia del pd-prima-di-tutto e si è fatto sedurre da una certa “personalizzazione” nei suoi messaggi, così come non aveva mai fatto prima d’ora. Insomma, si è messo in discussione. E quando uno studente si applica e ottiene dei risultati è sempre più interessante di chi è bravo e campa di rendita (Vendola) o di chi con la sua spigliatezza maschera una preparazione claudicante (Renzi).
Socialmediaticamente parlando, Bersani ha intrapreso la sfida elettorale coerente al suo essere “old school”, esibendo un’invidiabile capacità di adattamento. E, probabilmente senza volerlo, ha comunicato umiltà. Dote sempre molto apprezzata in tutti gli ambiti professionali e umani. Nel caso di Bersani, poi, non hanno perso i social media in quanto tali. Semmai ha perso l’idea che bastino solo quelli per cementificare il consenso. Basti ricordare che lo stesso Vendola – pur sempre tra i più innovativi comunicatori politici italiani, forse il più attento alle dinamiche socialmediali – nel 2010 si è dovuto inventare le Fabbriche per restituire senso alla sua intensa attività su Facebook e Twitter. Dal “mi piace” al voto il passo può essere molto lungo. Lezione che il governatore pugliese sembra aver dimenticato.
Da questo punto di vista Bersani ha solo da imparare. Per quanto, chiamatela pure fortuna del principiante, la comunicazione messa in campo dal segretario democratico è parsa adeguata. E, per certi versi meritoria: ha reintrodotto il principio della “giustezza”. Il che non sarà rivoluzionario o particolarmente seducente, ma è pur sempre un merito che nelle comunicazioni di questa competizione per le primarie del centrosinistra ha fatto la differenza.

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