Se questa è innovazione: web tv al bivio tra giornalismo e advertising

Venerdì a Lecce si è tenuto un seminario di studi organizzato dal Corecom Puglia sulle web tv. Erano presenti quelle che sono le diverse parti in causa nella spinosa questione dell’evoluzione del modo di informare, attraverso il video, che il mezzo Internet sta favorendo. C’erano il Corecom Puglia (che è una diramazione regionale dell’Agcom, l’autorità garante delle comunicazioni in Italia) rappresentato dal presidente Felice Blasi. C’erano alcune web tv locali, rappresentate da Giampaolo Colletti, fondatore di Altra-tv, un portale che monitora e mette in rete le esperienze delle diverse web tv italiane. C’era l’ordine dei giornalisti. C’era l’istituto Rosselli che ha presentato uno studio sul “fenomeno” comparando la diffusione e il peso (crescente) delle web tv con quello dell’emittenza locale (in Puglia ce ne sono più di 70, ed è la terza regione in Italia).

Il risultato di questo seminario somiglia molto alla confusione che regna sul vasto mondo delle web tv in Italia. E non è che il Corecom, una delle cui mission, ha detto Felice Blasi, il presidente, è “governare la complessità”, non se ne renda conto.

Perché non c’è nulla di più complesso del catalogare e immaginare una regolamentazione dell’universo delle web tv in Italia. Alcune producono informazione, sono delle realtà che fanno della “prossimità giornalistica” il punto di forza della loro identità. Altre fanno un lavoro commerciale, tutto sommato non dissimile ad una agenzia pubblicitaria che produce video in proprio per conto di clienti. Altre ancora sono integrate in portali di informazione. Altre sono video-blog. Altre sono testate giornalistiche registrate e assumono, nel confezionare i propri lavori, i rischi e le regole, la deontologia e il valore aggiunto di chi svolge la professione giornalistica. Tutte (o quasi) sono povere. Alcune sono riuscite a stabilire rapporti con le pubbliche amministrazioni o con assessorati particolari dei quali contribuiscono a far conoscere le attività. Altre lavorano sulla strada, documentando verità scomode.

Allora ecco la prima difficoltà che è emersa nel dibattito. Qual è la definizione di web tv? A quanto emerso la definizione non può essere altro che “tecnica”. Dicesi web tv un sito internet “videocentrico”, fondato sulla centralità dei materiali audiovisi autoprodotti. Oltre non si riesce ad andare, se non scadendo nella retorica del tipo quella proposta da Colletti. In sostanza: le web tv sono le realtà più vicine al territorio, perché proprio per la loro piccola dimensione sono in contatto diretto con quello che avviene sulla strada, eccetera, eccetera. Una verità che suona vera per chi si occupa di video inchieste o di informazione video sul web. Ma, come detto, le web tv non sono solo questo. E ciò a causa di un problema fondamentale, che è il secondo grande tema emerso nella serata: la sostenibilità economica delle web tv. Fare informazione in presa diretta richiede molta passione e competenza giornalistica. Ovvero il saper distinguere, ad esempio, tra immagini trasmissibili e immagini che non possono essere trasmesse. La capacità di analizzare i fenomeni sociali (e politici) e di raccontarli con competenza, senza scadere nel ruolo di “reggimicrofono”. Per fare ciò servono giornalisti e le web tv – nella maggior parte dei casi – non possono permettersi di pagare giornalisti. Anche perché il mercato dell’advertising sui media audiovisivi è, secondo la ricerca dell’Istituto Rosselli, appannaggio delle tv tradizionali per il 98 per cento. Allora, questo il suggerimento venuto da Colletti, le web tv devono cercare di diversificare i canali di approvvigionamento attraverso l’attività di web agency, che però spesso finisce per ingoiare tutto o quasi il lavoro di una web tv che da strumento di consocenza diretta della realtà diventa semplice strumento di promozione pubblicitaria sul web (nelle sue molte forme, compresi i social network) di realtà commerciali o politiche. E viene meno tutta quell’aura di media indipendente dedito al racconto della strada. Un discorso contraddittorio, quindi. O, se preferite, un cane che si morde la coda. A meno che informazione e contenuti promozionali non siano oppurtunamente distinti (altro obbligo in capo a testate registrate) e opportunamente equilibrati per non svilire il prodotto, che dovrebbe avere una linea editoriale (altra caratteristica chele web tv locali raramente hanno).

Nel dibattito di ieri sera alcuni rappresentanti di web tv hanno polemizzato con il Corecom sul tema del rimborso che il governo eroga ogni anno in favore delle tv (tradizionali) locali rispetto alle spese di funzionamento. E che viaggia, in Puglia, sulle decine di milioni di euro (a proposito Blasi ha annunciato che ai primi di dicembre dovrebbe essere erogato a favore delle tv locali il rimborso relativo agli anni 2010 e 2011). Qualcuno è arrivato a dire che basterebbe una piccola frazione di quel rimborso per aiutare le web tv a crescere e consolidarsi. Questione discutibile. Le tv locali ricevono quel rimborso in quanto, essendo media che forniscono informazione al territorio attraverso il lavoro di giornalisti di professione (come lo facciano è tutta un’altra storia), svolgono un servizio di pubblica utilità. È questo che giustifica il rimborso e che in alcuni casi rende sostenibile l’attività stessa delle tv locali. Teorizzare un rimborso o un sostegno pubblico per le web tv senza che queste accettino di sposare sul piano professionale le regole della corretta informazione e della deontologia giornalistice e sul piano imprenditoriale che il costo del lavoro di giornalisti iscritti all’ordine (portatori di doveri ben precisi), equivale a presentarsi con il cappello in mano davanti allo Stato a chiedere un sussidio. E non è un bel modo di presentarsi per realtà che si dicono “innovative”.

Peraltro, attraverso quello che appare un gesto francamente estremistico, l’Ordine dei giornalisti della Puglia ha annunciato, per bocca di Nicola Lorusso, il vicepresidente, esposti e denunce per “esercizio abusivo della professione” nei confronti di web tv che confezionano prodotti giornalistici senza essere testate registrate o affidandosi a personale non giornalista. L’articolo 21 della Costituzione garantisce a chiunque, nel rispetto degli altri, di pubblicare e diffondere informazioni al di là dell’iscrizione o meno all’Ordine o della registrazione o meno della testata al Tribunale. Anche per questo un ricorso simile è già stato bocciato al tribunale di Trieste che ha respinto una denuncia presentata dall’Ordine di quella regione contro una web tv che svolgeva servizi per enti pubblici.

Il tema, allora, resta complesso e non sarà risolto contrapponendo opposti estremismi. Quello di chi in nome di una non verificata prossimità al territorio si sente in credito con la società e quello di chi sostiene che solo la rigidità di un Ordine può garantire una informazione utile e corretta agli utenti. Il seminario di venerdì è servito quantomeno a sollevare il tema nel dibattito pubblico, in attesa di una regolamentazione del settore. Come sempre, però, il legislatore e il regolatore più potente è l’utenza, il pubblico. Che, in fin dei conti, può, distribuendo i propri click, preferire prodotti di qualità diffusi dalle web tv migliori (giornalistiche, documentaristiche, di intrattenimento e quant’altro) a scapito di quelle che si occupano prettamente di fare pubblicità (che, non a caso, non usufruiscono dei servizi Audiweb e raramente presentano risultati di traffico ai loro clienti).

In fondo è già così. La selezione “naturale” in questo modo potrebbe avvenire sulla base della qualità del contenuto prodotto. Perché, in fin dei conti, dire nel 2012 che le web tv sono qualcosa di “innovativo” equivale a non voler uscire da quel limbo iniziale dove tutto e il contrario di tutto convivono. Le difficoltà economiche che il web vive rispetto ai media tradizionali riguardano tutti i settori, in particolare quello dell’informazione. Così come, nel Salento ne siamo testimoni, la contrazione del mercato pubblicitario sta facendo piazza pulita anche tra le tv locali: che non hanno saputo rinnovare i format, non hanno scommesso sulla qualificazione delle risorse umane e che non hanno avuto editori all’altezza della sfida tecnologica. C’è crisi e ne usciremo, anche (soprattutto?) grazie al web. L’importante è che a crescere, prima di ogni altra cosa, sia la consapevolezza di chi fruisce delle informazioni. Per riconoscere quelle utili, quelle inutili e quelle che sono (solo) pubblicità. Oltre la retorica.

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