Quando il risparmio è creativo: il bluff di Perrone sul filobus

La pellicola in cui Totò si spacciava per proprietario della fontana di Trevi e tentatava di venderla al signor Decio Cavallo, allocco “paesano” di turno, si chiamava Totòtruffa ‘62. Quella in cui il sindaco di Lecce Paolo Perrone annuncia ai leccesi, allocchi cittadini, di aver risolto la questione Filobus, riuscendo a risolvere a proprio vantaggio il contenzioso con le aziende costruttrici, purtroppo non è una pellicola. Ma a suo modo è comunque un imbroglio che porta il nome di un’amministrazione comunale che prova a vendere per oro una patacca color giallo.
Come altro si potrebbe inquadrare una vicenda per cui il Comune di Lecce pagherà esattamente ciò che l’Ati appaltatrice aveva preteso già due anni fa, ma che a mezzo stampa esibisce una vittoria che non esiste solo per aver ottenuto di non pagare gli interessi di mora? Vediamo.

Da una parte le aziende che hanno eseguito i lavori del filobus (Sirti, Imet, Van Holl, Vossloh Kiepe), dall’altra il Comune di Lecce. Nel marzo 2010 le aziende chiedono (con decreto ingiuntivo) il riconoscimento di 5 milioni 770mila euro + Iva (6milioni 190 iva inclusa). A questi si sarebbero dovuti aggiungere gli interessi di mora, che al 30 ottobre 2012 erano pari a 2 milioni 100mila euro. Totale: 8 milioni 295mila euro.
Nel luglio dello stesso anno il Comune di Lecce, attraverso l’avvocato Domenico Guadalupi, non solo riteneva di non dover riconoscere tale cifra, ma chiedeva alle stesse aziende un risarcimento danni pari a 5 milioni per il ritardo – oltre due anni – con cui hanno consegnato l’opera.
Oggi, 27 novembre 2012, la notizia. Le parti, in via bonaria, hanno convenuto a una soluzione: il Comune di Lecce dovrà riconoscere all’Ati 5 milioni 571mila euro Iva e spese legali incluse da erogare in due comode rate annuali di 2 milioni 500mila euro, più una da un milione 71mila euro nel 2015. In sostanza il Comune di Lecce ha risparmiato ben 2 milioni 724mila euro: 600 euro in più rispetto agli interessi di mora. Interessi che se il Comune avesse pagato per tempo non sarebbero maturati.

Ma per il sindaco Perrone e l’avvocato Guadalupi questa è una battaglia legale vinta, ed è anche il colpo di scena – secondo loro – che fa calare il sipario sulla vicenda del filobus. Questione di punti di vista. Certo è che per i leccesi quest’ennesimo tentativo di mischiare le carte in tavola non è che la continuazione di una vicenda che puzza di bruciato. E la puzza è tanto forte quanto è inutile il filobus. Perché, al netto di qualsiasi interpretazione (o presunto risparmio), sempre di un’opera di straordinaria inutilità si sta parlando.
A ben pensarci, l’unica vera differenza tra la pellicola e la realtà è che Totò, alla fine, la fontana di Trevi l’ha venduta. Il Comune di Lecce, invece, il filobus lo sta pagando tutto, centesimo su centesimo. Alla faccia del bicarbonato di sodio.

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