Perché il bagno del Museo Storico di Lecce è tanto speciale

E’ un fatto che il Must, il Museo Storico della Città di Lecce, non abbia ancora ospitato mostre d’arte degne del restauro con cui il governo cittadino ha trasformato l’ex convento delle Clarisse in uno spazio espositivo straordinario (è passato da parte a parte da vedute del centro storico, aperto com’è a sud al Teatro Romano e a nord al campanile del Duomo): luminoso, modulare, bello da vedere e da percorrere.

Quel che è certo è che, nell’attesa che si compia la speranza per cui un giorno al Must venga a trovarci forse non Raffaello né un Raffaellino, ma almeno un fiammingo da Vanvitelli in su; un action painter da riscoprire alla Conrad Marca-Relli; per non parlare di un corregionale sublime, come il barlettano Giuseppe De Nittis; il Must vanta comunque una toilette mozzafiato. E’ senza alcun dubbio una delle più suggestive della città, in grado di dare punti perfino a quella, di cui parlammo qualche tempo fa, della gelateria Crem.

Quando hai bisogno, al primo piano del Must, tu pensi di andare solo al bagno: in realtà, ti si apre un mondo. La porticina che dà accesso alle toilette museali è anche l’unica via di accesso a una serie di terrazze e terrazzine sulle bellezze storiche e archeologiche che avvolgono la struttura e la tua voglia di esplorare quei territori sconosciuti, nella stessa solitudine perfetta con cui, di norma, ti rechi alla latrina.

Ma solo se hai l’ardire di valicare le colonne d’Ercole costituite dalla porta a vetrata che separa i lavabi da una dimensione incantata. È come l’armadio delle cronache di Narnia: apri un’anta ed entri in un altro paesaggio, tanto che è impossibile pensare anche al passato prossimo e andare realmente di corpo diventa un optional, qualcosa che ti ancora a una realtà che hai superato.

Quel cesso pensile, sospeso tra sogno e realtà, è il regno della fantasia e intense pause sigaretta, da una scultura all’altra, da un dipinto a una metafora. Quante corse all’inseguimento di colombe, che poi, ovviamente, altro non sono che il Bianconiglio alato di quel paese delle meraviglie.

Quanto è lontano il resto della città mentre sei a quell’altezza, a fare i conti solo con te stesso, le nuvole, il barocco e il fatto che probabilmente a quel punto ti sei dimenticato di pisciare. Quanto è lontano il giovane che, perpendicolarmente a te, qualche metro più sotto, nel vicoletto si è invece ricordato benissimo di orinare oltre la grata del cancello del Teatro.

Quando, dopo un’escursione negli ampli orizzonti offerti dalla visita al bagno, devi ritorni alla realtà, ne fai quasi un cruccio. Seconda terrazza a destra e poi dritto fino allo scopino.

“Sto andando un attimo in bagno”, ti dice l’amica con cui sei andato ad esperire, per l’ottava o nona volta, i valori spaziali delle sculture falloformi di Cosimo Carlucci. In cuor tuo, se conosci il bagno del Must, sai già che la rivedrai dopo qualche ora, e non sarà più la stessa amica, dopo aver perso dieci, venti volte il conto dei gradini del Teatro Romano per un raggio di sole che era passato per sbaglio tra un palmizio del Palazzo dei Conti di Lecce e uno stimolo uretrale.

Se facessero anche solo una mostra di foto o di pittori vedutisti specializzati nelle visioni dalle terrazze del bagno del Must, ecco, quella sì che sarebbe una mostra must. Dobbiamo parlarne al direttore Ninì Elia al più presto, magari convocando una riunione in quello specialissimo ufficio su cui, anche quando le stelle sono già in cielo, non tramonta mai la fantasia.

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