L’altra versione del rapimento Spinelli

A parte un’istintiva diffidenza per le tesi difensive generalmente utilizzate dall’avvocato Ghedini, non ci sarebbero motivi, questa volta, per diffidare della sua ricostruzione del “rapimento Spinelli”. Un gruppo di “balordi” avrebbe tentato di estorcere una grossa cifra a Berlusconi (forse 35 milioni di euro) utilizzando, come strumento di pressione sia il rapimento di un suo fedelissimo, sia lo scambio con una presunta documentazione, favorevole a Berlusconi, sulla vicenda del lodo Mondadori. Del resto la stessa procura di Milano sembra unicamente interessata a stabilire se è stato pagato un riscatto, e quanto.

Quello che proprio non si capisce è allora per quale motivo la Procura di Bari si sia affrettata a negare qualunque collegamento tra la vicenda milanese e l’inchiesta sulle “escort” baresi, quelle procurate da Gianpi Tarantini e che avevano allietato le noiose serate del vecchio satiro. Né il commissario della mobile che aveva compiuto gli arresti né i giudici milanesi che seguono l’inchiesta si erano avventurati su ipotesi tanto suggestive. Al massimo i pm milanesi avevano criticato i giudici della Corte d’appello di Roma che avevano concesso una considerevole riduzione di pena al capo banda dei rapitori, Francesco Leone detto “Ciccio u guastat”, nonostante il suo evidente “profilo criminale”.

Ma allora perché le fonti vicine al capo della Procura si sono affrettate a ricostruire tutto il percorso criminale di Francesco Leone, con l’unico scopo di escludere ogni collegamento tra le notti di Arcore e il rapimento Spinelli? E’ vero che da giorni circola una tesi abbastanza “originale” sulle ragioni del ricatto. Secondo questa esisterebbero alcuni video privatissimi, e anche registrazioni audio, che alcune furbe escort avrebbero consegnato ad ambienti contigui alla malavita barese.

Forse Leone n’era venuto a conoscenza, forse ne era entrato in possesso (la sua amicizia con Radames Parisi, parente del boss della mala barese Savino, e compagno di una delle escort di Arcore è accertata), in ogni caso avrebbe pensato di utilizzare questa “debolezza” dell’ex premier per una facile estorsione. Siamo nel campo d’ipotesi del tutto fantasiose quindi; oppure per quanto verosimili del tutto estranee all’oggetto dell’indagine.

Insisto allora. Perché allora i vertici della “discussa” procura barese, da nessuno chiamati in causa, si sono sentiti coinvolti? Ecco potremmo collocare anche questo fatto nella nostra rubrica settimanale “a pensar male si fa peccato ma, quasi sempre, s’indovina”.

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