Il punto sull’Ilva: sequestri, ricatti e dramma occupazionale

Era una decisione che era nell’aria da tempo e che nel primo pomeriggio di oggi ha trovato conferma: i pm della Procura di Taranto hanno detto no alla richiesta di dissequestro degli impianti dell’area a caldo presentata dal presidente dell’Ilva Bruno Ferrante martedì scorso. Ora la decisione definitiva spetterà al gip Patrizia Todisco, lo stesso che il 25 luglio scorso firmò il provvedimento di sequestro. Continua, dunque, il braccio di ferro tra il siderurgico e la magistratura tarantina che non si è fatta intimorire dalle pressioni esercitate dai vertici dell’azienda, prima tra tutte,  la presentazione di un programma di cassa integrazione per un periodo di 13 settimane che interesserà circa 2000 operai impiegati nell’area a freddo (non sottoposta a sequestro). Una decisione che ha sconcertato i sindacati e che è stata motivata dall’ Ilva da “contrazioni del mercato” anche se l’azienda si appresterebbe a firmare due importanti commesse. Da lunedì scorso, non essendo stato trovato un accordo sul ricorso alla cassa tra l’ ‘Ilva e Fim, Fiom e Uilm, sono scattate le ferie forzate per 500 operai e la prossima settimana altri 200 dovrebbero subire la stessa sorte. Nell’incontro di due giorni fa con i vertici aziendali le sigle sindacali si sono rifiutate di parlare del ricorso alla cassa integrazione fino a quando l’Ilva non farà finalmente chiarezza sul futuro di tutti i lavoratori smettendo di trincerarsi in un insopportabile e lacerante “vedremo”.

“Non si può pensare di discutere della sorte di duemila operai dell’area a freddo- ha commentato Antonio Talò della Uilm- mentre incombe il rischio concreto di esuberi per i reparti dell’area a caldo attualmente sotto sequestro”

La decisione dei pm di oggi, dunque, rischia di gettare benzina sul fuoco su una situazione già di per sé esplosiva con gli operai prime vittime di un futuro che pare sempre più senza via d’uscita.

L’Ilva nel presentare l’istanza di dissequestro si è detta impossibilitata a mettere in atto le prescrizioni indicate nell’Aia senza la piena disponibilità degli impianti in quanto “l’ovvia insostenibilità economico-finanziaria delle condizioni di esercizio condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell’attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo”. Con gli impianti sotto sequestro, ha aggiunto l’Ilva, nessuna banca sarebbe disposta a finanziare i circa 3,5 miliardi di investimenti in 3 anni per far fronte alle prescrizioni contenute nell’Aia.

La tesi dell’azienda non ha mai convinto la Procura: perchè è impossibilita a mettere in atto le prescrizioni dell’ Aia a causa del  sequestro degli impianti, mentre così non avviene quando si tratta di continuare a produrre? “C’è una situazione davvero singolare – ha spiegato Cosimo Panarelli, segretario Fim Cisl Taranto – nel senso che l’Autorizzazione integrata ambientale è stata rilasciata, il ministero dell’Ambiente ha approvato il piano dell’Ilva sull’Aia e l’azienda resta ferma e non fa partire i lavori di messa a norma della fabbrica sotto il profilo ambientale perchè, afferma, c’è il sequestro giudiziario che glielo impedisce. Da questa situazione bisogna uscire al più presto facendo chiarezza”.

Il presidente Ferrante, nel presentare l’istanza di dissequestro, ha “bocciato” apertamente la Procura sostenendo che la strada indicata dai magistrati tarantini è “senza uscita, senza uno sbocco e senza un futuro”, al contrario di quella tracciata dal governo che “pone un orizzonte, una prospettiva”

Nei giorni scorsi, inoltre, l’azienda ha presentato uno studio commissionato ad illustri esperti che “smonterebbe” i dati sconvolgenti emersi dall’indagine epidemiologica Sentieri e secondo la quale “I livelli di PM10 registrati a Taranto – peraltro inferiori rispetto a moltissime altre città italiane ed estere – non possono essere considerati responsabili di presunti eccessi di patologie”.

Nonostante la magistratura tarantina abbia disposto sin dal 25 luglio lo stop ad alcuni degli impianti del polo siderurgico, questi non sarebbero mai stati fermati. Tuttavia i giudici, comprendendo la particolarità e la delicatezza del caso con circa 18.000 operai tra diretti e indiretti in preda alla disperazione, hanno preferito non imporre un’ accelerazione confidando nel buon senso del siderurgico. Si attendevano pero’ un segnale di buona volontà da parte dell’azienda con l’avvio delle operazioni di adeguamento alle prescrizioni Aia che non è mai arrivato. Se il gip Todisco continuerà a mantenere la posizione ferma fin qui dimostrata ribadendo il no, probabilmente la prossima settimana, al dissequestro degli impianti non è facile prevedere quale sarà il futuro di Taranto. Se l’azienda, come ha intimato, smetterà di produrre che ne sarà del futuro di migliaia di operai e delle loro famiglie? Come sarà possibile porre un argine alle inevitabili tensioni sociali che già sono esplose in modo preoccupante negli ultimi mesi? Che strade sarà possibile percorrere per tentare un processo di riconversione professionale in grado  riassorbirli almeno in parte in un mercato del lavoro sempre più stagnante?A chi spetterebbe il compito di bonificare un’area (e un aria) ammorbata dai veleni per decenni?Domande drammatiche a cui in questo momento è difficile dare risposte esaustive. Dopo 50 anni sotto la mannaia del ricatto occupazionale che postdatato ogni tentativo di affrontare in maniera concreta e strutturata da parte delle istituzioni e delle parti sociali il problema del rapporto tra il diritto al lavoro e quello preminente alla salute (come sancito dalla nostra Costituzione) fino all’intervento della magistratura del luglio scorso, non è un’impresa agevole trovare in pochi mesi la luce in un tunnel oscuro e che pare senza via d’uscita.

 

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