STORMY MONDAY #24 – Per strade ed osterie, vino e malinconie

Archiviata la festa di San Martino, le occasioni per continuare a bere (per celebrare o dimenticare) non sono mancate nell’ultima settimana. Non sono mancate neanche le occasioni di ascoltare musica e vedere tanti concerti, che come il vino uniscono le persone e le fanno cantare. Ma i vini, così come i cantanti, non sono tutti uguali, e bisogna distinguerne uno buono da uno cattivo prima di cominciare a bere, ché dopo, vien da sé, la lucidità si perde per strada, i sensi si annebbiano e tutte le ragazze che vedi ti sembrano bellissime.

Per evitare brutte sorprese, ecco una breve rassegna enologico-musicale dei vini della settimana.

IL POLIEDRICO. Dal tacco sud-orientale della Sicilia proviene il Nero d’Avola, prodotto in provincia di Siracusa, e buono con gli arrosti. Poco lontano da lì nasce anche il trombettista italiano più nazionalpopolare, quel Roy Paci che da qualche anno ha scelto un altro tacco sud-orientale, quello salentino, come base per i suoi studi di registrazione, i Posada Negro, in cui sono stati prodotti, fra gli altri, l’ultimo disco di Niccolò Fabi, “Ultimamente” dei Sud Sound System e “Canzoni per un figlio” dei Marlene Kuntz. Proprio a Lecce, ai Cantieri Teatrali Koreja, Roy ha presentato il suo misterioso progetto CorLeone: un disco all’attivo, “Wei-Wu-Wei”, risalente al 2005, lontano dalle esperienze più televisive e dalla spensieratezza dei ritmi ska e reggae degli Aretuska, e molto più vicino ai primi lavori più avanguardistici di questo salentino d’adozione. Si tratta di un jazz sperimentale (ma numerose sono le sfaccettature stilistiche) con incursioni nell’elettronica e richiami ai lavori dei primi Weather Report e a “Sketches of Spain” di Miles Davis. L’intensa performance ai Koreja (oltre alla tromba e ai sax, una chitarra elettrica, un basso con licenza di programming e alla batteria il valente “Vadrum” Vadrucci) ha messo in luce la schizofrenia del buon Roy, che da anni si muove tra sperimentazioni e grande pubblico, senza riuscire a coniugare le due anime in un unico progetto, purtoppo, ma portando avanti una miriade di collaborazioni diverse, che stargli dietro diventa una cosa impossibile, nonostante abiti nel Salento.

IL GLOCAL. Ovvero il negroamaro in quanto vino e i Negramaro in quanto band. Il gruppo capeggiato da Giuliano Sangiorgi (uscito di recente anche con un romanzo, “Lo spacciatore di carne”, edito da Einaudi) ha pubblicato il 6 novembre il suo primo best of, “Una storia semplice”: trenta brani in totale, con i più grandi successi dei Nostri, tra tormentoni estivi e collaborazioni (misteriosamente escluso il terribile featuring coi Mattafix contenuto in San Siro Live). I sei inediti – che oscillano tra intimismo (“Sei”) e melodie radiofoniche, con un certo riferimento al suono dei Coldplay (il singolo “Ti è mai successo?”) e la presenza di passaggi tirati ed eccessivi (“La giostra”) – non aggiungono niente di nuovo alla consolidata formula di pop-rock dal respiro internazionale e emozionalità made in Italy. E di certo lasciano aperti degli interrogativi sul primo posto raggiunto nella classifica FIMI-Nielsen dei dischi più venduti in Italia. Il primato si può leggere in due modi: se la bevuta di Negroamaro ci prende bene, è il giusto riconoscimento a una carriera di alto profilo; se ci prende male, un chiaro segnale che Natale si sta avvicinando (e una raccolta, si sa, accontenta tutti).

L’ESPORTABILE. Malinconici e passionali come il Chianti sono i Mantra Above The Spotless Melt Moon, formazione campana dal nome evocativo, esordiente o poco più: un EP, due dischi e una significativa collaborazione al debutto, nel 2008, con i God is an Astronaut per la francese Arghh! Records; i Mantra ATSMM rileggono in chiave personale sonorità post-rock (senza disdegnare una certa pulsione progressive), arricchite senza dubbio dalla voce della cantante/chitarrista Adriana, e dalla continua tensione strumentale tra intimismo ed esplosioni improvvise. Al contrario del Chianti, che è apprezzato sia all’estero che in patria, i Mantra ATSMM, nonostante le collaborazioni internazionali (oltreché con i God is an Astronaut, anche con Eugene Robinson degli Oxbow), non sono però riusciti ancora ad affermarsi in Italia, come testimonia lo sparuto pubblico radunato per il live al Black Betty. Un’esibizione precisa e pulita, e più che dignitosa malgrado gli inconvenienti tecnici, in cui i Mantra ATSMM hanno proposto l’ultimo disco “Ghost Dance” (“Head or Tails”, “Blue Army”), il singolo strumentale “The Fog” e infine alcuni brani del disco bianco, “Defetead Rooms”, con l’intensa “Lines of Fire Bless the Mountain” a chiudere un concerto deludente per il gestore del locale, ma concordemente apprezzato dai presenti.

IL VIOLENTO. Un corposo Lambrusco dell’Emilia, dalla forte presenza, è il vino giusto quando si vogliono menar le mani; come colonna sonora, niente di meglio che la furia di Bologna Violenta (aka Nicola Manzan, in realtà trevigiano) e degli ZEUS! (che invece da Bologna ci provengono per davvero), in scena all’Istanbul Cafè di Squinzano. Bologna Violenta esordisce nel 2006 con il disco omonimo, cui fanno seguito altri due lavori nel 2010 (“Il nuovissimo mondo”) e nel 2012 (“Utopie e piccole soddisfazioni”), diventati quasi degli oggetti di culto. Vengono frullati insieme riffoni hardcore supersonici, drum machine dai ritmi infernali (che ricordano il terrorismo sonoro di Atari Teenage Riot), citazioni cinematografiche di b-movies (meno presenti tuttavia nell’ultimo lavoro) e orchestrazioni per archi (il Manzan è diplomato in violino ed è cresciuto a dosi di Mozart e Bach). Il risultato che si ottiene può essere definito come un grindcore orchestrale, dal suono articolato e violento. Tuttavia, la sfida di riproporre dal vivo un suono così complesso è vinta solo in parte: il live si presenta un po’ monocorde e ripetitivo, e malgrado la teatralità di Nicola il pubblico risulta poco coinvolto. La sensazione è quella che il progetto Bologna Violenta sia preferibile nella sua dimensione studio, consigliabile peraltro solo ai forti di stomaco e di timpano, non è che uno sceglie di chiamarsi così per caso. Più convincente invece il live degli ZEUS!, duo formato da Luca Cavina (Calibro 35, Transgender, Pornoise) al basso distorto e Paolo Mongardi (Ronin, Fuzz Orchestra, e anche Il Genio, ma non facciamolo sapere in giro) alla batteria. Pezzi punk-noise/mathcore tiratissimi e sincopati, cambi di tempo e di registro continui, capacità tecniche fuori dal comune, e come se non bastasse un’energia d’altri tempi. Quando i due irsuti imolesi rallentano i ritmi con l’oscura e sabbathiana “Ate U” non fanno che rendere ancora più implacabili il fuoco e il rumore degli altri pezzi: i due vanno avanti come un treno, che con la stazione a due passi, è una metafora quantomai calzante.

Due bicchieri di vini random poi: uno per festeggiare il dj salentino Congorock, in tour con nientemeno che Rihanna; e uno per consolare il principino dei cantautori italiani, Francesco de Gregori, apparso nostalgico e deluso nell’intervista rilasciata al Messaggero. Si dice amareggiato in particolare per la situazione della musica leggera italiana, abbandonata dalla discografia e dallo Stato, che non la finanzia preferendo investire sul cinema.

Menzione speciale infine per uno che di vino e osterie se ne intende, l’eterno Francesco Guccini: fratello, padre o nonno a seconda dell’età del suo trasversale pubblico, per il Guccio l’unica cosa importante è sempre stata avere storie da raccontare, che fosse a tavola di fronte a una bella bottiglia di rosso da svuotare o su un palco di fronte a migliaia di persone. A settantadue anni però è arrivato il momento del bicchiere della staffa, con “L’ultima Thule”, disco in uscita il 27 novembre, anticipato dal singolo “L’ultima volta”. Inutile dire che la malinconia è tanta e il vino che è rimasto non basta farla andare via.

Gianmarco Bellavista

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