La partita di Miccolis: pacco, doppio pacco e contropaccotto

Ma davvero pensavamo che Emilio Miccolis sarebbe uscito di scena così, senza colpo ferire, addossandosi tutte le responsabilità del crollo di credibilità istituzionale dell’Università del Salento? E davvero credevamo che avrebbe accettato di fare la parte del cattivo, lasciando a Laforgia la patente del padre tradito, mettendolo per altro al riparo da qualsiasi responsabilità diretta con il suo colorito modo di agire?
In effetti sì, lo abbiamo creduto tutti, ma evidentemente non avevamo considerato il fatto che, passata la fase “emotiva”, anche Miccolis avrebbe ripreso a giocare la sua personale partita di strategia. Tanto, si sa, al peggio non c’è mai fine e l’ex direttore generale dell’Università del Salento ha intenzione di dimostrarlo; con le buone o con le cattive. E, da come si sono messe le cose, esiste la possibilità concreta che possa addirittura rivalersi nei confronti dell’Università qualora l’amministrazione dovesse decidere, come sembra orientata a fare, di non prendere in considerazione la sua richiesta di reintegro. Insomma, oltre la beffa – politica – potrebbe esserci anche il danno – economico.

Sul piano politico il ritiro delle dimissioni è un guanto di sfida a Laforgia. E’ un modo per dire, nel gergo del non detto, che nulla è stato fatto per caso; che nessuna delle parole o degli atteggiamenti incriminati fosse all’oscuro del capo.
E’ l’unica mossa, questa, dalla quale Laforgia non pensava di doversi difendere. Dopo aver tenuto testa ai sindacati, alle pressioni interne del gruppo dei giuristi, alle interpellanze governative di Mantovano e, in ultimo, alle inchieste di TeleRama, il fendente assestato dall’ex braccio destro rimane il più doloroso, e non solo perché inaspettato ma perché lo mette dinanzi a un bivio: o riconoscere un omesso controllo, quindi una leggerezza gestionale, o ammettere che con Miccolis condivideva l’intera linea di atteggiamento istituzionale.

Le possibili ricadute sul piano economico sono invece strettamente connesse alle falle di natura amministrativa che questa vicenda presenta. Vediamo.
Il 23 ottobre scorso il Cda dell’Università pone Miccolis – già sospeso – dinanzi a una scelta: dimettersi dalle sue mansioni di direttore generale o rimanere al suo posto e subire un procedimento di allontanamento per giusta causa. Circostanza piuttosto anomala, sul piano del diritto. Quale pubblica amministrazione offre a un dipendente da cui si ritiene danneggiata la possibilità di dimettersi? E in virtù di cosa il dipendente dovrebbe farlo?
Sta di fatto che Miccolis accetta la via di fuga gentilmente concessa e annuncia le sue dimissioni il giorno dopo, ma con decorrenza dal primo novembre. Altro fatto anomalo. Perché non dimettersi con decorrenza immediata?
Evidentemente Miccolis è un uomo savio e sa che il tempo è buon consigliere. Così, trascorsi sei giorni – siamo al 30 ottobre – scrive una lettera con cui chiede il suo reintegro (con decorrenza immediata, of course). La lettera viene notificata all’amministrazione dell’ateneo il 10 novembre ma, all’attenzione del Senato accademico, arriva solo il 14 novembre. Nel mezzo – il 12 novembre – si tiene l’inaugurazione dell’anno accademico e il rettore Laforgia è tra i pochissimi a essere a conoscenza della lettera di Miccolis (presente in platea).

A questo punto la situazione è davvero ingarbugliata. Se da un lato la richiesta di reintegro di Miccolis si scontra contro il fatto che è stato lui a dimettersi, dall’altro è pur vero che l’aut aut posto dal Cda quel 23 ottobre – dimettiti o ti licenzio – non solo non ha ragione di esistere sul piano formale, ma può essere ritenuto addirittura intimidatorio nei confronti dell’ex direttore. Tanto più che nei suoi confronti non risulta alcuna procedura disciplinare avviata dall’Università. Da qui la possibilità di una causa di lavoro dall’esito incerto e dal peso economico non indifferente per l’Università, qualora dovesse essere risolta in favore di Miccolis.

Le possibilità sono due: o Laforgia è complice della sguaiatezza di Miccolis o è vittima della sua scaltrezza. Oppure, più verosimilmente, è vittima della sua autorevolezza; di quel suo piglio decisionista così incurante delle formalità insite nella macchina amministrativa.
Fatto sta che al rettore sembra essere sfuggita di mano la situazione, avendo sovrapposto il livello personale della vicenda con quello amministrativo. E se era convinto di risolvere la situazione di impeto, facendo leva su un non meglio chiarito “patto d’onore” con Miccolis (così lo definì egli stesso), deve essersi ricreduto. Patto d’onore, ossia: tradita la fiducia, finito il rapporto.
Il problema è che non solo Miccolis ritiene di non aver tradito alcuna fiducia – e inguaia Laforgia sul piano politico – ma sa bene che il “patto d’onore” non rientra nell’alveo del diritto amministrativo.
Il risultato di questo pastrocchio è che l’ex direttore generale ha oggi la possibilità di giocare una partita legittima ai danni dell’Università. Se non fosse che in ballo c’è la credibilità e l’economia di una pubblica amministrazione (quindi di un bene comune) ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate. Ci sarà qualcuno disposto ad assumersi la responsabilità di tutta questa ilarità?

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