Nella terra dei soprannomi è facile sentirsi tutti vicini

A: Salve signora saprebbe dirmi dov’è Rollo?
B: Cine?
A: Il panificio. Mi hanno detto che dovrebbe essere da queste parti.
B: Ma cine lu ‘pappafarina’? E’ chiusu osce figghia mia. Tenìa nu funerale.
A: Ah, mi dispiace. La ringrazio.
B: Te nienti figghia mia ma tie te san cisariu sinti?
A: No signora, sono di Lecce. I genitori di mio marito vivono qui però.
B: Ah, e a ci appartene marituta?
A: Mi scusi?
B: A ci appartene. Te ci è figghiu.
A: Il suo cognome è Faggiano.
B: Ah…li ‘Coculare’. Mo aggiu capitu. Io canuscìa lu maritu te la soru te la nonna ca poi è la mamma te lu maritu te signuria.

Insomma, è chiaro: nella terra dei soprannomi riconoscersi è facile. I cognomi sono un di più, e solo a volte si sommano, ma per rendere più difficile l’opera di identificazione. Nella terra dei soprannomi conservare quell’identità vuol dire difendere il proprio diritto di discendenza, e la discendenza dei soprannomi è, certamente, quella più antica. A San Cesario di Lecce, per esempio, dire: “Quiddhu ete figghiu te lu pappafarina”, significa aprire una finestra su quattro generazioni. Già, perché nella terra dei soprannomi il singolo non vale, a contare, infatti, è il gruppo. Così, per ogni bambino che nasce ci sono almeno quattrocento anni di storia. Che poi il soprannome in questione sia una semplice storpiatura del nome proprio, una banale onomatopea, una contaminazione da diceria, o un modo per riconoscere un mestiere, non ha importanza. La tendenza del soprannome è una vera e propria arte, l’arte dell’accomunare, del rendere simili, e come tale non deve, necessariamente, essere compresa. E’ inquietante e affascinante al contempo sentirsi chiedere da qualcuno: “e tie? a ci appartieni?”. A chi non è capitato in Salento almeno una volta nella vita. Si resta intontiti all’inizio ma subito dopo ci si sente, improvvisamente, ancora figli di qualcuno, di un gruppo, di una comunità. La nostra terra, quella dei soprannomi, in alcuni suoi ‘lembi’ è ancora una terra confortevole, lontana da quelle abitudini malsane che ti fanno dimenticare da dove vieni e dove vuoi andare, una terra in cui i citofoni ci sono perché frutto di un’innovazione che non si può non guardare, ma in cui la gente preferisce chiamarsi dai balconi perché così è più bello, perché, infondo, è vicina, e non serve. Questa ‘cumparanza’, se ci guardiamo bene attorno, in Salento si declina come una vera necessità. Perché è normale chiamarsi ‘pappafarina, coculare, sprusscia, nasone, chizzo, surgicchiu’ se vivi a San Cesario e ti conosci da una vita: sei uno di famiglia. Custodire gelosamente la propria vicinanza, questa la necessità allora. E così resistono la pietra leccese, il barocco, i dolmen, i menhir, e resistono anche i soprannomi attorno ai quali ancora oggi una comunità ha voglia di inventare la propria quotidianità senza dimenticare che, almeno in Salento, è possibile essere ancora tutti vicini.

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