In Prefettura torna la “celere” e il Salento non sa dove cercare lavoro

È stata una mattinata di ordinaria crisi economica per le strade di Lecce, con i lavoratori di cinque delle maggiori vertenze del territorio a urlare le loro ragioni, a sciorinare le loro inaspettate, e nuove, miserie, a invocare il pagamento di arretrati, a reclamare le mensilità di cassa integrazione su cui si basano i loro budget familiari. È stata una mattinata nella quale di fronte alla Prefettura, come negli anni del dopoguerra (quelli nei quali si chiedeva “pane e lavoro” e si rischiava di morire), si è rivista la “celere”, oggi ribattezzata “nucleo antisommossa”. È stata una mattinata nella quale, come da copione, si è percepita la solitudine e di decine e decine di lavoratori e dei loro sindacati. È in mattinate come questa che è più lampante, agli occhi del cronista, la ormai proverbiale “lontananza della politica” della politica dalla vita reale. Soprattutto nei termini del disegno di una prospettiva di sviluppo per il territorio, che sarebbe il compito della classe politica, di ogni colore, e che, da queste parti, è un compito che nessuno sembra aver svolto.

Faceva impressione stamattina questa assenza perché è stato come toccare con mano l’agonia di alcuni dei comparti economici storici del territorio, quelli sui quali si è cresciuto lo sviluppo dalla metà degli anni ’60 ad oggi, quando il mondo intero era diverso. All’ombra di queste agonie, forse solo in parte prevedibili, non si vede crescere nulla di nuovo, nulla su cui puntare, nessun comparto che potrebbe “riassorbire” (brutta parola) questi lavoratori. Da qui una domanda: dove va il Salento? Una domanda necessaria se solo si vuole alzare la testa e gettare uno sguardo oltre la crisi, verso la – fantasmatica – ripresa economica che oltre che di retorica, dovrebbe essere fata di qualcosa di concreto, di nuove nicchie di mercato nelle quali il territorio possa specializzarsi e piazzarsi sul mercato globale.

Più che altri, questo discorso coinvolge i lavoratori del Tac, ormai inseriti in routinarie iniezioni di ammortizzatori sociali, corsi di formazione e manifestazioni. Una platea enorme che ormai si è fatta una ragione della scarsa economicità del settore che li impiegava nel panorama dell’economia globalizzata (al di là delle ragioni e delle colpe di questo declino). Accanto a loro i lavoratori che si occupano della pulizia nelle scuole, figli di appalti e subappalti al ribasso, che li hanno costretti a lavorare poche ore la settimana ciascuno e ora a non vedere neanche più gli stipendi. Poi i ragazzi della Prototipo di Nardò, scacciati da una eccellenza del territorio per essere sostituiti. E i lavoratori della Palumbo, il cui lavoro è appeso a commesse pubbliche per contestatissime superstrade, i cui progetti si trovano catapultati ai giorni nostri direttamente da un passato in cui ancora, si sperava, lo sviluppo del Salento passasse per l’industria e il manifatturiero.

A loro potrebbero aggiungersi, secondo l’elenco fornito al Prefetto da parte di Cgil, Cisl e Uil qualche giorno fa, i metalmeccanici di Omfesa, Fiat Cnh, Alcar e quelli (che in realtà metalmeccanici non hanno nemmeno fatto in tempo a diventarlo) di Ip, la cui inattività è frutto della “riconversione modello” della Bat di Lecce, una storiella alla quale l’intera classe politica del Salento, ad eccezione della deputata del Pd Teresa Bellanova, ha fatto comodo credere. Ma ci sono anche gli operai dell’agroalimentare (Newlat, Scarlino, aia Vecchia), i commessi degli ipermercati (Billa e Mercatone Uno), gli impiegati interinali dell’Inps, gli impiegati della sanità privata (Città di Lecce e Petrucciani), i lavoratori di Telecom, Cartisa, Martano e gli operatori dell’informazione radiotelevisiva, gli operatori dei trasporti e i rischi concreti di esternalizzazione che soffrono addirittura gli ex fortunati che lavorano in banca (nel caso specifico l’Mps). E ci sono soprattutto le migliaia di lavoratori delle piccole e piccolissime imprese, quelle sulle quali si ripercuote il grosso della crisi e che muoiono senza fare rumore.

Tutte queste crisi messe insieme compongono un Salento nel quale la disoccupazione ha raggiunto il livello record del 15,6 per cento con 213mila disoccupati. E un modello di sviluppo alternativo tutto ancora da pensare e costruire. La proposta di un modello, però, è inutile aspettarsela dai tavoli prefettizi chiamati a risolvere le emergenze. Questo modello dovrebbe uscire dal lavoro di prospettiva della politica locale e regionale. Su quel fronte non si intravvede nessuna discussione seria che abbia al centro un’idea di Salento per i prossimi decenni alla quale cominciare a lavorare da subito. Intanto la cassa integrazione corre veloce verso la scadenza. E la rabbia continua a montare.

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