Gasdotto, la Puglia non piace ai russi. Gazprom fa marcia indietro

Leonid Chuganov è il potentissimo responsabile dei progetti di Gazprom. Questa, come noto, è la più colossale struttura di gestione e trasporto di energia gestita in regime di monopolio dal vertice del Cremlino.
Fidatissimo di Putin, Chuganov è il tessitore della complessa rete geopolitica che accompagna la costruzione dei gasdotti sul continente europeo. Insomma, nei suoi uffici si decidono le sorti di governi e spesso la fortuna di singoli esponenti politici.
Ma, principalmente, sono le sue decisioni a determinare gli scenari energetici in gran parte del mondo e quindi le principali direttrici di sviluppo.

E’ sicuramente per merito suo se l’Europa nei prossimi anni si avvia a diventare per l’approvvigionamento energetico una colonia di Mosca; infatti dipenderà almeno per l’80 per cento dalle risorse vendute da Gazprom.

Fa una certa impressione, allora, sapere che Leonid Chuganov si sia occupato del Salento. L’ha fatto pochi giorni fa quando ha comunicato che il progetto “South Stream”, il gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas dall’Asia centrale alle nazioni del Sud Europa, sarebbe stato profondamente modificato.

“South Stream”, noto come il Gasdotto Ortodosso, rappresenta un gigantesco progetto della Gazprom, con partecipazioni Eni, della tedesca Wintershall e della francese EDF. Come si vede dalla cartina è progettato per trasportare gas sul fondale del Mar Nero, dalle coste russe al porto bulgaro di Varna.
Da qui poi si diparte in due rami; il primo sale verso Serbia e Ungheria e raggiunge l’Italia dal Tarvisio, il secondo sarebbe dovuto arrivare a Otranto attraverso la Grecia.

Ebbene, proprio Leonid Chuganov ha comunicato a centinaia di giornalisti europei convocati nella sede moscovita di Gazprom, che mentre il tratto Nord del progetto South Stream avrebbe avuto avvio ai primi di dicembre, quello che interessava il lato sud dell’Europa (per intenderci quello che avrebbe portato il Gas a Otranto e da qui in Basilicata) era stato definitivamente abolito.

Si badi bene che non si tratta del risultato delle iniziative ambientaliste (per la verità blande) della nostra regione. Per mesi, nel quartier generale dove si decidono le sorti del mercato energetico mondiale, si è parlato di quello che sta succedendo nel sud Mediterraneo. E alla fine si è giunti alla seguente conclusione: Grecia e Puglia (come parte del meridione d’Italia) possono essere ragionevolmente assimilate a un comune destino di declino economico e di marginalità nelle scelte di sviluppo.

“Non è conveniente – ha detto testualmente Chuganov – perché in quest’area del mondo i principali effetti della crisi sono devastanti e si ripercuotono in maniera evidente sui consumi generali di energia, prevedibilmente in consistente calo”.
Il fatto è che non siamo di fronte ad una decisione improvvisa e arbitraria.
Essa è stata assunta in pieno accordo con il governo italiano, e non sarebbe potuto avvenire diversamente dal momento che Eni partecipa del progetto generale per circa il 25 per cento.

E’ una decisione, questa, che l’amministratore delegato dell’Eni ha dovuto assumere con Monti e Passera e, anzi, pare che sia stato proprio Scaroni a fornire i nuovi fabbisogni energetici dell’area sud del Mediterraneo.

Insomma, nei piani alti dell’economia mondiale tiene banco un grande argomento di allarme: riguarda la situazione greca e il rischio sempre più concreto di un suo avvitamento nella spirale del fallimento. Ma la novità è che, a partire dalla vicenda dell’Ilva di Taranto (e dai rischi concreti di una sua chiusura), anche la Puglia (e in generale il Mezzogiorno d’Italia) viene accomunata alle aree di crisi da cui tenersi saggiamente lontani. Forse la politica pugliese dovrebbe chiedere qualche informazione ai nostri geniali governanti.

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