L’altra faccia dell’Università, quella che non puzza di fogna

Come tutte le commemorazioni che si rispettino, anche quella in memoria di Angelo Rizzo (venerdì scorso) ha mostrato il fianco alla retorica. Fatta eccezione per le visioni edilizie del rettore Laforgia, già note ai più, il taccuino è rimasto sostanzialmente vuoto. Nulla da appuntare nemmeno sul fronte “guerriglia interna”: l’ambiente accademico, a dispetto del gran rumore mediatico, non sembra vivere particolari turbamenti. Apparenze.
La svolta al fiacco pomeriggio universitario si palesa all’improvviso sotto le sembianze di un uomo alto sulla quarantina che se avesse la barba e gli occhiali ricorderebbe Laforgia. In effetti è il figlio: “Piacere, Maurizio”.

Nessuna intervista, nessuna dichiarazione ufficiale, niente da dire nemmeno sul presunto conflitto di interessi del padre. “Sono molto rammaricato, preferirei non parlare”.
Di una cosa, però, Maurizio Laforgia ha voglia di parlare. Ci tiene particolarmente a smentire la teoria paterna secondo cui l’Università del Salento sarebbe una fogna. Ci tiene, Laforgia junior, a dimostrare che lontano dal rumore mediatico esiste un’Università che lavora con soddisfazione, anche grazie al contributo di suo padre.
Così, lasciamo l’aula magna dell’Ecotkne – che da queste parti chiamano “corpo y” (chissà perché) – e ci spostiamo dirimpetto, in una struttura ricoperta di mattoncini rossi che Laforgia chiama “Ibil”. Si tratta dell’ex Isufi.

L’open space che ci accoglie una volta varcato l’uscio della porta d’entrata è di tutto rispetto: ampio, luminoso, vivo. E’ abitato da ragazzi e ragazze che lo attraversano con la sicurezza della quotidianità in un andirivieni frenetico ma non troppo. C’è molto da fare qui. “Questi sono i ragazzi degli spin off”.
E’ di questo che Maurizio Laforgia vuole parlare, degli spin off dell’Università del Salento. Di due in particolare, quelli che lui conosce bene, uno dei quali è da lui amministrato. “Senza prendere una lira, sia chiaro”. Solo rimborso spese per le trasferte, “il mio lavoro è un altro”.
Gli spin off in questione sono Eka e Apphia, due Srl che si occupano rispettivamente di manutenzione di applicativi It e di Itc per l’automazione dei processi industriali. “Due fiori all’occhiello di questa Università”, sbocciati tra il 2010 e il 2011. Nei panni del “giardiniere”, il professor Angelo Corallo del Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione, il quale coordina il lavoro di ricerca. E’ lui a fare gli onori di casa e a portarci in giro per i laboratori.

Le informazioni riguardo al lavoro di questi spin off abbondano, ma sono tante e troppo tecniche per capirle tutte fino in fondo. Tuttavia le cose da raccontare ci sono. Il taccuino comincia a riempirsi di segni e parole appuntate frettolosamente per non perdere il filo, alcune delle quali indecifrabili sin dalla nascita. Una cosa è certa. In questi laboratori oggi c’è voglia di parlare e di far vedere ciò che si produce lontano dalle attenzioni dei media, per vocazione più interessati agli scandali che alle buone pratiche. Così, tanto Corallo quanto Laforgia parlano; e parlano; e spiegano.

Tutto nasce nel 2006 con un progetto di formazione e ricerca avviato da Avio e Engeneering, in collaborazione con l’Università del Salento attraverso un bando del Miur, chiamato Xnet Lab. Al termine del progetto, durato 30 mesi, è la stessa Avio a volere fortemente la nascita dei due spin off, proponendosi come primo cliente. Dopo circa un anno e mezzo di attività i due spin off oggi impiegano complessivamente 33 unità lavorative – 21 Eka (15 a tempo indeterminato), 13 Apphia – e godono di ottima salute finanziaria. “Con Eka quest’anno dovremmo riuscire a fatturare un milione di euro. E se questo è possibile in tempo di crisi, presumo che in futuro potrà andare solo meglio”, spiega con orgoglio Laforgia.

A dar man forte all’orgoglio del figlio del rettore ci pensa Marco Cataldo, presidente della cooperativa Lecce Città Universitaria, nonché amministratore di Apphia. Lui dà il cambio a Corallo nella conversazione. E, come il suo predecessore, racconta. “Questi due spin off sono l’esempio di come la collaborazione tra pubblico e privato possa essere virtuosa”, ripete per l’ennesima volta. E poi giù a spiegare per filo e per segno il lavoro di Apphia, nel concreto si occupa “di ricerca e sviluppo di soluzioni innovative per i settori aerospaziale, navale e informatico”. Tutto chiaro. Ciò che va meglio chiarito è che i due spin off sono società del tutto private. Non hanno alcun tipo di partecipazione pubblica. Il ruolo del pubblico è terminato insieme al progetto Xnet Lab e vive, in maniera indiretta, nella fase di ricerca coordinata dal professor Corallo. Sia Eka che Apphia stanno sul mercato come qualsiasi altra impresa del settore. “Paghiamo anche l’affitto all’Università per l’affitto dei laboratori”, chiosa il figlio del rettore.

Lasciandoci alle spalle l’ampio open space dell’Ibil Laforgia continua a parlare di progetti, prospettive, possibilità senza mai fare riferimento alle vicende che coinvolgono suo padre.
Il pensiero è tutto rivolto a come diversificare l’offerta di Eka, quindi a trovare nuovi clienti che possano abbassare la percentuale di Avio della torta delle entrate (Elica, Fiat Item, Geox ancora non bastano). Ogni tentativo di sviare il discorso fallisce miseramente.
A pensarci bene, però, è forse questa la migliore risposta a qualsiasi domanda riguardante la fogna accademica di cui si legge sui giornali: la dimostrazione empirica, scientificamente provata, che l’Università del Salento non è solo quella. Nel giorno della commemorazione di Angelo Rizzo non si poteva sperare di meglio.

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2 thoughts on “L’altra faccia dell’Università, quella che non puzza di fogna

  1. “corpo y” (chissà perché)
    E' il nome ufficiale dell'edificio. Esistono anche altri "corpi" nel campus

    in una struttura ricoperta di mattoncini rossi che Laforgia chiama “Ibil”. Si tratta dell’ex Isufi.
    Il nome per esteso è: Incubatore di Business Innovation Leadership. Ospita la parte amministrativa dell'Isufi che, per la cronaca, esiste ancora.

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