Tra veline e Costantine, la storia delle donne italiane in tv

Sabato 10 novembre, alla Fondazione Le Costantine, nella minuscola frazione di Uggiano la Chiesa, Casamassella, si presenterà un grande libro, in compagnia di alcune grandi donne e, con tutta probabilità, di un certo numero di uomini che si sentiranno piccoli piccoli. Chissà, forse a partire dal padrone di casa Salvatore Piconese, sindaco di Uggiano La Chiesa, unico maschio e unico esponente politico tra i relatori di un evento culturale dedicato a un tema che non avrebbe mai immaginato sarebbe stato trattato nel suo lembo di territorio amministrato: la storia dell’influenza del gusto degli uomini sull’estetica delle televisione italiana.

E’ questo l’argomento intorno al quale Daniela Brancati, il primo direttore donna di un telegiornale italiano, ha costruito il suo libro “Occhi di maschio – Le donne e la televisione in Italia. Una storia dal 1954 a oggi”. Con lei ci saranno anche l’Assessore al Welfare e al Lavoro della Regione Puglia, Elena Gentile; la Consigliera Regionale di Parità, Serenella Molendini; Pina Nuzzo, promotrice della campagna e del premio “Immagini Amiche” e, naturalmente, l’avvocato Maria Cristina Rizzo, presidente della Fondazione Le Costantine.

Dalle Costantine, alle veline. Le “Costantine” furono fondate da tre nobildonne autoctone, Giulia e Lucia Starace insieme con la cugina Lucia De Viti De Marco (rispettivamente nipoti e figlia del noto economista Antonio), intenzionate a “curare ragazzi disabili, a dare autonomia alle donne di Casamassella, a spronare i giovani a lavorare con dignità nel paese natìo”.

Le veline, invece, secondo la tesi sostenuta dalla Brancati, erano fra noi già in tempi fortemente pre-Caimano, ante-Fininvest, addirittura avanti Silvio. In ere della storia del nostro costume in cui Berlusconi ancora scriveva tesine a pagamento per i suoi compagni di corso alla Statale, secondo la Brancati (e a ragione) la prevalenza del desiderio maschile e maschilista nelle scelte produttive della radiotelevisione italiana era talmente connaturata all’esistenza di una Rai e di una comunicazione televisiva, che senza begli occhi, belle gambe, belle donne sullo schermo, detto in soldoni, non si sarebbe battuto chiodo (statisticamente parlando).

La presentazione di sabato sarà dunque un viaggio nel tempo, che ci riporterà per qualche ora ai tempi primigeni in cui il direttore di produzione italico dovette decidere di accendere la prima lucina rossa. A un tabula rasa impossibile, senza seni e senza mani.

Recita l’elegante sinossi del libro (uscito nel 2011 per Donzelli Editore):

Occhi di maschio è il primo tentativo di storia della televisione dal punto di vista dei vinti, cioè delle persone di buon gusto e di buon senso e delle donne. La tv, dominata dallo sguardo maschile, è stata ed è lo specchio dei desideri prevalenti dei maschi italiani. Desideri in principio palesi e dichiarabili, poi sempre più aggressivi e sfacciati. L’autrice è stata fra i protagonisti di questo mondo e ne scrive con aperta soggettività, con aneddoti e ricordi arricchiti dalle testimonianze di alcune persone che hanno contato nella tv italiana, delle quali a volte non si conserva neanche più il ricordo.

Si compiono fra queste pagine tutte le tappe del progresso al contrario dell’emancipazione dell’estetica televisiva italiana dalla dipendenza dall’avvenenza femminile come motore unico non dico dell’Auditel – o di chi per lui – ma proprio del piglio narrativo fondamentale dei contenuti della televisione.

Mi piace il piglio non catastrofista del volume e come esso viene presentato alla stampa e ai lettori dal materiale ufficiale prodotto dall’editore. C’è qualcosa, in esso, che lascia qualche speranza al giudizio che devono essersi fatte, nei confronti di noi uomini, le donne che la televisione l’hanno fatta o subita (non sembrerebbe esserci molta differenza fra le due cose, per taluni/e). C’è qualcosa, nella realtà del lavoro della Brancati, che invece non si trova nelle innumerevoli recensioni (soprattutto di giornaliste donne) che gli hanno attribuito un valore di libro nero del maschilismo.

La vera chicca del libro della Brancati è costituita non tanto dall’intervista esclusiva a Lorenza Lei (la prima lady dal tra i direttori generali della Rai) ma bensì dal dizionario biografico delle “800 donne che hanno fatto la storia della nostra televisione”. 800 martiri d’Otranto e di Milano 2 del desiderio maschile, per un catalogo ragionato (ma anche tanto accalorato) della patonza italica videotrasmessa. Ci sono davvero tutte, dalla Nicoletta Orsomanni prima maniera all’ultimo ritrovato in fatto di letteronza con la Z maiuscola.

Chissà quanti e quali uomini del pubblico di Casamassella, oltre al povero sindaco Piconese, prenderanno parte alla conversazione che le signore intavoleranno. In assenza, sulle emittenti locali, di qualsivoglia forma di varietà che non sia una parodia del genere o del concetto di vita stessa sulla Terra (“In famiglia”, Telerama), il salentino teledipendente medio si è dovuto accontentare di sviluppare la sua passione per la donna dell’etere contando solo su telegiornaliste. Non signorine buonasera, non ballerine.

La nostra televisività declinata al femminile è così tutta compresa nella fascia “alta” della rattusaggine mediatica. Il culto dell’immagine e del corpo femminile (o di sue parti per il tutto), dalle parti nostre, è sottomesso all’origine, sadomaso in partenza.

TeleLecce Barbano, Studio100, Telerama, Canale 8, con qualche eccezione straordinaria, perfino negli anni più bui della culturalità (dai 2000 ad oggi) non hanno fatto altro che sfornare sexy maestrine, da venerare col vocabolario in mano: da Tiziana Colluto a Barbara Politi, da Mariella Costantini a Lara Napoli.

Una delle presenze che ha suscitato più episodi di cultualità angelicata è senza dubbio Luisa Ruggio, per giunta scrittrice, oltre che giornalista in video. Di come Luisa non sia passata inosservata nell’immaginario degli storiografi locali di cose televisive è piena zeppa la forumistica online.

Un’ammirazione che raggiunge soglie di poeticità altrove inesprimibile, per utenti della parola scritta di questa levatura:

Stasera [o Luisa] nn solo 6 + bela del solito, ma è anke migliorato il segnale.

Io, dal canto mio, non so se avrò modo di intervenire a Casamassella sabato. Ma nel mio piccolo una cosa la voglio dire, alla Brancati e alle Brancati d’Italia: va bene, è vero che abbiamo un po’ esagerato con tutta quest’attenzione nei confronti della vostra bellezza, soprattutto quando la situazione è degenerata ed è andata a discapito della vostra intelligenza. Magari è stato perché ci siamo sentiti autorizzati giusto dalla storia dell’arte universale dal Rinascimento almeno fino all’Impressionismo (per non dire di epoche preesistenti, perché lì, in effetti, la nostra porca figuratività ce l’avevamo ancora, noi maschi, e semmai facciamo un mea culpa per non aver insistito abbastanza, nei secoli, con quella benedettissima lotta grecoromana).

Magari in voi vedevamo le nostre mamme tornarci a raccontare delle storie, prima di andare a nanna; solo che quelle storie erano salite al Quirinale di statisti che non saremmo mai stati; goal all’ultimo minuto di calciatori che avremmo più fatto in tempo a diventare; uomini arrivati sulla Luna, che noi facevamo prima a provarci con Lilli Gruber senza averci una lira.

Magari, pure, siete state un po’ voi a farci sentire che, proprio mentre il nostro potere su di voi tramontava inesorabilmente – se mai ce n’era davvero stato uno – poteva essere il caso di illuderci ancora per una generazione o due che sì, forse non siamo eroi del West, ma in fondo potevamo essere il vostro tipo.

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