Play, il sushibar che non ti affetti

Non è molto che Maurizio Sacquegno ha aperto, a un uramaki dalla chiesa di San Matteo, il sushibar che non ti affetti. Non è facile essere se stessi – e con successo – in un sushibar leccese o pugliese. Diciamo pure: italiano. Anzi, è molto probabile che, per un leccese tipico, sia più facile sentirsi a proprio agio in un tempio delle bacchette come Saito a Tokyo che da Fusion, in viale Foscolo. L’informalità e la giovialità non sono di casa, dai grandi sushiari nostrani, che tendono a colmare il gap culinario che li separa dagli originali che tentano di copiare (che poi sono quasi sempre la vulgata del sushi esperita in città tedesche o spagnole) con una puzza sotto al naso direttamente proporzionale alla loro insicurezza nello spiegare come si mangia quel piccolo kebab ittico di un temaki, o l’orario in cui si debba servire una zuppa di miso.

Appena entri da Play, invece, ti rendi conto, a partire dal temperamento del titolare (che sulla carta d’identità della vita è anche fotografo e chitarrista), di trovarti di fronte ad una decisa anomalia. Un’anomalia che la già vivacissima (e in parte consolidata) scena sushiofila leccese ha accolto con qualche tremarella di fondo. E a ragione.

Per prima cosa, Play si trova nel cuore della movida pedonalmente sostenibile (piazzetta Regina Maria, 1), mentre il più entro le mura degli altri giapponesi in città, per quanto sia ormai un luogo entrato nelle abitudini degli amanti del pesce crudo, non può fare a meno di mostrare il fianco al traffico di viale Lo Re e alla colorita fenomenologia dei parcheggiatori abusivi.

Seconda cosa, Play presenta una caratteristica mica da poco: tutte le mattine, dal lunedì al giovedì, da eclettico sushi à-la-carte si tramuta in un all-you-can-eat. Paghi una ventina di euro e puoi mangiare tutto quello che vuoi, fino allo sfondamento. C’è una controindicazione: quando sei in modalità no limits, che è un po’ come farsi di oppio per un amante del sushi, non puoi effettivamente ordinare tutto quello che vuoi dalla carta, ma attenerti a un percorso molto preciso scelto dalla cucina. Il quale, se variasse più spesso, sarebbe un toccasana, anche perché è davvero da pozzi o pozzelle senza fondo ripetere più tre volte il piatto misto da 8 (4 uramaki, 2 futomaki, 2 nigiri).

Terza cosa: Maurizio. Il più delle volte, quando entravi da Play nei giorni del lancio, all’inizio non lo riconoscevi perché era chino in qualche posizione del kamasutra fotografico per cogliere la luce migliore sulle pieghette di grasso di un nigiri di salmone al top della forma. “Scusate, non potevo perdere il momento. Che faccio, quattro all-in?”. Sacquegno, più recentemente comparso sulla scena musicale salentina in forze al trio dei Perizomi, ma affermatosi coi Bludinvidia, è anche l’Helmut Newton del suo prodotto.

Esteta dell’usabilità, ha dotato il suo locale di un minimalismo nell’arredo (fornito di tappeto musicale diffuso da casse mimetiche colle pareti, manco al Vaticano) che è un tutt’uno con l’interfaccia grafica del suo sito web, soprattutto le icone, che sembrano altrettanti futomaki, che ti verrebbe da prelevare con le dita direttamente dal touch-screen dell’iPad-vassoio con cui a volte ti presenta il menù.

L’amido e lo iodio sono stati gentili col corpo, ma soprattutto con la mente, di questo rubicondo ristoratore, raro caso di oste del sushi, che potete seguire anche su Twitter alla voce @quasimagro.


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