Obama wins. Reportage di un salentino a Chicago

Le elezioni americane, a prima vista, sembrerebbero un fatto privato. Nelle settimane di corsa al voto, ci si aspetterebbe di vedere città pavesate di faccioni, di messaggi giganteschi e onnipresenti. Almeno questo è quello che si aspetterebbe chi, come me, è abituato alle elezioni in una città come Lecce, dove mesi prima dell’apertura dei seggi, camminando per viale degli Studenti o guidando per viale Grassi, si ha l’impressione di attraversare una galleria di facce e cravatte che farebbe invidia a Madame Tussauds. Ma negli Stati Uniti la campagna elettorale è dominio dei grandi media: televisione, internet, giornali. Cosicché ti raggiunge nella tua sfera privata: a casa, sui social network o nel tuo account di posta elettronica. A dispetto dei miliardi investiti, si galleggiava in un’atmosfera apparentemente silenziosa. Fino al giorno delle elezioni.

Ieri pioveva a Chicago. In realtà la città si era svegliata con un bel sole, che dopo poco aveva lasciato spazio a una pioggia leggera, che in poco tempo si era trasformata in una pioggia insistente. Brutto segno, per Obama. Tuttavia in Hyde Park, il quartiere simbolo della sua ascesa, il brio e la tensione erano palpabili: la gente per strada indossava adesivi o sventolava le ricevute di voto, orgogliosi di aver espletato la pratica nelle prime ore del mattino, evitando le file. L’Hilton del South Loop – che fino al 5 novembre aveva orgogliosamente esposto le vestigia di Barack, vista la vicinanza con il quartier generale del presidente nonché con Grant Park, il luogo in cui tutto era iniziato quattro anni prima – era tornato nella sua elegante, raffinata compostezza. I giornali di ieri, intanto, facevano a gara a descrivere i vari scenari. E a paventare il rischio di un’impasse lunga settimane, a giudicare dal testa a testa per gli stati altalenanti.

Le elezioni americane sono anche business. I seggi elettorali, oltreché nelle scuole e nei community center, erano dappertutto. Ovunque si potesse creare un accesso facilitato per tutti: anziani, disabili, lavoratori. Bar, lavanderie, concessionarie, persino un bowling (dove il proprietario ammonisce gli elettori: i punteggi sugli schermi non riguardano Romney e Obama). Fare il proprio dovere, negli States, può essere anche un’occasione per farsi un po’ di pubblicità.

Oltre al business, “le elezioni statunitensi sono il più bel reality show sul mercato”. Così scriveva sarcastico, sul Chicago Tribune, Rex W. Huppke. Molto più appassionante di qualsiasi altro format. E non c’è niente di più vero. Dopo le sette di sera, una volta chiusi i seggi, passando da un canale all’altro delle principali stazioni televisive, si assiste a un continuo susseguirsi di videate, grafici, commenti, interviste. Niente di nuovo per il pubblico italiano. Ma la differenza è che le elezioni americane, con l’adrenalina della sfida a due, lo scarto fra voti elettorali e voto popolare, le grandi proiezioni stato-per-stato, risultano molto più spettacolari. I commenti, invece, sono ovunque noiosi: middle class, economia, disoccupazione, più le note di colore di alcune commentatrici che diventano paonazze per lo sforzo di sottolineare il ruolo crescente delle donne nelle elezioni. Mica vero: queste elezioni hanno una fortissima impronta machista, con buona pace di Hillary Clinton.

Alla fine la notizia arriva. In fretta. Dopo tre ore di surplace, con lo stato di Ohio ad attirare tutte le attenzioni, i risultati dalla Virginia, dalla Pennsylvania, dal Wisconsin, dall’Iowa arrivano quasi in contemporanea. Arriva anche la conferma dell’Ohio. Nel McCormick Place parte Twist and Shout versione Beatles. E si scatena la festa. Le poche migliaia di fan radunati al chiuso, in un’aerea delimitata e controllata, non sono niente al confronto della festa al Grant Park del 2008: gigantesca, improvvisata, selvaggia, i cui racconti leggendari ancora riecheggiano nelle narrazioni dei chicagoani. Ma i presenti si danno comunque da fare per trasmettere il loro entusiasmo.

Nella città di Obama la maggioranza è convinta che il presidento rieletto farà meglio di quanto ha fatto finora. Ci sono quattro anni di esperienza alle spalle, e a questo si aggiunge il fatto che non dovrà sopportare la tensione di una rielezione, di una campagna lunga diciotto mesi. Obama lo sa, e calibra il suo discorso su questa realistica speranza. Quando finalmente appare sul palco – dinoccolato, con le mani lunghe e la testa grossa, con Michelle che spadroneggia, e con le due figlie grandi e con addosso delle gonne orrende – gli occhi, ma soprattutto le orecchie, di tutti puntano verso di lui.

A parte il doveroso messaggio d’amore verso la moglie (“tutta l’America è innamorata di te”), e un richiamo alla ricchezza delle differenze razziali e di genere, Barack tocca i punti vitali dell’emozione collettiva statunitense: “le discussioni sono il simbolo della nostra vita”, “noi risorgiamo o precipitiamo tutti insieme”. Quando annuncia “The best is yet to come”, come fossero i versi di uno spiritual, raggiunge il punto più alto di questo splendido reality show; l’America si stringe attorno al nuovo presidente, e mostra la sua faccia migliore.

Oggi a Chicago sembra domenica. La città è ancora assopita dopo i bagordi e le ore piccole di ieri. Poco traffico, facce distese. Al Valois, sulla 53sima, pieno Hyde Park, uno dei posti frequentati da Obama prima di trasferirsi alla Casa Bianca (nell’elenco delle portate preferite dal presidente spicca una omelette di bistecca), si serve colazione gratis per tutti. La festa continua, ma con pacatezza e relax. Da domani, come sottolineano tutti i giornali, oltre alle gigantesce difficoltà economiche, ci sono le grandi battaglie sociali che Barack ha il dovere di affrontare, come ha promesso, “ancora più determinato e più ispirato di quattro anni fa”.

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