Una turista inglese, l’ignoranza e la scoperta dell’elettricità

Tutto è cominciato con una passeggiata primopomeridiana nel centro storico di Lecce e la curiosità esterefofila di una turista inglese – t-shirt, cappello e sandali d’ordinza – desiderosa di sapere come mai l’orologio incastonato nel timpano dell’ex Convitto Palmieri non funzionasse. “A perché, lì c’è un orologio?”. Ebbene sì, lì c’è proprio un orologio.
Una volta interrogato dio google, però, lo stupore iniziale è solo un antipasto. Qui non si tratta di capire perché quell’orologio non funziona, ma di apprendere come quell’orologio ha funzionato in passato e l’importanza che ha avuto per la scienza internazionale. Ebbene sì.

Negli Anni ‘70 dell’800, infatti, l’orologio dell’ex convitto è stato uno dei quattro utilizzati da un monsignore-scienziato leccese, di nome Giuseppe Candido, per i suoi esperimenti di sincronizzazione elettrica applicata alla misurazione del tempo. In pratica, questo scienziato prestato alla Curia – che all’epoca doveva essere un po’ come gli atleti prestati alle forze dell’ordine – è stato uno dei personaggi di spicco della scienza internazionale nel campo dell’elettricità. E ad oggi è forse lo scienziato più importante che questa terra abbia mai figliato (e che gli ingegneri laforgiani ce la mandino buona). Basti pensare che nel 1867 monsignor Candido ottenne una menzione onorevole all’Esposizione internazionale di Parigi grazie alla “Pila Candido”, invenzione nata da una modifica della Pila Daniell. Non solo. E’ opera del Monsignore leccese anche l’invenzione del pendolo elettromagnetico sessagesimale, strumento che, oscillando mediante attrazione e repulsione elettromagnetica, permetteva a un orologio di battere con esattezza i secondi. Un bel tipo questo Candido, co-artefice, tra le altre cose, della prima illuminazione elettrica della Prefettura nel 1859, a soli 22 anni.

Che figurone si sarebbe potuto fare con la turista inglese se solo gli occhi pigri dell’abitudine in trent’anni si fossero accorti di quell’orologio. Le si sarebbe potuto spiegare, ad esempio, che le sue lancette entrarono in funzione il 5 gennaio del 1870; sette mesi prima di quello della Prefettura; due anni e nove mesi prima di quello dello Spedale dello Spirito Santo (di fronte la Chiesa del Rosario); quattordici anni prima di quello del Sedile (che adesso non c’è più). E che tutti questi orologi erano sincronizzati tra loro attraverso l’elettricità fornita dalla stazione elettrica installata, sempre nel Sedile, il 9 ottobre del 1868. E poi che tutti questi dispositivi erano dotati di suoneria. E poi anche che la parte meccanica dell’allestimento e della manutenzione degli orologi era affidata a un solerte artigiano leccese, Cesare Macchia, debitamente istruito da monsignor Candido. Sarà questo uno dei più grandi esperimenti di sincronizzazione elettrica mai realizzati in Europa nell’800.
Insomma, all’accaldata signora inglese in t-shirt, cappello e sandali il sei di novembre, le si sarebbe potuto spiegare che 150 anni fa Lecce era all’avanguardia nel mondo in fatto di tecnologia e che oggi quell’orologio non funziona perché da capitale della scienza Lecce è divenuta capitale dei week-end.
Che occasione di edificante orgoglio terrone è andata sprecata per ignoranza.

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