Lecce, capitale europea della moka

Forse Lecce non sarà mai capitale europea della cultura, ma di certo potrà ambire ad essere il capoluogo italiano della moka al bar. Se c’è un simbolo quintessenziale della leccesità in tempo di crisi è proprio la cara, vecchia moka (la “macchinetta del caffè”), odorosa sia di casa che di Oriente con una sola, pratica sniffata (il nome dell’invenzione di Luigi de Ponti e Alfonso Bialetti, brevettata nel 1933, deriva infatti da quello della città yemenita di Mokha).

Sempre più enoteche, ristoranti e gastronomie della nostra città adottano questo stile di somministrazione del caffè, a prima vista radicalmente chic (come tutte le attività che implicano qualche piccola ma decisiva scomodità in più rispetto alla norma, e che comunque si praticano in posti in cui è difficile parcheggiare). In realtà la moka, anche fuori di casa, è diversamente sparagnosa. Di tempo e di denaro. E’ un sistema pratico, veloce ed economico di produrre del caffè decisamente bevibile. Se volete un caffè perfetto, sia chiaro, continuate ad andare da Avio Bar all’ora di punta.

La moka da qualche anno è diventata una delle forme dello snobismo leccese. Un tempo, i titolati dei locali mokati (il primo in assoluto dei posto alla moda a passare alla total moka è stato Michele della Corte dei Pandolfi) faceva della caffettiera, un po’ ipocritamente, quasi un’excusatio non petita della sua raffinatezza: “Ti devo avvertire, nel caso, il caffè noi lo facciamo solo con la moka”. Adesso, quello che è costretto a scusarsi è il barista tradizionalista, quando, alla tua richiesta di una tazzina per te e una per il collega che ti accompagna, risponde, senza alcuna malizia: “Chiedo scusa ma, purtroppo, noi l’espresso lo facciamo ancora con la macchina per l’espresso”.

La moka è Lecce allo stesso modo in cui una trozzella è Ugento. E’ una metaforizzazione talmente cocente di come si aumenta e si salva, confrontandosi con quello che può permettersi e quello che sogna di fare, la nostra città, che potrebbe essere adottato in una di quelle iconografie sacra in cui un santo patrono salva la sua città da qualche calamità naturale, tenendo in mano un modellino simbolo della città. Se un giorno ci attaccassero veramente i barbari, ecco, Sant’Oronzo lo ritrarrei con una moka in mano, mentre scaccia ogni singolo barese a colpi di colate di caffè bollente.

I vantaggi principali della moka al bar, rispetto alla macchina da espresso, sono riassumibili in 3 ordini di pensiero, più una doverosa appendice:

1) La moka, anche al ristorante in cui entri per la prima volta, per poi non tornare più, sa di casa e di tutto il calore che ne consegue, ma non la devi caricare prima, non la devi pulire dopo e, in ultima istanza, non sei realmente a casa tua;

2) In un’epoca in cui il té non va più di moda (anzi, puoi essere tacciato di eccentricità anche ordinando un semplice Special Oolong in tazza di giada), è un piacere sociale molto importante, quello che riscopri, quando puoi finalmente versare direttamente con le tue mani, fuori dalla tazzina e sulla gonna e sulle scarpe della tua amica, dell’autentico caffè nero bollente. Viva la condivisione agroalimentare, soprattutto quando non sarebbe strettamente necessaria;

3) Fateci caso, ma quando ordinate un caffè fatto con la moka, non vi sembrerà mai di stare ordinando solo un caffè. Sarà che alcuni locali servono le caffettiere al tavolino con sfiziosi centrini limited edition; sarà che moka e sottomoka restano lì con voi anche a rito del caffè terminato, fatto sta che ordinare “una moka, per favore!” (per giunta da spartire), nella scala del prestigio delle ordinazioni tirchie, è molto meno palesemente simbolo di taccagneria rispetto all’atto di chiedere due espressi. Provare per credere.

Insomma, apparentemente slow food per partito preso, segno di raffinatezza ed eleganza, gusto per l’insolito, in verità la moka non sta facendo altro che farci risparmiare, pur godendo. Non dimentichiamo che nel tempio locale del caffè con la moka (Mamma Elvira in via Umberto I) una moka per due costa 1,40 euro. Un caffè a 70 centesimi non lo trovate più neanche allo Sherwood Cafè del Bosco delle Querce di Castro Marina, e in bassa stagione, quando il torneo di bocce è finito da un pezzo.

L’appendice è la seguente. Il suo autentico lato pragmatico, la moka lo rivela quando si va sulle grandi quantità. Allora sì che diventa non solo un discorso di economie di scala, ma anche di risparmio puro di tempo. Le abitudini leccesi al caffè in comitiva, magari al termine della pausa pranzo, rendono ancora più ghiotta la possibilità di uno switch off in direzione della moka, per il barista affetto da sindrome del tunnel carpale a furia di azionare i meccanismi della macchina per l’espresso.

Quando si sale nel numero dei commensali – si badi che una moka colossale da 18 persone è ancora in produzione da Bialetti – la densità di tazzine servibili per centimetri quadrati di bancone utilizzato, rispetto alla macchina per caffè espresso tradizionale, diventa talmente vantaggiosa che l’adozione della moka è anche, paradossalmente, una scelta obbligata di praticità. Così lo slow food frega il fast food. E’ una toccante riproposizione dell’eterno tema alla base della favola della la lepre e la tartaruga. E’ Lecce Lecce, che più Sud non si può.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *