A che cosa serve il consigliere comunale degli immigrati?


In questi giorni dovrebbe esserci fermento nelle comunità immigrate leccesi. Entro il prossimo 16 novembre saranno presentate le candidature per l’elezione il consigliere comunale degli immigrati. Si tratta di un rito che si ripete ogni volta che il Consiglio comunale si rinnova e che ha dimostrato, dal 2002 a oggi, la sua completa inutilità. Vuoi per la reale capacità del consigliere immigrato di incidere sulle scelte dell’amministrazione senza avere diritto di voto. O meglio, secondo la definizione che il regolamento istitutivo dà di questa figura istituzionale, ha diritto di “voto consultivo”. Il che significa che non conta niente.

Vuoi perché il più delle volte il consigliere immigrato ha abbandonato il mandato, o si è ritirato in buon’ordine, come per l’ultimo eletto, Lamin Touré, che è stato sostituito. Di iniziative politiche innovative, in questi anni, il “consigliere immigrato” non ne ha prodotte. Tanto che questa figura semi-istituzionale rappresenta plasticamente il ruolo che gli immigrati hanno nel panorama politico cittadino: sono stranieri. Possono guardare ma non decidere. Ci sono ma non votano in Consiglio comunale, sono estranei alla partecipazione alla vita politica dei partiti. Si  scoraggiano e alla fine si ritirano in un privato fatto spesso di stenti e povertà e, come molti leccesi, di prossimità ad alcuni politici di governo dai quali capita di ottenere qualche facilitazione.

Allora il punto sta tutto nel chiedersi se un consigliere immigrato lava la coscienza della politica leccese. O se non sia ora che Lecce cominci a occuparsi senza ipocrisia della popolazione immigrata che risiede sul suo territorio, i cui figli vivono già negli asili e nelle scuole materne ed elementari a stretto contatto con i figli dei leccesi e non è raro ormai sentirli esprimersi in un italiano cadenzato da inflessioni dialettali.

Sono talmente integrati, gli immigrati leccesi, che oltre ad avere delle elezioni speciali tutte per loro, partecipano anche a quelle che gli italiani riservano per sé. Lo fanno nelle modalità che la poltica locale gli consente: a chi c’era sia alle primarie del centrosinistra che a quelle del centrodestra è capitato di vedere piccole comitive – al pari di tante famiglie leccesi – accompagnate come truppe cammellate al sostegno di questo o quel candidato da questo o quel politico. Così alle elezioni amministrative. Insomma, nella vita politica e istituzionale della città di Lecce gli immigrati non hanno trovato ancora una piena cittadinanza. E la figura del consigliere immigrato si è rivelata un contenitore istituzionale vuoto, improduttivo.

A questo, però, fa da contraltare la straordinaria vitalità delle iniziative politiche degli immigrati quando si tratta di denunciare situazioni di disagio, quando si tratta di lottare per i diritti fondamentali che rendono piena la cittadinanza. Per esempio il diritto alla casa: a proposito la vicenda che ha riguardato lo sgombero silenzioso delle “Case della Mara” di via delle Giravolte. Così come il caso dell’ordinanza, poi sospesa, di abbattimento delle campine “abusive” del Campo rom Panareo. Così come, sempre a Campo Panareo, la determina che in questi giorni stanzia un altro milione per costruire delle casette in un luogo di segregazione dal quale i rom leccesi vorrebbero solo scappare. O per esempio il diritto a un lavoro dignitoso: qualcuno ricorda il caso Tecnova? Con decine di immigrati sfruttati nei campi del fotovoltaico che riuscirono a bloccare la città e con sindaco e figure istituzionali che dovettero accorrere per comprendere cosa fosse accaduto a questa nutrita comunità di nuovi leccesi. O ancora, il diritto ad avere spazi di socialità: a proposito si possono ricordare le voci di delusione da parte delle comunità immigrate per la cancellazione del Capodanno dei popoli da parte della Provincia,.

In queste occasioni la partecipazione degli immigrati ai temi civici è stata concreta, visibile. E nella maggior parte dei casi la politica locale ha dato prova di non riuscire a risolverne i problemi. In tutti questi casi del potere “consultivo” del consigliere comunale immigrato non si è vista l’ombra. Resta un paravento, questa figura, dietro la quale si nasconde il disinteresse della politica cittadina (istituzioni e partiti) verso i temi dell’inclusione e della valorizzazione delle culture differenti. Allora, abbiamo più bisogno di un consigliere immigrato senza diritto di voto o forse abbiamo bisogno di una politica cittadina che cominci a considerare gli extracomunitari parte integrante della Lecce del presente (e del futuro)?

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