La crisi Fiat arriva a Lecce, Cnh pronta a licenziare

Circa 60 lavoratori assunti con contratti a tempo determinato dalla Fiat Cnh di Lecce, dal 1 di Novembre, resteranno a casa. Ma le cattive notizie non finiscono qui. In generale è previsto, nello stabilimento leccese, per i mesi di novembre e dicembre un calo di produzione complessivo del 30% e del 51%, rispetto a quello di ottobre.

Eppure la produzione di macchine movimento terra era stato il vanto della Fiat in anni difficilissimi per il mercato auto. Non a caso quando Marchionne aveva proposto di separare gli assetti societari del gruppo (Fiat automobili da una parte e Fiat veicoli industriali dall’altra) la Borsa aveva accolto con entusiasmo la notizia premiando i titoli di Fiat Industrial( da cui dipende proprio Cnh).

Ma, da tempo anche nel settore dei veicoli industriali si avvertono segnali di crisi; in particolare i paesi emergenti (Cina, Brasile e India) rallentano, in alcuni casi vistosamente, i loro piani di sviluppo. In questo quadro, i soci di minoranza della nuova struttura societaria(quella che dovrebbe nascere dalla fusione di Fiat industrial e Cnh) e che sono tutti riconducibili alle banche americane depositarie dei fondi assicurativi, non sono più disposti ad accettare passivamente le politiche industriali decise da Marchionne e la famiglia Agnelli( i soci di maggioranza), proprio su questo strategico settore.

In fondo per loro gli stabilimenti italiani sono del tutto irrilevanti rispetto alla strategia internazionale del gruppo e sicuramente non intendono in alcun modo “svenarsi” per la loro sopravvivenza.  Giunge al pettine, anche nel settore che coinvolge lo stabilimento leccese, il nodo mai sciolto: che prospettive restano tra Fiat e il sistema industriale italiano.

Dove si decideranno le sorti degli stabilimenti, e secondo quali ordini di priorità? Resta da aggiungere che gli ultimi dati di bilancio del terzo trimestre del settore auto si chiudono con ricavi per il gruppo Fiat Chrysler in aumento del 16%.

Certamente una buona notizia per i lavoratori di Pomigliano, Melfi e Mirafiori solo che leggendo più attentamente il bilancio si scopre che, senza gli utili Chrysler (quelli del mercato americano) questo segnerebbe una perdita netta di 800 milioni di euro. Il punto è che sempre più le decisioni sugli eventuali investimenti, le nuove acquisizioni o le chiusure degli stabilimenti si assumeranno nei consigli di amministrazione delle Banche americane e non certo nella stanza di Corrado Passera.

Sul nostro paese rischiano di restare solo pessimi modelli di relazioni industriali. Come quelli che hanno ispirato l’odiosa decisione della Fiat di Pomigliano, di mettere in mobilità 19 lavoratori per poter rispettare l’ordinanza della Corte d’Appello di Roma che la obbligava a riassumere altri 19 lavoratori, ingiustamente licenziati, solo perché iscritti alla Fiom. Insomma anche per i sindacati leccesi ci sarebbero seri motivi di riflessione.

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