Dove finisce la terra e comincia la speranza. Reportage dal Don Tonino Bello

“Il mare è calmo. Tra oggi e domani ci saranno altri sbarchi”. Il dottor Francesco Mancarella, dal 1991, opera nel centro di prima accoglienza Don Tonino Bello di Otranto. Fissa l’orizzonte e pronuncia queste parole con naturalezza, con l’aria di chi comprende pensieri e abitudini di quelle donne e quegli uomini più di chiunque altro, in questo territorio. Lo chiamano “l’angelo dei migranti” e, in tutti questi anni, i suoi occhi ne hanno viste di storie. Oggi, si riempiono d’orgoglio, perché “il camice che indosso – racconta – mi ha permesso di diventare un uomo migliore, di toccare con mano disperazione, paura e povertà; di conoscere il Salento tutto: quello marcio e quello generoso, composto da intere famiglie che, nel cuore della notte, si svegliano per aiutare i migranti, dare loro un pasto caldo, una coperta e un sorriso”.

Il dottor Mancarella, come i volontari del Centro e gli operatori del settore, conosce a fondo il fenomeno immigrazione che ogni anno si riversa sulle coste salentine e che, malgrado apparenze e volontà mirate, non si può e non si deve connaturare come emergenziale. Attraverso le loro parole e i loro racconti, è possibile sfiorarne l’anima, fotografare, seppur per pochi attimi, i viaggi estenuanti, tracciarne i tratti essenziali che portano al di là di numeri e notizie ufficiali.

Il fenomeno è cambiato nel tempo. Oggi, i migranti arrivano sulle coste salentine con imbarcazioni provenienti principalmente dal Pakistan, dall’Afghanistan, dalla Palestina, dalla Siria, dal Bangladesh, dall’Iran, dall’Iraq, dalla Birmania, dal Kashmir, dal Kurdistan e dala Turchia, spiega il dottore. Le traversate sono organizzate in Pakistan, i gruppi partono dall’Afghanistan e arrivano in terra turca. Qui, i più fortunati restano e si imbarcano su navi di grandi dimensioni, altri, invece, proseguono fino in Grecia. Ad attenderli, gommoni di circa 5 metri e mezzo, e scafisti pronti a mettere a rischio la loro vita e quella di 30/40 persone, pur di intascare una ingente somma in denaro. “Stiamo parlando di cifre pari a 3mila euro solo per percorrere l’ultimo tratto, Grecia-Italia, di 2mila 500 euro per attraversare, invece, i quasi 6mila quasi chilometri relativi al primo”. Perché, aggiunge, “sono proprio i 500 chilometri finali che espongono scafisti e organizzatori a rischi maggiori, costringendo i migranti a pagarli a caro prezzo.” Pescoluse, Leuca, Otranto e Ugento sono le località maggiormente coinvolte.

Un viaggio la cui percorrenza varia, dalle poche ore ai tre/quattro giorni, un percorso che sottopone uomini, donne e bambini a una esperienza difficile da raccontare, da ascoltare. Frammenti lucidi che rimangono nella memoria, anche a distanza di anni. “Quello che ricordo di quei tre lunghi giorni passati su una imbarcazione che portava circa mille persone a bordo, è solo un atroce senso di soffocamento, un caldo insopportabile. Non potevamo né bere, né mangiare”. J.N. ha origini nigeriane, 28 anni, e ha vissuto sulla propria pelle quei giorni. Scherza, si ritiene fortunato perché, in fondo, è riuscito ad avere “un posto in prima classe”, al piano superiore dell’imbarcazione. Aminou, invece, di anni ne ha 23, e tutto quello che riesce a ricordare dei due giorni e mezzo vissuti in un mare in tempesta è solo “il rumore dell’acqua e il battito del suo cuore”. Corrono all’unisono perché la fortuna non è stata così clemente con lui. Il suo viaggio lo vive in stiva, disteso, “con arti inferiori e superiori totalmente immobilizzati.” Accanto, altri 800 uomini e donne che “parlano e pregano per fermare i cattivi pensieri ed arrivare salvi a riva.”

Terra. Le imbarcazioni vengono avvistate e l’iter, in caso di sbarchi clandestini, è sempre lo stesso.  I migranti vengono condotti al Centro di Otranto. Ad accoglierli, il dottore e un gruppo di circa dieci volontari (tra Misericordia e Croce Rossa) che procedono con un primo screening. Poi, l’identificazione (fotosegnalamento e impronte) e l’ascolto da parte della Procura, atto a individuare eventuali trafficanti. Cibo, coperte e docce sono messe a disposizione, grazie al duro lavoro dei volontari. Il tutto dovrebbe durare dalle due alle tre ore, ma molte volte le operazioni si protraggono. A quel punto, i richiedenti asilo vengono accompagnati al Cara di Bari, mentre i restanti vengono portati presso il Cie (Centro di identificazione ed espulsione). Da quel momento, resta solo la consapevolezza del proprio passato e l’estrema incertezza del futuro.

Ma le motivazioni che spingono ad affrontare tutto ciò sono differenti. Nella gran parte dei casi, sono legate a “conflitti interni, forte limitazioni dei diritti umani, situazioni di violenza generalizzata”, chiarisce l’avvocato Donatella Tanzariello del Consiglio italiano per i rifugiati, che non nasconde la sua preoccupazione rispetto al carattere “quasi silente” che gli stessi sbarchi presentano nel Salento negli ultimi anni. E aggiunge, senza remore:

“Mi rifiuto di pensare che le omissioni siano casuali. Penso ci sia, piuttosto, una volontà precisa da parte dei politici, in primis, e degli stessi mezzi di comunicazione nel togliere attenzione agli episodi. Tutto questo ha creato una percezione poco aderente alla realtà: trafiletti asettici congelano le coscienze, raccontando erroneamente il fenomeno, dandogli un carattere informe ed emergenziale.”

Volontari e operatori sanno di non essere davanti a una emergenza, ma ad un vero e proprio fenomeno strutturale. Conoscono bene le caratteristiche di un fenomeno tutt’altro che informe. Ad oggi: il 35 per cento circa è composto da minori non accompagnati, nel 2012 si sono avuti circa 1.800 nuovi arrivi, contro i 2mila 500 dello scorso anno. La gran parte dei migranti è composta da uomini, giovani; le poche donne sono soprattutto di nazionalità afghana, perché mariti o padri lasciano il loro Paese, portando con sé la famiglia. Volontari e operatori sanno, poi, che le chiamate, in questi periodi, sono quasi all’ordine del giorno; che una stanza e pochi letti nel corridoio in un centro come quello del Don Tonino Bello, forse, non bastano ad accogliere grandi numeri, a volte triplicati, quadruplicati rispetto alla capienza della struttura. Uno stabile che ha presentato, dopo la riapertura nel 2010, non pochi problemi. “Se fino al 2005 non abbiamo avuto complicazioni di sorta,- spiega il dottor Mancarella – al momento della chiusura e della successiva riapertura del Centro, abbiamo perso 2/3 dell’area, che sono stati donati ad altre associazioni.” Inoltre, “malgrado le denunce, fatte a politici locali e autorità, il Centro è sprovvisto ancora di termoconvettori”, capaci di assicurare un po’ di fresco in estate e un po’ di calore in inverno e, quindi, una prima accoglienza “degna di essere considerata tale”. Volontari e operatori sanno, infine, che le cose non cambieranno con facilità, ma si preparano ad affrontare altri arrivi fantasma, perché il mare è calmo e tra oggi e domani ci saranno altri sbarchi.

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