Benvenuti al Grande Zingarello. Ogni giorno, su viale Marconi

È uno strano fenomeno quello che si verifica ogni primo pomeriggio fra il tratto di mura Sud del Castello di Carlo V e la magnificente Gelateria Crem di viale Lo Re, angolo viale Marconi. È il centro di Lecce, ma potrebbe essere un’estrema periferia romana come Ponte di Nona, o borgate lombarde come Turro o Crescenzago. Un gruppo di una decina di rom di varie fasce d’età ha scelto qualche zolla di terreno all’ombra di un grande albero, quale sede del proprio dopolavoro, il punto ristoro tra un impegno e l’altro, che siano essi incentrati sull’umile questua o evoluti in direzione di operazioni più brillanti e avventurose.

Quello sparuto verde sottratto alle strisce blu è l’autogrill pedonale delle loro lunghe giornate, perennemente in moto per l’autostrada in cui si trasforma anche una piccola città di provincia, quando per percorrerla non hai altro che i tuoi piedi – perlopiu scalzi – e le gambe – troppo spesso costrette a simulare zoppìa.
All’inizio le signore e i ragazzi seduti ai tavolini di fronte all’entrata del caffè o alle sue panchine laterali, erano una sola voce oltraggiata contro questa intrusione nella loro vita alla fragola e frutti di bosco. Ma col tempo qualcuno ha cominciato a ricredersi, fino a restare incollati a quello “schermo” – che poi è solo un viale – che li separa da quello show che non è per niente una finzione.

I rom sono un vero spettacolo quando si godono una siesta, rasserenati dall’essere intenti in qualcosa di quasi legale e motivati ad essere se stessi più che mai dal sapersi osservati da una città che, bene che vada, li ignora. Oppure che, altrimenti, si limita ad odiarli proprio per questa loro sfacciata capacità di starsene rilassati su una aiuola in mezzo al traffico di viale Marconi. In ogni caso ugualmente in libertà, rispetto ai nostri codici comportamentali, rispetto a quanto lo sarebbe un gattino appena messo al mondo che muova i suoi primi passi fra le vetrine di piazza Mazzini.

Sono pic-nic di miseri avanzi, déjeuner sur l’herbe di giovani straccioni, la cui postura ricorda alle volte iconografie classiche o impressionistiche, per via di quel fare involontariamente parodistico degli schemi consolidati (che siano essi televisivi o pittorici) che hanno i gitani.

Eccoli stravaccati coi piedi sul tronco di un albero o sul busto di un fratello, a urlare vendetta per una merendina trovata fuori posto o abbracciandosi – in animo di vendetta – cercando in sè, o nell’altro, una nuova istanza di ferocia. Nei loro gesti, nei loro dispetti, nelle loro finte esitazioni e nelle loro reciproche, continue sopraffazioni, c’è tanta inventiva, tanta creatività che finisci per riconoscere questo o quel personaggio della letteratura o dei reality show (secondo le tue inclinazioni e competenze) nelle puntate di un Grande Zingarello che ormai si segue col fiato sospeso. C’è Huckleberry Finn che tocca qualunque cosa sia piccola, viscida e possibilmente morta. C’è lo spiritosone, che fa sempre ridere tutti. È lui il Pietro Taricone. E il bello è che ciò accade anche se alcuni di loro hanno superato i cinquant’anni.

È davvero uno spettacolo bislacco. Così bislacco che in certi casi propende, come per miracolo, verso una microscopica forma di integrazione. Le vecchie che guardano lo spettacolo dalle panchine, all’inizio erano solo indignate. Oggi è diverso.

“Certo che oggi Zindelo sta proprio nervoso, non lo riconosco più”. “Eh, signora mia, ma guarda Jofranka che ora gli porta l’acqua della fontanella . “O quel che ne rimane dopo che il solito Andrzej gli ha fatto il solito dispetto del colombino morto!”.

E più loro commentano e guardano in questo modo la loro realtà, più gli zingarelli usano tutti gli elementi del povero paesaggio che hanno a disposizione per esaltare gli pseudo lussi che si possono concedere in quei frangenti, stiracchiandosi su cuscini fatti di pietre fittizi come i lettini che contornano le piscine di Cinecittà.

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