Schopenhauer in cinque piccole lezioni (2)

Seconda lezione: il progresso su Kant

La filosofia idealistica aveva mosso dalla constatazione dell’illegittimità del dedurre la cosa in sé a partire dal fenomeno, secondo la legge di causalità che è una legge del principio di ragione, cioè soggettiva. In tal modo si pensavano infatti due piani di realtà, mentre ce n’era sempre uno solo, quello del fenomeno. Ma nel fenomeno essa inserì, per così dire, lo spirito. Schopenhauer fece il cammino inverso. Tornò a Kant, per poi “saltare” da Kant verso la sua grande innovazione, la volontà di vivere (Wille zum Leben). Reculer pour mieux sauter, arretrare per saltare meglio, aveva detto Leibniz. Ossia per inserire il fenomeno nella Volontà di vivere, concepita come essenza del mondo.

Per Kant il fenomeno era la sola cosa conoscibile. Il noumeno era un concetto limite, era quello che non era il fenomeno, era la cosa in sé a cui non abbiamo accesso, mentre il fenomeno è la cosa in noi a cui abbiamo accesso. Schopenhauer ascrive a grande merito di Kant l’aver distinto il fenomeno dalla cosa in sé, ma afferma che il fenomeno è una mera apparenza, a cui non corrisponde nessuna realtà. “Il mondo”, dice, “è la mia rappresentazione”. Ma la rappresentazione è fondata dal noumeno,  dalla Volontà di vivere, e questa è conoscibile immediatamente nella nostra coscienza. Kant concepiva come l’a priori dell’esperienza lo spazio, il tempo e la causalità, costituenti il principium individuationis, che nell’esperienza separa gli oggetti. Schopenhauer, invece, concepisce come l’a priori dell’esperienza la rappresentazione, intesa quale unità inscindibile di soggetto e oggetto (“nessun oggetto senza soggetto”). Come tale essa precede anche lo spazio, il tempo e la causalità, che si dànno entro la rappresentazione stessa. La rappresentazione diventa così la forma universale di ogni esperienza possibile.

Prima si pensava che, avendo le capacità intellettive necessarie, si potesse conoscere tutto. Da Kant in poi si può conoscere solo ciò che ricade sotto il principio di ragione, il quale inquadra la conoscenza in spazio, tempo e causalità. La conoscenza diventa, per così dire, la forma della bottiglia che l’acqua (la realtà) assume entrando nella “bottiglia” della nostra mente. Fino a Kant, dice Schopenhauer, la filosofia è stata tutta una lunga scolastica, in cui si credeva che la legge di causalità, che governa i fenomeni, e il principio di ragione, che li spiega, fossero leggi valide in assoluto, aeternae veritates. Per di più si ammetteva la tutela della religione sulla filosofia. Ma poi si è visto che il principio di ragione “non è prima di tutte le cose, e il mondo non è solo in conseguenza e in conformità di esso” (Schopenhauer).

Da Kant in poi la conoscenza è limitata alle forme a priori, soggettive, dell’intuizione. Il resto costituisce la “cosa in sé”, il noumeno. Davanti al noumeno Kant si era fermato come davanti a un castello sprangato. Schopenhauer, invece, trova modo di penetrarvi, per un camminamento segreto: l’autocoscienza. Dice: del noumeno o volontà di vivere noi abbiamo conoscenza immediata nella nostra autocoscienza. In realtà anche questa conoscenza che del noumeno o Volontà di vivere abbiamo nella nostra coscienza è mediata, è mediata dalla forma intuitiva del tempo, dunque è pur sempre conoscenza fenomenica. In tal modo, però, Schopenhauer aveva comunque aperto una porta sul noumeno, anche se non proprio la porta del noumeno. Aveva trovato una seconda fonte di conoscenza, la conoscenza diretta, intima (degli effetti) della Volontà, che integra e completa la conoscenza indiretta, mediata dalla mente, della rappresentazione. Egli dimostra con una grandiosa analisi in che modo la volontà di vivere si incarni in tutti gli esseri e muova tutte le cose, in un’eterna lotta per la soddisfazione di bisogni incessanti, risorgenti di continuo, e per il raggiungimento di sempre nuovi traguardi, senza avere mai posa: una “bufera infernal che mai non resta”, dove gli esseri sono allo sbando, alla costante ricerca del necessario per vivere, e a tal fine si strappano vicendevolmente la materia. Gli uomini risultano stretti in una tenaglia che va dal bisogno alla noia, dopo la soddisfazione del bisogno, e dalla noia al nuovo bisogno, senza mai poter raggiungere una meta finale.

Interessante notare come la visione dell’universo della scienza di oggi collimi, a tanta distanza di tempo, con quella di Schopenhauer. In Più veloce della luce, per esempio, lo scienziato portoghese João Magueijo paragona l’universo a “una bestia gigantesca” così:

Mi piace pensare all’universo come a un essere organico, qualcosa di vivo. Noi tutti siamo cellule di questo essere, e spandendo luce tutte le stelle che vediamo nel cielo forniscono il sangue che fluisce attraverso i suoi immensi cicli. Le forze che governano questo essere unico sono forze fisiche, proprio come quelle che controllano e compongono gli esseri umani. […] questo universo irrequieto […] è proprio come certe persone: una belva selvaggia, incivile, indomabile.

Cioè proprio come la Volontà di Schopenhauer: cieca, onnipotente, irrefrenabile.

Sossio Giametta

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