STORMY MONDAY #22

LA NOTTE DELLA TARANTA VISTA DA LONTANO: RICONCILIAZIONE E PAURA DEL FUTURO

La quindicesima stagione della Notte della Taranta ha il sapore della riconciliazione, come se – a distanza di quindici anni – fosse arrivato il momento di chiudere un ciclo. Per lo meno questa è la sensazione che si prova osservando l’agosto salentino dall’estero, seguendolo come possibile dai siti, dai network, dalle dirette e dai racconti.

La prima riconciliazione sembra arrivare con i direttori delle passate edizioni. Ha il sapore della rappacificazione con quel segreto di Pulcinella che da sempre connota questa rassegna. Perché tanto tutti sanno (ma nessuno lo dice) che il festival è nato, e continua a reggersi, su una miriade sconfinata di conflitti, scontri, accordi, rotture, strategie e competizioni fra persone e fazioni diverse. Fra politici e intellettuali, fra operatori e musicisti sul palco, fra musicisti sul palco e musicisti sotto al palco, fra direttori passati e direttori futuri e compagnia concertante. La cosa non è affatto un male di per sé (dallo scontro nasce la creatività, diceva il saggio), ma sembra che sia vietato sostenere questa posizione, perché tutti dobbiamo affidarci all’idea che “la Taranta porta sviluppo”. Che ci siano tentativi di riconciliazione con questa realtà sembra essere provato dalle esternazioni dello stesso Blasi. Pare che il politico abbia sostenuto – nel convegno organizzato a latere della kermesse – che “la Notte della Taranta ha molti padri, ma una sola madre” (la madre sarebbe lo stesso Blasi). Qualcuno gli ha poi fatto notare che la simbologia era infelice, perché ne discenderebbe che lui è una poco di buono e che la Notte della Taranta è figlia di buona donna. È un fatto, tuttavia, che questa frase rappresenti un riconoscimento della natura conflittuale (fra presunti padri, e fra questi e la disinvolta genitrice). Una riconciliazione, o almeno un tentativo, e spero che un giorno qualcuno racconti la storia della Notte della Taranta come storia di confronti, scontri e competizioni fra diverse personalità e istituzioni, piuttosto che come un esempio unico al mondo di innovazione della tradizione (probabilmente lo è, ma lo hanno già detto tutti, dobbiamo continuare a ripeterlo?).
Il carrozzone/concertone sembra anche riconciliarsi con la sua natura di spettacolo. Perché non è vero che la Notte della Taranta assomiglia al concertone del Primo Maggio, assomiglia piuttosto a Sanremo, solo che è in estate ed è all’aperto. Anche Sanremo, infatti, fa parte del nostro patrimonio identitario, inoltre mette insieme un’orchestra, ospiti internazionali, direttori, conduttori, ballerini e cantanti solisti in prima fila. E soprattutto c’è, nella Notte della Taranta come a Sanremo, il dietro le quinte: il parterre di politici, le personalità, i giornalisti (non manca nessuno, ci sono anche quelli che normalmente si dedicano al death metal). E tutti fanno a gara a occupare i posti migliori (e a farsi fotografare da Pierpaolo Lala). Il grande spettacolo si riconcilia con la sua natura sanremese approdando anche sulla homepage di affaritaliani.it, affianco alle tresche di Corona e alle foto pruriginose, e su youtube. Quest’ultima è una benedizione per i salentini all’estero: la ricezione è stata ottima quasi sempre e se andava via bastava riavviare il browser.
Con la chiamata di Bregovic (“all’attacco!”) è arrivata anche la riconciliazione con il nocciolo duro della Notte della Taranta, quello da cui tutto è partito. Quei giovani che, in quelle estati della seconda metà degli anni Novanta, avevano tra i sedici e i trent’anni e dividevano le loro nottate tra le ronde à laTorre Paduli, le performance di Vinicio Capossela e i concerti di Goran Bregovic (lo ha ricordato, con affetto, Pierpaolo Lala nel suo blog). Sono ancora quei giovani – forse un po’ meno giovani – a costituire il nucleo centrale delle centomila persone che affollano Melpignano (numeri della questura, ufficializzati già da giovedì).
Bregovic arriva quindi a guidare il concertone. E non è che si ricongiungano finalmente le due sponde dell’Adriatico, come tutti si affannano a ripetere. Questo è falso: le due tradizioni (le fanfare rom e la musica popolare salentina) sono diverse, e hanno poche cose in comune, e il perché lo potrebbe spiegare anche uno studente di etnomusicologia. Così come è falsa l’idea che l’obiettivo profondo del sound della Notte della Taranta fosse quello di unirsi ai ritmi balcanici, come sembra suggerire Pacoda nel suo nuovo libro. Non è che la teleologia del festival fosse quella di accorpare, a chitarre e tamburelli, trombe e sassofoni (per quello sarebbe bastato il talento di Gianluca Milanese). Quel che è vero è che si può tentare la fusione tra le due sponde. Ma questo è un altro discorso, e possiamo provare ad approfondirlo.
Esempi di incastri fra le due tradizioni (salentine e balcaniche) si possono rintracciare già nella musica dei Ghetonia di quasi vent’anni fa (su questo io ho già scritto, e Marco Leopizzi prima di me). In tal senso, il grande assente sul palco è Admir Shkurtaj (qualcuno obietterà che Admir non è da concertone, ma a quel punto dovrebbe dimostrare che la Madre Badessa Band lo fosse). Né mancavano personalità (Claudio Prima, Redi Hasa, Maria Mazzotta) che già da tempo lavorano per fare incontrare i due linguaggi musicali. Ma la ricetta del maestro, annunciata con ampio anticipo, era un po’ diversa: rinunciava quasi totalmente agli strumenti armonici, lasciando spazio all’incontro fra percussioni e fiati.
Il risultato è che il ruolo delle voci è stato messo in primo piano: i timbri vocali vengono esaltati dall’asciuttezza del suono complessivo. Questo è un bene assoluto, perché ci sono – nell’ensemble – delle vocalità uniche, eccezionali, sia nella schiera femminile che in quella maschile. Epperò, in assenza di strumenti armonici, il cui ruolo è pur sempre quello di sostegno e guida, è stato difficile trovare un collante; il maestro concertatore è riuscito solo raramente a ottenere un amalgama uniforme. Quando c’è riuscito, il risultato è stato esaltante, ottenuto grazie al superbo contributo del flauto di Giulio Bianco e delle corde di Gianluca Longo.
Nel complesso si è riscontrata una grande mancanza di coesione, in particolare nei primi brani. Dopo l’intervento delle mondine, il timbro generale (e forse anche l’umore) si è un po’ assestato. L’entrata in campo della banda di Racale, poi, ha dato vita a un’esperienza sonora potentissima. Si andava sul sicuro: “Kalasnjikov” è come la Divina Commedia, tutti sanno come inizia. E una volta che si inizia bene, un modo per continuare lo si trova sempre. Così come funziona sempre affidarsi alle individualità: la parentesi con cinque uomini sul palco – Paglialunga, Castrignanò, Amato, Licci e Cavallo –, a darsi battaglia a colpi di tamburelli e acuti, ha tenuto tutti attaccati allo schermo (e poi venitemi a dire che la competizione non ha un ruolo importante nelle pratiche musicali salentine!).
Quello che è stato invece insostenibile, in questa edizione, è il gran numero di errori. Stecche e fuori tempo, per non menzionare i finali scoordinati, erano dovuti – ovviamente – alla difficoltà tecnica di conciliare i ritmi e le atmosfere vocali di due tradizioni musicali diverse. Ma gli errori sono dovuti in primo luogo al poco tempo dedicato alle prove e alla costituzione del repertorio. Quello che è mancato, in fondo, è stata proprio l’orchestra intesa come unità sonora. Questo punto, a distanza di quindici anni, è tanto più dolente in quanto ormai quelli sul palco di Melpignano sono dei grandi musicisti. Sono adulti, si sono formati in centinaia di esibizioni, sono creativi, preparati e professionali. Tant’è che sulla faccia di ciascuno di loro, per quanto nascosta dal sorriso d’ordinanza, si scorgeva (altro vantaggio di seguire la manifestazione su youtube) l’espressione d’imbarazzo per gli sbagli tecnici che continuavano a ripetersi.
Questo è quello che dispiace di più, alla fine di un’edizione tutto sommato ricca di spunti musicali e co-presenze. Ma questo, a mio parere, è il grande problema della Notte della Taranta, che mi auguro qualcuno decida di affrontare arrivati al giro di boa del quindicesimo anniversario. La questione è che non esiste un’orchestra: esistono grandi solisti, più o meno in grado di coordinarsi insieme nel suonare brani conosciuti da tutti, ma che però non hanno il tempo – e non sono messi in condizione – di suonare insieme, di diventare una macchina affidabile al servizio del maestro concertatore di turno. Mi piacerebbe veder suonare quei musicisti come un solo strumento, come i Berliner Philharmoniker, e non come una all-stars qualsiasi, in grado di affidarsi alla bravura individuale e a poco altro. Per ottenere una vera orchestra ci vuole un vero impegno da parte della Fondazione: un impegno concreto, continuo e determinato. Se quei musicisti, pur mantenendo le specificità personali e la competitività degli estri artistici, fossero messi nella condizione di suonare come un’orchestra, allora diventerebbero davvero un esempio da esportare. Non solo: costituirebbero anche una guida per le nuove generazioni, a cui potrebbero trasmettere i segreti della loro professione. I giovani musicisti più dotati diventerebbero poi nuovi elementi dell’orchestra. Così la Notte della Taranta porterebbe davvero quello sviluppo di cui tanto si parla.
Il futuro, però, porta anche preoccupazioni. Il sito di affaritaliani (a quanto pare abbastanza informato e piuttosto influente) lancia il nome di Renzo Arbore come maestro concertatore per la prossima edizione. Sono convinto che il nome del leader non sia importante quanto la costituzione di una vera orchestra, ma se proprio dobbiamo pensare al conduttore, vi prego, lasciate perdere l’illustre foggiano. Renzo Arbore è un eroe nazionale nel campo della diffusione della cultura musicale. E lo è in almeno tre generi musicali (il pop degli anni Sessanta, il jazz, la musica popolare urbana). Come tutti gli eroi, va onorato e preso d’esempio, ma non lo si chiama a dirigere le truppe. Il mondo è pieno di menti musicali brillanti e illuminate, e ormai il concertone ha ottenuto un certo richiamo. La mia proposta allora, se Blasi, Bray e Torsello vogliono ascoltarla, è di fare un bando internazionale aperto a tutti i potenziali maestri concertatori (jazzisti, direttori d’orchestra o arrangiatori di musica etnica) e valutare le proposte in base al curriculum e alle idee musicali che giungeranno in sede da tutto il mondo (nonché dai locali). Questo potrebbe essere un buon modello per il futuro. Da esportare (forse), ma soprattutto da fare realmente nostro.
Gianpaolo Chiriacò
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