Quindici anni di Taranta. Ora è internazionale

È cominciata ieri con un corteo danzante per le strade di Corigliano D’Otranto – bellissime danzatrici in gonna variopinta, tamburi, tamburelli, violino e zampogna – la quindicesima edizione del Festival della Notte della Taranta. Gli Arakne mediterranea hanno radunato dietro di sé decine di persone tra le viuzze del centro storico, dalla chiesa di San Nicola al castello De’Monti, dove si è svolta una veloce conferenza stampa “alla tisa” (in piedi) per dare il benvenuto a giornalisti, pubblico e visitatori. E poi, come è stato detto, “via alle danze”.

Sarà la apertura inconsueta di quest’anno, con il corteo danzante degli Arakne, sarà che quindici anni è l’età in cui un festival comincia a diventare un’istituzione, ma quest’anno sembra che la pizzica, il recupero della tradizione musicale, l’incontro con le culture musicali degli altri paesi, abbia bisogno di meno giustificazioni filosofiche, di discorsi e studi sulle ricadute della Notte della Taranta nell’economia pugliese o sulla Taranta come “modello di sviluppo”. Tutto questo, anche durante la veloce conferenza stampa, sembrava acquisito. Ok, quello che accade in Grecìa e a Melpignano ogni anno è qualcosa di importante che, paradossalmente, grazie a ciò che abbiamo di più provinciale (all’apparenza), popolare, genuino, fa parlare di questa terra in Italia e in Europa.

Quest’anno, piuttosto (anzi: finalmente) sembra che la maturità della Notte della Taranta si sia concretizzata restituendole la sua forma originaria: quella di festival  musicale. Uno straordinario motore di sperimentazioni sul tema di ritmi e melodie che non smettono di incuriosire (come molte altre musiche popolari del mondo) artisti internazionali, musicisti tra i più dotati, virtuosi di ogni disciplina musicale. Da quando nella musica mondiale il filone del grande rock langue (qualche giorno fa abbiamo appreso che negli Usa vendono più i classici delle nuove pubblicazioni), la creatività, l’interesse di chi fa musica per amore – e per mestiere – si è spostato sulle tradizioni musicali locali. La word music ha smesso di essere una categoria marginale e riservata a un pubblico moderatamente snob e, anno dopo anno, continua a  guadagnare popolarità (gran bella parola).

Molti dei musicisti dell’Orchestra della Notte della Taranta, per i quali era impensabile fino a qualche anno fa dedicarsi a tempo pieno alla loro passione, oggi vivono di musica. Sono diventati professionisti. Un chitarrista come Marc Ribot (è quello che suona la chitarra in svariati album di Tom Waits ed Elton John) ha detto a “Jazz” che il miglior concerto ha cui ha assistito è quello del Canzoniere Grecanico Salentino a New York.

Insomma, quello che suona da queste parti, ogni anno, è interessante perché dietro ogni nota ci sono anni di ricerca, dietro ogni nuova produzione ci sono sperimentazioni ardite e l’incontro reale, vis à vis, di musicisti da ogni parte del mondo, dietro ogni micro filone nel quale la riscoperta della tradizione musicale salentina si è specializzata c’è studio e passione sincera. E che tutto questo diventi festa, una grande festa popolare che suona musica di altissima qualità, è la vera ricchezza che il Festival della Notte della Taranta produce ogni anno. La rotta, insomma, è invertita. È  come assistere a una fuga di massa dal MacDonald’s per precipitarsi ad affollare quelle che un tempo erano nicchie culturali, musicali, gastronomiche.

Melpignano, la Grecìa, la Notte della Taranta, stanno in questo movimento. Ci hanno messo del loro la gente del luogo, i musicisti, gli amministratori locali (la buona politica). Con discrezione, svolgendo ognuno il suo compito per quindici anni. Così, mentre si farnetica di annessioni di province o di fondare la Regione Salento, pensando che il sentimento popolare (e la cultura popolare) possa essere distillato in campagne mediatiche, da qualche parte il Salento – e la Grecìa – hanno ri-cominciato a esistere e, appena riconquistata a sé stessi una identità, hanno trovato il modo di preservarla abolendo le frontiere mentali, scartando da ogni presunzione di autonomia, andando a suonare la pizzica pizzica a Nuova York.

A quindici anni dalla prima edizione, quando a Melpignano c’erano cinquemila persone – e fu un successo straordinario – bisogna prendere la Taranta (il Festival) e la pizzica per quello che sono: una cosa terribilmente seria, a cui appassionarsi cercando nelle parole, nei racconti musicali, nelle note “ibride” di questa edizione “balcanica” (il maestro concertatore sarà Goran Bregović), le radici di una storia comune ai popoli delle due sponde dell’Adriatico.

Oppure, ancora una volta, si può prendere la pizzica e il Festival per quell’altra cosa che sono, indubbiamente. Una festa divertente, un momento in cui uomini e donne di molte provenienze rilassano le consuete inibizioni per farsi trasportare dall’eros di cui la danza salentina è carica. Scappando, per qualche giorno, dalle fatiche quotidiane (era grosso modo lo stesso, per le tarantate e i tarantati dell’antichità).

Tra le due opzioni ci sono numerose sfumature, ci sono quindici date ognuna particolare dal punto di vista musicale, ci sono bellissimi paesi da visitare, persone da incontrare. Ognuno può avere una personale via al Festival della Notte della Taranta. Che intanto, anno dopo anno, continua il suo percorso. Questa edizione, cominciata davanti alla chiesa di San Nicola di Corigliano, segna un passo deciso verso la internazionalizzazione del Festival. Per Goran Bregović e i cantori balcanici che brinderanno sotto il palco con i tamburellisti salentini, certo. Ma anche perché, con questa prestigiosa presenza alla concertazione dell’Orchestra della Notte della Taranta, la musica popolare salentina si consacra come una delle più importanti, se non la più importante, fonte di ispirazione per nuove sperimentazioni musicali a livello mondiale.

 

 

 

 

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