Mazzaral: all’Hilton con Dario Stefàno, tabacchine contro Marcelline

Giovedì sera, il meglio della cultura gastronomica e della tradizione folklorica della Puglia era in mostra al DoubleTree by Hilton Acaya Golf Resort Lecce (dovrebbe rientrare nel programma d’esame da giornalista mettere le parole nel giusto ordine senza googlare).

I due principali progetti messi in piedi dalla Regione Puglia per promuovere l’agroalimentare tipico – Masserie Didattiche e Prodotti di Qualità (e di quantità) di Puglia – erano al meglio di sé, destinando civettuole le loro attrattive organolettiche agli ospiti di un happening voluto dalla famiglia Montinari (i padroni di casa) e da Dario Stefàno, Assessore alle Risorse Agroalimentari della regione della cipolla di Acquaviva, dell’albicocca di Galatone, del carciofo di Brindisi e dei provoloni di vicino Lecce.

Il pubblico era variegato come in poche altre occasioni Stefàno e l’inseparabile Direttore d’Area Sviluppo Rurale Gabriele Papa Pagliardini hanno potuto contare. C’erano decine e decine di giocatori professionisti di golf, venuti nel Salento da 20 nazioni (partecipano all’Acaya Open 2012, valevole per l’European Challenge Tour, e che finisce oggi) e quasi altrettanti divoratori di capocollo e formaggio di pecora tutt’altro che amatoriali, suddivisi tra: i giornalisti sportivi, nazionali e importati, al seguito del torneo; gli altri ospiti dell’hotel; mezzo organico dei soci del Circolo del Golf di Acaya, gli amici più stretti dei Montinari e un paio di ballerine di pizzica delle quali tutt’ora si ignora la provenienza, ma del cui BlackBerry non è sfuggito il pin ai più fortunati fra i provoloni di vicino Lecce.

L’enogastronomia, come da tradizione del duo Stefàno-Pagliardini, era generosamente disposta lungo impeccabili banconi, apparecchiati da appositi massari pedagogici, con leccornie da saziare lottatori di sumo a fine carriera, altro che golfisti. Era il folklore a dare qualche grattacapo estetico. Lungo il perimetro della “Sunrise Pool” (la doppia piscina esterna del DoubleTree), e fino al Cocktail Bar si animavano, come altrettanti pupi di un presepe vivente a cinque stelle, intere schiere di tabacchine, impagliatori di sedie, raccogli olive e rispettiva figliolanza, tutti in abiti tradizionali e tutti con l’aria che doveva avere il topo di campagna la prima volta che si rese conto, andando a trovare il cugino di città, in che razza di posto era capitato.

Fra le eleganti toilette in seta delle mogli dei soci (e delle fidanzate dei figli dei soci) e i copricapo rurali del cast artistico morto di caldo, prima che la pizzica digestiva cominciasse a risuonare da un capo all’altro della Sunrise, photoshoppando a colpi di tamburello l’eccessivo contrasto, era evidente che prima o poi sarebbe scoppiata la rivoluzione.

Come gli albatri baudelairiani erano padroni dell’aria, ma tentennavano sui ponti delli navi, ad Acaya mani che avrebbero saputo potare l’impotabile e piedi che avrebbero pigiato ettolitri di vino, a bordo piscina sudavano e scivolavano. Fior di massaie che non avrebbero alzato un sopracciglio cespuglioso neanche davanti a quintali di letame, si ritraevano schifate dalla piscina Sunrise a causa anche solo di bassissime percentuali di cloro.

Un bimbetto, che avrà avuto 3 o 4 anni, vestito in costume tipico da Al Bano da piccolo, avrebbe potuto benissimo comandare la rivolta (somigliava tanto a uno di quei monelli parigini descritti così bene da Victor Hugo nei Miserabili), se non fosse stato troppo intento a esercitare il suo fascino selvatico su una microscopica “Uptown Girl” che, pur avendo ricevuto dalla madre l’ordine tassativo di “non giocare con la manovalanza”, e pur avendo avuto massimo 2 anni per orecchino di perle, non desiderava altro che giocare con lui, e premeva con una certa decisione per una partita di calcio a 8 mista, tabacchificio contro Marcelline.

Nel frattempo, non visto dai più, un manipolo di fedelissimi del Movimento Regione Salento (comprendente Paolo Pagliaro) partecipava alle degustazioni vivendole come un dramma politico-culturale. Da separatista convinto, davanti a tutte quelle pizze baresi, Pagliaro non era infatti meno inorridito del leghista del primo film di Checco Zalone, quando si vede recapitare in casa le temutissime orecchiette.

Ma, avendo dovuto ammettere a se stesso l’impossibilità di pasteggiare a rosato del Salento senza controbilanciare con cibi solidi un tasso alcolemico che cercava giustizia, persino Pagliaro finiva per dirigersi verso il buffet, avendo l’accortezza di scansare focaccia baricentrica e rape che non fossero rigorosamente ‘nfucate.

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