Per la lotta alle ecomafie, ecco le città “resilienti”

 

“Rafforzare le nostre città, rendendole resilienti, significa dare la possibilità agli ambienti urbani di reagire a shock climatici, ambientali ed energetici, riuscendo ad arginare e rispondere, nel contempo, ai danni dei crimini ambientali di stampo mafioso”. Di questo si è parlato in un convegno tenutosi ieri all’Università del Salento nell’ambito di Ole 2012 (Otranto Legality Experience). Il problema delle ecomafie e della loro incisività sulla vita e la qualità ambientale di intere regioni, è stato portato sul tavolo grazie a un convegno (“Città resilienti: pinificare l’ambiente urbano del futuro”) organizzato dal Kyoto club italiano, che si trova ad operare in un paese nel quale l’inquinamento ambientale non può essere affrontato in maniera separata dal problema delle ecomafie e dei grandi business che si consumano all’ombra dello smaltimento dei rifiuti.

Ed è proprio dalle storie e dai numeri che raccontano gli assalti della criminalità organizzata all’ambiente che occorre, forse, partire, distinguendo, nell’intricato ambito dell’ecomafia, le diverse tipologie di attività illegali sviluppate negli anni. Dall’agromafia e la zoomafia, che legano le attività criminali rispettivamente al mondo dell’agricoltura e degli animali, all’abusivismo edilizio; dal traffico dei rifiuti agli incendi boschivi. Veri e propri crimini messi in atto da una stessa mano (le organizzazioni mafiose) che agiscono con il medesimo movente (ingenti somme di denaro), condannando sempre una sola vittima (l’ambiente). Crimini che registrano, in Italia, nel 2011, un ammontare di 33.817 reati ambientali, un incremento percentuale di 9,7 punti rispetto al 2010, un fatturato di 16,6 miliardi di euro, un totale di 296 clan censiti e un numero di comuni sciolti per infiltrazioni mafiosa, solo nei primi mesi del 2012, pari a 18. Ed è proprio quest’ultimo dato, come spiega Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio Nazionale di Legambiente, che “descrive la specificità e le caratteristiche del termine ecomafia. Un concetto che, oltre alla criminalità organizzata vera e propria, racchiude in sé la cosiddetta zona grigia, composta da colletti bianchi, funzionari pubblici, politici locali e nazionali, imprenditori e professionisti.”

un momento del convegno

Il bollettino, malgrado le origini e le caratteristiche che lo determinano, offre un quadro desolante e uno scenario ancora più allarmante se la lente di analisi si sposta sulla nostra Regione. La Puglia, infatti, con 3.345 infrazioni accertare, 2.971 persone denunciate, 57 arrestate, 1.281 sequestri effettuati e 23 clan censiti, si aggiudica un quarto posto, permettendo, così, di diritto a città come Foggia, Bari e Lecce di occupare la top ten delle province con i più alti tassi di illegalità ambientale. Con un capoluogo, quello barocco, che riesce a mettere a segno, nel 2011, ben 742 infrazioni ambientali. E se è vero, come sottolinea, Antonio Pergolizzi, che i dati allarmanti pugliesi sono in parte imputabili “a un’efficace azione repressiva messa in atto dalle forze dell’ordine”, è anche vero che ai vertici dell’ultima classifica ecomafia, si arrestano quattro regioni (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia), caratterizzate da una tradizionale presenza mafiosa.

Ma se il traffico di rifiuti rappresenta, per il Bel Paese, il pilastro per eccellenza su cui poggiare l’architettura criminale con ben 346.000 tonnellate di materiale sequestrato, un export per lo più orientato verso i mercati cinesi e un guadagno totale di 20 miliardi di fatturato annuale, per la nostra Regione le specialità in ecomafia sono altre. Un menu, quello pugliese, “incentrato, soprattutto, sul ciclo illegale del cemento, sull’abusivismo edilizio e sulla cementificazione selvaggia come quella di Porto Miggiano”, fa notare Antonio Pergolizzi. “Un territorio, quello salentino,  sacrificato anche dalle azioni di corruzione messe in atto per appalti e subappalti, passate, il più delle volte, grazie al ruolo cruciale rivestito da tecnici comunali, figure che talvolta agiscono da cerniera tra il mondo della criminalità organizzata e i grossi imprenditori.” Insomma, veri e propri crimini che si nascondono dietro ai timbri della legalità.

Purtroppo, però, il ciclo del cemento rappresenta, per il tacco d’Italia, solo uno dei tanti fenomeni di ecomafia perpetrati. Tristi istantanee fotografano un Salento che lascia l’amaro in bocca. Lontano dalle affascinanti tradizioni popolari e dai paesaggi mozzafiato, raccontano di una terra difficile, in cui la criminalità organizzata riesce ad agire, ampiamente, anche su altri fronti. Dal settore degli incendi boschivi che mette a repentaglio ettari di terreno e di verde, a quello del traffico e delle discariche di rifiuti e di amianto, a cielo aperto o nascoste in apposite cave, che ha registrato, nel 2011, 1.692 punti di raccolta illegali. D’altronde il fiuto imprenditoriale di un camorrista aveva  individuato, già qualche anno fa, proprio in questo settore un giro d’affari senza precedenti: “trase munnezza e iesse oro”, diceva. Ma la marcia dell’illegalità, in Puglia, non si arresta qui. E calpesta anche il terreno della zoomafia che, attraverso corse, combattimenti e macellazioni clandestine, consacra la Regione ai primi posti delle classifiche.

Ma a fronte dell’allarmante quadro socio-ambientale presentato, quali sono le azioni da mettere in atto per contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nel territorio? Quali le strade da intraprendere per permettere alle nostre città di reagire con efficacia a shock climatici e ambientali provocati all’ambiente?

Certamente, ci sono richieste concrete da porre alle istituzioni. Richieste che mirano, soprattutto, a un aggiornamento dello scenario legislativo esistente in materia. La nostra normativa, infatti, amministra e inquadra, a oggi, tutti i crimini ambientali come meri reati contravvenzionali, con l’unica eccezione rappresentata dal delitto del traffico illecito di rifiuti regolato dalla legge 93/2001. Un quadro, quello italiano, che contraddice, forse, lo spirito della direttiva europea (legge 99/2008) che impone, invece, ai paesi membri di dotarsi di una legislazione ambientale che preveda “sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive” volte a contrastare i reati. In definitiva, un sistema legislativo carente, con una capacità di deterrenza molto bassa, dovuto forse all’ormai accertato saldo connubio tra politica e mafia. Non è un caso, infatti, se l’Italia è ancora l’unico Paese dell’Ue, come sottolinea Piero Pelizzaro, responsabile della Cooperazione Internazionale Kyoto Club, a non essersi dotato né di “una strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”, né di una legislazione in materia efficace e valida.

Ma se da una parte ci sono appelli rivolti alle istituzioni, dall’altra, emergono buone pratiche cittadine, degne di nota, che hanno fatto della resilienza, in questi ultimi anni, l’imperativo da adottare: città europee come Rotterdam e Copenaghen e città italiane come Bari e Torino. Il capoluogo pugliese mette in atto, grazie a uno studio mirato del Politecnico barese, modelli di smart cities mediterranee (città intelligenti). Il progetto, nato nell’ ambito di un’iniziativa promossa dall’Unione Europea, è volto a “migliorare la vita dei cittadini e rendere più sostenibile la città dal punto di vista energetico”, come spiega Nicola Martinelli, Prorettore dell’ateneo barese. La città di Torino, invece, mira a contrastare, grazie a progetti promossi dal Politecnico, uno dei settori più energivori del nostro Paese, come quello della mobilità. Il sogno, afferma l’ingegner Ezio Spessa, responsabile del progetto, è arrivare a raggiungere uno switch energetico: il passaggio a nuovi combustibili e una piena elettrificazione permetterebbe di arrivare, entro il 2035, quasi al 40% di riduzione delle emissioni di CO2 del settore trasporti su strada.

Insomma, per contrastare i crimini ambientali, pianificare con raziocinio e resilienza le città del futuro, per arginare il disastro del global warming strettamente correlato ad alcuni fenomeni ecomafiosi (deforestazione, incedi dolosi, discariche abusive in primis), è fondamentale conoscere e riconoscere le caratteristiche dei sistemi malavitosi che commettono questi reati. Sapere che frane, alluvioni e tutte le vittime dei disastri idrogeologici hanno dei colpevoli, che nella peggiore dell’ipotesi, nell’Italia di oggi, saranno condannati a pagare una ridicola ammenda. E sapere, in ultimo, che è necessario un cambiamento culturale, prima che istituzionale e legislativo. Perché, in fondo, qualcuno lo diceva già cent’anni fa: “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato”.