Parlando di Falcone e Borsellino con Ayala

Il 19 luglio del 1992, mentre era intento a visionare lo scenario dove esplose la bomba che aveva ucciso Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, inciampò nel corpo carbonizzato di un amico ufficiale. Vent’anni dopo Giuseppe Ayala, pubblico ministero al primo maxiprocesso contro la mafia e amico intimo di Falcone e Borsellino, si trova a Poggiardo in una serata organizzata dal Comune e dedicata al ventesimo anniversario della morte del giudice Borsellino. Ospite della serata, insieme ad Ayala, c’è anche Maria Carmela Lanzetta sindaco di Monasterace, piccolo centro calabrese ad alta densità di ‘ndrangheta. Insomma due bei esempi di legalità e lotta alla criminalità.

 

Belli e diversi allo stesso tempo, con due differenti storie da raccontare. Il sindaco Lanzetta è all’apparenza una mite signora, risponde ai complimenti con dolci e amari sorrisi. Sembra fragile ma ha alle spalle un’esperienza di grande tenacia. E’ proprio lei ad iniziare l’incontro e si capisce subito che dietro quel viso imbarazzato c’è una donna determinata: “sono stata eletta sindaco per la prima volta in seguito ad una reazione della società civile. Si vede che quando le cose vanno troppo male c’è bisogno delle donne”, esordisce cosi la signora Lanzetta.

In seguito comincia a parlare della propria esperienza istituzionale, molto simile ad un bollettino di guerra: dopo il primo anno di incarico furono bruciate tre macchine di altrettanti assessori, nel 2011 fu bruciata la farmacia di proprietà del sindaco e qualche tempo dopo colpi di arma da fuoco furono rivolti sempre nei confronti dell’esercizio commerciale e verso la macchina del primo cittadino, che decise quindi di rassegnare le dimissioni. La paura cominciò ad essere troppa per una donna che è anche madre di due figli. L’accaduto fece il giro d’Italia e si moltiplicarono gli attestati di stima e solidarietà. L’isolamento nella quale il sindaco era caduto divenne improvvisamente un brutto ricordo.

Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monasterace

Le dimissioni furono quindi ritirate e Monasterace può ancora godere del coraggio di questa donna. Tuttavia, perché è stata vittima di queste intimidazioni? Che minacce portava questo piccolo politico per la ‘ndrangheta? Prima di tutto una giunta composta prevalentemente da donne e giovani, poi regole. Difatti Lanzetta conclude cosi: “Mi piacciono le regole, mi piace assegnare i posti a chi ha vinto i concorsi e non faccio favori, devo per questo sentirmi un’aliena?”. Intanto Ayala gira lentamente una sigaretta tra le dita e la osserva compiaciuto.

 

Il giudice è una persona molto diversa rispetto alla signora Lanzetta. Parliamo di uomo che è stato uno tra i più importanti pubblici ministeri degli ultimi anni, dieci di questi al fianco di Giovanni Falcone, parliamo di un parlamentare ed ex sottosegretario alla giustizia, un uomo che ha girato il mondo. Si esprime con sicurezza e gesticola molto, non ha peli sulla lingua. Stimolato da una domanda del giornalista Tonio Tondo, Ayala comincia a parlare dell’importanza che Falcone aveva assunto anche in ambito internazionale.

Ad esempio gli Stati Uniti era uno dei paesi che, per motivi di lavoro, aveva instaurato i maggiori contatti con il giudice di Palermo. Nel 1991 Bush senior venne in visita in Italia e chiese di parlare personalmente con Falcone; quando il magistrato venne ucciso il Congresso degli Stati Uniti votò all’unanimità un documento in cui veniva dichiarato che l’uccisione del giudice Falcone è da ritenersi come un delitto che comporta un danno diretto agli Stati Uniti stessi. Questa era la reputazione di cui godeva il giudice istruttore agli occhi degli americani. In Italia invece, a partire dal 1988, si era scatenata una campagna di delegittimazione nei suo confronti da parte di giornali e alcuni settori delle istituzioni, consiglio superiore della magistratura su tutti.

il giudice Giuseppe Ayala

Ayala dichiara con decisione: “pensare che il pool antimafia di Palermo sia stato fermato dalla mafia sarebbe un falso storico, il pool è stato disgregato da alcune scelte dello Stato”. Il discorso si sposta sui rapporti tra Stato e mafia. Si parla del fallito attentato dell’ Addaura (nel 1989 cinquantotto candelotti di esplosivo vennero ritrovati nei pressi della casa estiva di Falcone) e Ayala afferma che Falcone aveva già allora il timore che l’organizzazione dell’attentato non fosse stato ordito solo da Cosa Nostra. Ayala stesso, in un intervista rilasciata subito dopo l‘episodio, affermò: “quanto accaduto non è solo opera della mafia”.

 

Lo scenario che caratterizzò le uccisioni di Falcone e Borsellino non ebbe una matrice differente di quello dell’Addaura, lascia intendere l’ex pm. Ci sono una serie di fatti che confermano questa tesi. Il primo di questi fu la cancellazione di alcune rilevanti annotazioni dal computer di Falcone, che egli aveva lasciato al Ministero della Giustizia. “Può un uomo della mafia entrare al Ministero della Giustizia e mettere mano al computer?”, si chiede Ayala.

Viene citato anche l’episodio dell’agenda scomparsa di Borsellino. Al riguardo c’è un filmato trasmesso dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta che ritrae un ufficiale dei carabinieri che, con in mano la borsa del giudice ucciso, si allontana subito dopo la strage. L’ufficiale in questione non subì nessuna sanzione. Allora il problema risiede negli apparati deviati dello Stato o centri occulti che hanno dei loro referenti in Parlamento. Tanto più debole è il potere politico, tanto più spazio di autonomia hanno questi apparati.

E “da quando la seconda Repubblica è nata il potere politico in Italia è stato di una debolezza imbarazzante”, sostiene Ayala. Al riguardo un episodio emblematico vede protagonista Andreotti, allora Presidente del Consiglio, che non si recò ai funerali di Falcone, mentre qualche giorno prima era presente a quelli del mafioso Salvo Lima. La serata volge verso la conclusione ma c’è spazio per un altra significativa osservazione riguardante il vero problema italiano, ossia l’illegalità: “se si recuperasse solo la metà dei proventi della mafia e dell’evasione fiscale l’Italia sarebbe al di sopra del tasso di crescita medio europeo”.

A evento concluso Ayala è ancora seduto sulla sedia mentre autografa il suo ultimo libro “Troppe coincidenze”. L’immagine è quella dell’ex pm circondato da persone e soprattutto da tanti bambini. Allora la protesta di un giovanissimo spettatore che sbotta “ma io l’autografo lo volevo sulla mano” rappresenta anche una piccola speranza per il futuro. Per una volta la contesa per una firma non riguarda un calciatore o un attore ma un giudice che ha combattuto la mafia, un magistrato che ha lottato al fianco di Falcone e Borsellino, due uomini che ancora compiono miracoli.

Le foto sono di Stefano Martella

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