La fine del viaggio e l’elogio del furgone

Buongiorno, sono Ciccio e mi sono appena svegliato, ho le cispe agli occhi e un basso prurito. Il corpo chiede acqua dolce da assumere per via orale, e così sia. Il sonno è stato breve ma ristoratore ed è un selvaggio piacere guardare la scogliera brulla strapazzata dall’onde, così via le mutande e il tuffo. Aspetto gli altri di ritorno da una passeggiata, appeso a un’amaca, cercando di bersagliare lontane lucertole con vicine pigne. Smontato l’accampamento mi tocca di recuperare il furgone, che oggi è il mio turno di guida.

Impreco silenziosamente lungo il sentiero in salita con uno zaino in spalla e una coppa traballante di avanzi di cena incastrati male. Sudo. Il furgone, la comparsa del nostro viaggio, una presenza discreta, il nostro mulo a motore diesel. No, dico, cosa sarebbe stato il nostro viaggio senza il furgone, eh? Ci vedete a noi sulla salita per Marina Serra con zaino in spalla, pentole sottobraccio, tende sul portapacchi attaccate alla meno peggio, pallone da beach tra le cosce, buste della spesa tra i denti, eh? Ci avete visti così? No.

Appunto. Per questo bisogna parlare anche del furgone, del nostro mezzo di semplificazione, un po’ per dovere di cronaca e un po’ anche perché oggi è lui il mio compagno di viaggio (insieme alla pigra Isabella, che di voglia di pedalare ne ha avuta proprio poca). Un mezzo austero, grigio come un funzionario, decorato con il simpatico logo di Salento Bici Tour. Metri cubi di spazio protetto ambulanti su ruote di gomma, più un confortevole abitacolo che può ospitare legalmente 3 persone.

Il furgone ha partorito le biciclette alla partenza, ha ospitato quelle ferite dal cammino, ha seguito i ciclisti da una strada tutta sua, incrociando a volte il loro cammino e regalando generosamente in questi fugaci incontri angurie, meloni, albicocche e pesche. Presenza discreta, dicevamo, come il migliore degli amici, e non ha tradito mai.

Se c’è un odore che ricorderò di questo viaggio non è quello del timo selvatico della Palascìa, del lentisco di Porto Selvaggio, dei fioroni di Felline, no! Già sentiti, quelli, nessuna sorpresa. Sarà quello del vano di carico del furgone l’odore che porterò nel cuore per il resto dei miei giorni. Sarà quell’odissea di afrori e profumi, di marcio e di fruttato, sarà quel flusso cangiante di giorno in giorno, di ora in ora, il mio specchio olfattivo del nostro viaggio. Alla partenza profumava di detersivo, di vestitini lavati e stirati a Milano o a Roma.

Due bici sul lato sinistro, bagagli accatastati con cura e meticolosa precisione. Un bijoux. Ma il viaggio è andato avanti, la sudorazione è aumentata, i vestitini puliti sono diventati sporchi, qualche pomodoro è andato a male, qualcuno ha dimenticato due bucce di melone, le lumache da me cucinate hanno subito strani processi di fermentazione in pentola, gli zaini sono aperti e la roba sparpagliata, il cappello è sepolto nell’angolo più irraggiungibile, l’origano disseminato, pure l’olio è caduto, cristo!

Così, strada facendo, l’ordine immacolato del primo giorno è andato perduto per sempre, lasciando spazio ad un caos più caldo e confidenziale. Così, strada facendo, l’odore immacolato del primo giorno è andato perduto per sempre, lasciando spazio a quel che ognuno di noi ha raccolto e ha rilasciato durante il viaggio, acquisti e secrezioni. E il furgone ha magistralmente condensato, con l’aiuto del sole, le nostre anime diverse, riflesse in ciò di cui singolarmente odoravamo, in una sola cosa . La nostra sintesi perfetta, diversa ogni giorno, è stata lì, in quel soffio caldo che ogni sera all’apertura del portello ci rivelava silenziosamente che cosa eravamo diventati.

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