Cerano, c’era una volta l’acqua. E l’agricoltura

 

Alcuni giorni fa in Piazza Vittoria, a Brindisi, Greenpeace ha presentato i risultati di uno studio commissionato all’istituto di ricerca “Somo”, che ha utilizzato il metodo impiegato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea) per valutare l’impatto dell’ inquinamento della centrale a carbone di Cerano non solo sulla salute dei cittadini, ma anche sul tessuto economico-produttivo del territorio. I dati emersi sono allarmanti: 119 morti premature all’anno; 400 ettari di terreno interdetto alla coltivazione; 13 milioni tonnellate di anidride carbonica; 7mila 300 tonnellate di ossidi di azoto; 6mila 540 tonnellate di ossidi di zolfo; 437 tonnellate di particolato emessi nell’atmosfera. Il danno in termini economici, sociali e sanitari è stato stimato tra i 500 ed i 700 milioni di euro all’anno.

Ma se i risultati forniti da questa ricerca possono essere contestati, confutati con altre ricerche, ritenuti imprecisi o eccessivamente allarmanti (come è legittimo che sia in un dibattito pubblico), ci sono, a Brindisi, delle vittime ben identificabili che ormai pagano da anni gli effetti prodotti delle emissioni della centrale Federico II: gli agricoltori di Cerano. Non possono coltivare quelli che un tempo non molto lontano erano i “loro” campi rigogliosi, né bere l’acqua perché inquinata e salinizzata a seguito delle trivellazioni condotte da Enel per posizionare il nastro-trasportatore; lavori che hanno provocato un abbassamento della falda superficiale. Il loro grido disperato, nel dibattito pubblico, è stato soffocato dal preponderante interesse collettivo (servirsi dell’elettricità prodotta dalla centrale)

I militanti di “No al Carbone”, si sono fatti raccontare dalla viva voce dei contadini come Enel abbia stravolto per sempre le loro vite. Il risultato è un video shock di circa 10 minuti che non può non far riflettere, che non può lasciare indifferenti. Una volta guardato nessuno potrà più far finta di non sapere.