Mare e antiche civiltà, fino a Porto Selvaggio

Ciao, chi vi scrive è Francesco, un ragazzo di vent’ anni che, so che sembrerà strano,  non sale su una bici da circa sette anni.  Mi sono imbattuto quasi per caso nell’ itinerario proposto dal salento bici tour. In effetti ero incuriosito dal fatto che il viaggio di sette giorni sarebbe stato percorso interamente in bicicletta. Sono di Matino, un paesino che sorge sulle ultime propaggini delle Serre Salentine, e ho pensato che sarebbe stato un buon modo per approfondire la conoscenza della mia terra.

La giornata di ieri è cominciata alle 7:30 circa, a quell’ ora infatti ci siamo svegliati nel campeggio  “La Vecchia Torre”, sulla strada tra Gallipoli e Rivabella. Dopo una comoda colazione presso il bar del campeggio, siamo passati ai preparativi per la partenza, tra cui smontare le tende, richiudere gli zaini e fare buona scorta di acqua e quant’ altro fosse necessario per il viaggio che attendeva.

Il museo della civiltà contadina

Dunque siamo montati sulle selle e siamo partiti con destinazione il  “museo della civiltà contadina” di Tuglie , distante una decina di chilometri. Personalmente, essendo del luogo e conoscendo le zone ma abbastanza da saper definire seppur a grandi linee la mia posizione e quella dei paesi vicini, sono rimasto perplesso dalla strada imboccata dalla guida, che non sembrava la più breve o rapida. I miei dubbi sono poi cresciuti quando a un certo punto abbiamo svoltato immettendoci in un vialetto di campagna, non asfaltato. Dopo poco, troppo poco perfino per una persona fuori allenamento come me, ci siamo fermati, sebbene non sembrava che alcuno necessitasse una sosta.  

Carlo allora ci ha invitati  guardare una costruzione dismessa non lontano da noi.  Inizialmente non avevo fatto caso a quella costruzione, poiché nel Salento non è raro trovare costruzioni abbandonate nelle campagne, tuttavia quei ruderi erano particolari: si trattava dei resti di un’abbazia di monaci basiliani: l’abbazia di San Salvatore, costruita intorno al tredicesimo secolo  e di cui ora, a causa dei muri caduti, era possibile vedere uno scorcio interno della chiesa. Visto lo stato della costruzione, non ci siamo cimentati in una visita degli “interni” ma invece abbiamo ripreso il nostro viaggio verso Tuglie e il museo,  proseguendo spediti salvo una breve sosta per rinfrescarci e rifocillarci con “i fichi dei viandanti”. Siamo arrivati a destinazione in tarda mattinata, giusto in tempo per metterci al riparo dalle martellate del Sole, perché si, qui il sole picchia, e senza una accurata programmazione dell’ itinerario anche gli spostamenti più brevi diventano insostenibili comunque ci si voglia spostare. A meno che non si voglia ricorrere alla fantastica seppur dispendiosa aria condizionata.

Il fico del viandante

Già la facciata del museo si presentava in modo particolare. All’ esterno infatti vari torchi (grossi strumenti usati per spremere l’ uva) e altri strumenti tipici della vita campagnola  erano schierati davanti all’ entrata di quella che un  tempo era stata la dimora del marchese del paese.  All’ interno siamo stati accolti da Giuseppe, fondatore del museo della civiltà contadina nonché proprietario del palazzo, che offre gratuitamente, a chi ne avesse voglia, la possibilità di vedere con i propri occhi un frammento del tempo che fu. Anzi: svariati frammenti, probabilmente centinaia, tanti sono infatti gli oggetti di cui Giuseppe si è fatto custode.

La visita si è protratta per un’oretta  abbondante data la mole dei cimeli conservati nel museo e le storie che appartengono a ognuno di essi.  Abbiamo avuto modo di vedere i precursori dei moderni trapani, utilizzati per riparare la ceramica, otri con una forma studiata per mantenere il contenuto fresco, sfruttando i vapori come fuga per il calore, ma anche oggetti più pregiati come i semi di una pianta coltivata dagli antichi romani e documenti antichi vergati dalle mani di famosi reggenti d’ Europa del passato.

Terminata la visita ci siamo recati in nel famoso bar Provenzano, famoso per i sui dolci di cui ovviamente abbiamo voluto essere giudici noi stessi.

Dopo ciò, rifocillati, “addolciti” e riposati siamo ripartiti. Abbiamo attraversato San Simone, Sannnicola e abbiamo proseguito sulla litoranea verso nord accompagnati dallo schiamazzo dei bagnanti fino ad arrivare a Santa Caterina. Qui Carlo ci ha portato in un posto relativamente isolato, ‘lu chiapparu’, dove abbiamo avuto un angolo di mare tutto per noi. Dopo il bagno rivitalizzante e svariati tuffi, abbiamo rimpinguato le nostre riserve energetiche provate dal tragitto con della frutta offerta dagli organizzatori e infine siamo ripartiti per l’ultima meta da visitare della giornata: Porto Selvaggio.

Il tramonto visto dallal Torre dell'Alto di Porto Selvaggio

Questo è un parco protetto che d’ estate si riempie di turisti e non, attratti dalla frescura della pineta, dai colori a dir poco suggestivi, come lo è la vista dalla “Torre dell’ Alto”, per non parlare dell’ acqua sorgiva, una grotta marina e della caverna nella quale sono stati trovati i più antichi resti  in Europa dell’uomo dell’uomo di Neandertal. A causa della nostra posizione e dell’ orologio che ci comunicava irremovibilmente che l’ imbrunire era vicino, dopo un ultimo rapido bagno, abbiamo deciso di andare a godere dello spettacolo del tramonto dalla Torre dell’ Alto che si è rivelato più che degno della passeggiata non esattamente piacevole che ci era costato.

A domani, con l’ultimo giorno di racconto: Porto Selvaggio – Galatina

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