Lo scandalo silenzioso dei braccianti di Nardò
Sono tornati a dormire tra gli ulivi, stesi sulla nuda terra o su materassi sudici. Oppure ammassati in una falegnameria abbandonata, poche centinaia di metri nel fitto della campagna all’ingresso di Nardò. La chiamano “il campo”. Sono centinaia di braccianti, soprattutto tunisini e sudanesi, che sopravvivono così, durante la stagione di raccolta delle angurie e dei pomodori. Non hanno acqua, servizi igienici, corrente elettrica, si coprono con asciugamani sporchi e mentre dormono le mosche ronzano sopra le loro schiene stanche. Sono qui da circa quaranta giorni, hanno già raccolto una buona metà delle angurie e molti di loro si tratterranno per la raccolta dei pomodori, che comincerà a fine luglio.
Accanto ai loro giacigli anche quest’anno non mancano i gazebo nei quali i caporali o i parenti dei caporali improvvisano “ristoranti” a caro prezzo che distribuiscono miseri piatti al prezzo di tre euro e cinquanta. I braccianti africani sono tornati anche quest’anno a Nardò. Non sono meno di 300, per il momento, e li si può vedere ogni giorno in piccoli gruppi mentre raggiungono i “magazzini”, le aziende agricole, dalle quali partono su furgoncini bianchi per i campi, a raccogliere il meglio della produzione agricola locale.
Il “campo” dei braccianti:
L’accampamento sotto gli ulivi:
Ma è come se fossero invisibili, perché a Nardò si è rotta la catena dell’accoglienza. Quest’anno Masseria Boncuri non è stata allestita e, particolare rilevante, durante l’inverno scorso è stata pesantemente “vandalizzata” da ignoti. Il sindaco di Nardò, Marcello Risi, dice che “è stato asportato per intero l’impianto elettrico, le componenti dell’impianto idrico sono state rubate, anche i sanitari, i danni sono ingentissimi”. Il Comune non ha i soldi per riaprire l’edificio che l’anno scorso arrivò a ospitare in continua emergenza 400 lavoratori. La Regione Puglia è pronta da tempo a stanziare 70mila euro per “continuare l’esperimento” e tentare di arginare in extremis l’emergenza. Ma secondo lo stesso Risi servirebbero “almeno 150mila euro” e il Comune di Nardò, la restante parte dei fondi non ce l’ha. Perciò, promette, “anche con risorse comunali” si potranno organizzare interventi di emergenza, bagni chimici nei pressi del “campo”, servizi doccia, acqua potabile e “un innovativo servizio di lavanderia”. Ma niente più, a meno di miracoli istituzionali.
Perché non è solo una questione di soldi: a svanire è stato innanzitutto lo spirito che animò Masseria Boncuri e ne fece il simbolo della lotta al caporalato, nonostante le carenze drammatiche che la caratterizzarono (sul retro dell’edificio nacque una tendopoli indecente controllata dai caporali, non c’era acqua calda, né servizi sufficienti, un lavoratore morì nottetempo per un malore patito nella sua tenda). La nascita di quel simbolo fu merito del coraggio degli immigrati. Ma anche delle favorevoli condizioni nelle quali si trovarono ad operare il sindacato (la Cgil) e le associazioni di volontariato, che poterono contare su un vero e proprio presidio di aggregazione e di socializzazione dei problemi. E soprattutto poterono contare sulla visibilità che quel posto diede al dramma del caporalato. Fu più facile per i giornalisti raggiungere e intervistare i lavoratori.
Oggi queste condizioni non ci sono più. Ed è incredibile, lo dice l’assessore regionale alle Politiche Agricole, Dario Stefàno, che “a Nardò invece che fare un passo avanti per migliorare quell’esperienza si sia scelta la politica del passo indietro”. Il sindaco di Nardò è di un altro parere: “Gran parte dei giornalisti italiani ha chiamato Boncuri ‘la favela dell’amministrazione’. Dobbiamo pensare a qualcosa di diverso e di più attrezzato, non possiamo riproporre ogni anno iniziative di questa natura se non ci sono garanzie per i lavoratori”. E aggiunge: “Tutto ciò che in termini di salute avviene nel territorio comunale è mia responsabilità”. E Risi la responsabilità di riaprire “la favela” con il marchio del suo Comune non ha voluto prendersela. Il guaio è che l’amministrazione da lui guidata non ha trovato nessuna alternativa. Il risultato sono i braccianti sotto gli ulivi.
Una immagine che ha fatto andare su tutte le furie mezza giunta regionale, Vendola compreso. “Scriverò una lettera pubblica a Risi”, dice Elena Gentile al convegno organizzato dalla Flai Cgil venerdì 6 luglio, proprio sul tema degli “Invisibili nelle campagne di raccolta”. Lo scorso novembre la Regione aveva infatti prospettato all’amministrazione comunale di Nardò di utilizzare 700mila euro di fondi provenienti dai piani sociali di zona per replicare nel Salento l’esperienza positiva degli alberghi diffusi già sperimentata nel foggiano per gli schiavi del pomodoro. Ma non è accaduto nulla. “Evidentemente il sindaco è stato un po’ distratto in questi ultimi mesi”, chiosa la Gentile.
Ma dell’opportunità della riapertura di Boncuri si parla da tempo. E le voci che in questi mesi ne hanno osteggiato la riapertura sono ben rintracciabili nelle cronache. In primo luogo le associazioni datoriali, come Coldiretti, che per quest’anno avevano annunciato un drammatico calo della produzione, che avrebbe ridimensionato il fabbisogno di manodopera e reso inutile politiche strutturate di accoglienza dei lavoratori. Una tesi che il prefetto di Lecce, Giuliana Perrotta, ha preso molto sul serio invitando il 31 maggio scorso le istituzioni locali (Comune, Provincia e Regione) a iniziative di comunicazione per scoraggiare l’afflusso di immigrati. Ma sul calo della produzione si è scatenata da subito una guerra di numeri tra Coldiretti (che parlò di un 60 per cento in meno) e la Flai-Cgil che ha riscontrato un calo appena del 30 per cento della superficie coltivata ad angurie nei pressi di Nardò (da 3600 ettari a 3100). E ha previsto l’arrivo di almeno 3-400 lavoratori. Che ora sono lì, allo sbando, a mostrare le crepe di una filiera istituzionale (dalla quale è scomparsa la Provincia di Lecce) rivelatasi incapace di evitare questo dramma sociale sulle civilissime terre di Puglia.
Sul fronte del lavoro, andando a Nardò, si scopre che alcune cose sono cambiate nell’organizzazione del lavoro degli immigrati. Ora si vedono più spesso i lavoratori nelle vicinanze delle aziende ad attendere il proprio turno nei campi, scartando i luoghi pubblici e o evitando, almeno nelle ore diurne di aspettare i capi squadra davanti agli accampamenti. Ora si vedono i famigerati furgoncini bianchi, uguali a quelli usati dai caporali, parcheggiati all’interno dei magazzini. Yvan Sagnet, che l’anno scorso fu il leader di quello sciopero, spiega:
Rispetto allo scorso anno caporali e aziende sono più attenti perché siamo riusciti a rompere il silenzio. Questa è la mia impressione. Lo scorso anno i caporali se ne fregavano delle proteste. Ora non si muovono più come prima e anche le aziende stanno più attente, dopo gli arresti. Per me la cosa importante è che questo sistema ha iniziato ad avere paura.
Se sul fronte dell’accoglienza, infatti, si registra una debacle, sul fronte della repressione del caporalato gli arresti disposti dalla Procura di Lecce nell’ambito dell’operazione “Sabr” hanno spaventato un sistema che fino ad allora non era stato toccato. Nell’ordinanza a carico di 22 persone, tra cui i più grossi produttori di angurie e pomodori di Nardò, oltre che caporali e capisquadra, si ipotizzava il reato di riduzione in schiavitù, poi caduto sotto la lente del riesame. Ma gli imputati, dei quali resta in carcere per ora solo Pantaleo Latino, detto “Pantaluccio”, il re delle angurie neretine, dovranno difendersi nel processo dalle accuse di associazione a delinquere e intermediazione illegale di manodopera. Chiaro che quest’anno la prudenza sia aumentata.
Le aziende di Latino sono addirittura presenti nella white list delle imprese che hanno manifestato interesse per l’assunzione di lavoratori dalle liste di prenotazione. Un meccanismo, quello delle liste, che è partito in via sperimentale grazie a un protocollo di intesa siglato dalle associazioni datoriali e dal sindacato proprio per il comparto ortofrutticolo di Nardò e che la Regione ha inteso poi fare proprio ed estendere a tutti i territori. Il fatto è che, a ieri, nelle liste di prenotazione del centro per l’impiego di Nardò risultavano iscritti solo 158 lavoratori, tutti extracomunitari. Lo stesso centro registra però appena 36 unità lavorative avviate al lavoro nei campi. L’impressione dunque è che per quest’anno poco o niente cambierà sul fronte del reclutamento della manodopera tra le fila degli invisibili.
Se non altro lo dimostra la reazione di un gruppo di braccianti africani, in un campo di angurie tra Copertino e Nardò, che all’arrivo del camper dei diritti della Flai-Cgil (sul quale sono presenti sindacalisti e funzionari dell’Inca per la campagna sugli “invisibili”), si avvia frettoloso verso un pullmino, abbandonando il lavoro. Ta i rami degli alberi si intravvedono auto di grossa cilindrata e sguardi infastiditi. I lavoratori non si fermano al richiamo di Yvan Sagnet che, volantini alla mano, ha deciso di continuare così la sua battaglia contro lo sfruttamento dei lavoratori africani in agricoltura. Del resto “la battaglia si vince sui campi, non sui tavoli istituzionali”, dice, per nulla scoraggiato.
Ma non si può, è evidente, chiedere alla Flai Cgil (per la quale Yvan Sagnet ora lavora) di esporsi da sola sui campi e negli accampamenti. Anche perché l’aria nelle campagne di Nardò è pesante.
A margine di qualche assemblea, tenutesi ostinatamente a Boncuri, sono già spuntate velate minacce, sguardi incattiviti e pistole nella cintola di chi, evidentemente, non ha nulla da perdere. E, come se non bastassero l’illegalità, la miseria e la feroce propaganda antisindacale che i caporali esercitano tra i lavoratori, quest’anno a Nardò i burattinai della tratta hanno deciso di incrementare i loro affari con la prostituzione. Ci sono due donne al primo piano della vecchia falegnameria costrette a soddisfare brutali piaceri. Il tariffario è di 10-20 euro per gli africani, 40 euro per gli italiani. Insomma, se qualcuno pensa che tutto questo degrado sia affare esclusivo degli immigrati, è perché cede alla tentazione di auto assolvere un territorio che nei fatti continua a tollerare in silenzio il dramma dei braccianti di Nardò.





