Il blog di Bike Camp: in bici da Lecce a Otranto

“Caronte” ci aspetta minaccioso. Ma non abbiamo paura. Oggi si annuncia una delle giornate più calde dell’estate e noi dovremo affrontare i 60 chilometri che da Lecce portano a  Otranto, per questo primo giorno del Bike and camp , che in una settimana ci farà attraversare il Salento in sella alle nostre biciclette. Molta acqua, un cappellino bagnato e frutta ci consentiranno di affrontare queste giornate.

La bicicletta è il modo migliore per conoscere questa terra. Staremo al riparo dal grande traffico veicolare, esploreremo la costa ma soprattutto l’entroterra, alla scoperta dei gioelli nascosti di questa nostra terra. Il gruppo è piccolo ma variegato: Arianna e Mari – milanesi, alla loro quarta avventura con Salento Bici Tour -, Francesca – romana, ci ha raggiunto in extremis –, Francesco – di Matino, anche lui arrivato all’ultima ora -, Annika – collaboratrice tedesca dell’associazione SBT, Ciccio e Carlo – gli organizzatori del viaggio. In più ogni giorno avremo qualche amico che si aggiungerà al gruppo (la partecipazione è aperta a tutti, basta contattare il 346 086 27 17).  Questo blog è collettivo, ogni giorno una persona diversa vi racconterà del nostro viaggio. A scrivervi oggi è Carlo, uno dei fondatori di salento bici tour, che guiderà nel racconto di questa prima giornata.

Alle 7:30 siamo già in piedi, chi  più chi meno. Armiamo le bici di borse e marsupi (per asciugamani ed effetti personali, mentre il trasporto dei bagagli  c’è il furgone) e andiamo verso  Piazza Sant’Oronzo per una colazione nel bar Alvino, dove ai neofiti viene consigliato il classico pasticciotto alla crema, mentre ai più esperti quello crema e amarena (che è possibile apprezzare a pieno solo come ‘variante’). Caffè in ghiaccio con latte di mandorla e abbiamo gli zuccheri necessari per partire. I rondoni si inseguono nel cielo.

Appena superata la tangenziale imbocchiamo una stradina sterrata, lasciandoci alle spalle i casermoni colorati della periferia. Odore di stoppie di grano. Pochi chilometri e siamo ad Acaya, borgo medioevale fortificato con un piccolo castello circondato da un fossato. Facciamo amicizia con Alessandro, uno dei venditori del mercatino dell’antiquariato che si tiene nella piazza del paese. Il discorso cade sul caldo e sull’alimentazione e allora Alessandro, dopo aver sentito l’accento forestiero di qualcuno di noi, spiega la differenza tra “sargianescu” (anguria), “cucummarazzu” (una specie di cetriolo) e “malune de pane” (melone). Resteremmo a parlare di biodiversità e filologia ma la strada ci chiama: dopo esserci abbeverati e rinfrescati alla fontana del paese, ci rimettiamo in sella. Alla periferia di Vanze svoltiamo in una stradina secondaria ed entriamo nell’area umida de “Le Cesine”, 700 ettari di terreno di cui la metà fanno parte di una riserva naturale affidata al WWF. Nel punto  informazioni della riserva (una masseria ristrutturata che presto avrà 40 posti letto a disposizione) , Carmine  e Giuseppe ci descrivono le attività del centro, che accoglie circa 9000 visitatori l’anno: non solo visite guidate a piedi e in bicicletta, alla scoperta di una delle aree umide più importanti del sud Italia, punto di sosta per numerose specie di uccelli migratori, ma anche una rassegna di iniziative serali tra le quali osservazioni astronomiche, opere teatrali e concerti.

C’è qualcosa di meglio da fare nell’estate salentina che andare in discoteca o alle pur rispettabilissime sagre. Il discorso si sposta anche sui terreni che fanno parte dell’area, ma non della riserva, perlopiù uliveti che appartengono ad anziani contadini che coltivano con i metodi tradizionali del boom economico (e cioè: con pesticidi e concimi chimici), per produrre un olio di pessima qualità con olive raccolte a terra. L’idea sarebbe di ‘convertire’ tutti al biologico e produrre un extravergine con il marchio del parco: le difficoltà sono tante ma la strada è già stata intrapresa e non mancano gli esempi di successo, come Torre Guaceto. Prima di salutare approfittiamo del frutteto all’interno della masseria per riempire le nostre bisacce di varietà antiche di mele e pere, gentilmente offerteci dalla direzione. Ripartiamo.

Sito archeologico di Roca

Percorriamo l’antica litoranea, ora chiusa al traffico: le strisce che delimitano i bordi della strada non sono più visibili, coperte dalla vegetazione che sta riprendendo possesso della strada. È un bell’andare! Dopo qualche centinaio di metri siamo sulla nuova litoranea, dove sgusciamo agevolmente tra il traffico domenicale. Ancora una mezz’oretta e siamo a Roca Vecchia. Facciamo il meritatissimo bagno alla grotta della poesia (ma pare che la denominazione sia erronea e che si dovrebbe dire la grotta della ‘Posia’), che non è solo uno splendido sito naturalistico ma anche un luogo carico di storia: al suo interno sono state ritrovate iscrizioni di origine messapica, pare innegianti al Dio Taotor. Ma tutta la zona è in realtà un sito di interesse archeologico che ospita i resti stratificati di una città, che fu più volte distrutta e ricostruita,  che vanno dall’età del Bronzo al Medioevo. Nel pomeriggio alcuni di noi fanno una sorta di visita archeologica a nuoto: dal mare ammiriamo le mura fortificate della città,  l’interno di alcune abitazioni di epoca medioevale e saliamo sull’isolotto che ospita una torre di avvistamento cinquecentesca.

Aspettiamo che il sole diventi meno forte e verso le 18:00 ripartiamo in direzione Otranto. Gli ultimi 30 Chilometri di strada li percorriamo agevolmente tra campagne ulivetate e muretti a secco. Più pecore che macchine. Superati i Laghi Alimini siamo finalmente in città: una granita di gelso e mandorle come premio per lo sforzo e andiamo al campeggio Idrusa dove sosteremo per le notte.

Domani percorreremo la litoranea da Otranto a Tricase, la cosiddetta “Strada Parco”  che passa dal punto più orientale d’Italia attraversando una delle zone naturalistiche più importanti di tutta la penisola.

Salento, 1 luglio 2012

 

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