I contadini di Cerano e la lotta tra Enel e Greenpeace

Greenpeace ha messo nero su bianco i risultati di Enel nel territorio brindisino, prendendo in esame, per la prima volta, non solo la ricaduta dell’inquinamento della centrale a carbone di Cerano sulla salute dei cittadini ma anche le ricadute sull’economia del territorio. Si contano così le 119 morti premature all’anno ei 400 ettari di terreno interdetto alla coltivazione, i 13 milioni tonnellate di anidride carbonica, 7.300 tonnellate di ossidi di azoto, 6540 tonnellate di ossidi di zolfo, 437 tonnellate di particolato emessi nell’atmosfera e anche un danno in termini economici, sociali e sanitari stimati tra i 500 ed i 700 milioni di euro all’anno.  Questa è la stima che emerge da uno studio che l’istituto indipendente di ricerca “Somo” ha effettuato utilizzando il metodo impiegato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) nel 2009. Da quello studio, che stilava una classifica  dei primi 20 impianti più inquinanti, la centrale Federico II di Cerano si collocherebbe al 18° posto in Europa ed al primo nel nostro Paese.

Sulla scorta di questi dati Greenpeace ha avviato da circa 3 mesi la campagna nazionale “Facciamo Luce su Enel” che ieri sera è stata presentata in Piazza Vittoria a Brindisi su iniziativa del movimento ambientalista “No al Carbone”.

Lo studio dell’ EEA– ha chiarito Andrea Boraschi, di Greenpeace, responsabile nazionale della campagna – ha censito solo un numero molto limitato di inquinanti, ma non i metalli pesanti (mercurio, cadmio, nichel, arsenico), le sostanze radioattive, i modi con cui avviene il trasporto del carbone, gli effetti prodotti carbonile scoperto che caratterizza l’impianto di Cerano”. Nel conto, inoltre non vengono considerati gli effetti economici. “A Brindisi, continua Boraschi, 12 km di costa stupenda vicino alla centrale sono stati irrimediabilmente sottratti a qualsiasi attività di tipo turistico”. Insomma, secondo Greenpeace, Enel ricava dalla centrale a carbone di Brindisi probabilmente “meno di quanto produce in termini di danni, circa 700 milioni di euro contro i 600 lordi di profitto annuo medio”.

Una mappa dei siti più inquinanti d'Europa dal rapporto dell'European Environment Agency

Proprio ieri si è tenuta la prima udienza della causa milionaria per diffamazione che la multinazionale energetica ha intentato contro Greenpeace ritenendo “Facciamo luce su Enel” denigratoria e chiedendone la rimozione dei suoi contenuti dal sito dell’associazione ambientalista. Che non ha però intenzione di fare marcia indietro, come spiega ancora Boraschi:

Il nostro obiettivo è di fare luce su un’azienda che benché prevalentemente di diritto privato è controllata per il 31% dal Ministero del Tesoro ed il cui management è di nomina governativa. Si tratta di una quota di controllo pubblico fortissima che non giustifica e non può giustificare in nessun modo che l’unica logica perseguita nei suoi piani industriali sia quella del profitto. È giusto che lo persegua ma deve armonizzarlo con il bene comune e la crescita del Paese. Enel  è il più grande emettitore di anidride carbonica nel nostro Paese con 37 milioni di tonnellate (quattro volte quelle prodotte da Roma, Milano e Torino messe insieme) ed il quarto in Europa; il 72% dell’elettricità che produce è creata con il carbone ben al di sopra della media nazionale che oscilla tra il 10% ed il 13%. Nonostante ciò ha intenzione di costruire altri due impianti che porterebbero questa percentuale ad oltre il 50%

Andrea Boraschi di Greenpeace
Andrea Boraschi di Greenpeace

Riccardo Rossi, consigliere comunale di Brindisi ed esponente storico del movimento “No  al Carbone” ha chiesto la convocazione di una Conferenza dei Servizi con Governo, Regione, Provincia e Comune per discutere del rilascio dell’Aia e l’apertura delle convenzioni che prevedano la riduzione immediata della combustione di carbone, la trasformazione della centrale da carbone a gas in 5 anni e un piano di risarcimento per i danni subiti con la richiesta di 20 milioni di euro all’anno ad Enel da destinare agli agricoltori, alla bonifica dei terreni e della costa.

Ma se i dati presentati da Greenpeace e “No al Carbone”, come è nell’ordine delle cose in un dibattito pubblico, possono contestati, ritenuti scientificamente imprecisi o eccessivamente allarmanti, confutati con ricerche di altri istituti accreditati come non meno prestigiosi, ci sono delle vittime ben precise, ben identificabili e indiscutibili che da anni ormai pagano gli effetti prodotti dalle emissioni della centrale Federico II: gli agricoltori di Cerano. Il loro calvario è iniziato quando Enel avviò le trivellazioni per posizionare il nastro-trasportatore di Punta della Contessa alla profondità di 20 metri provocando un abbassamento della falda superficiale.

Da quel momento non è stato più possibile per oltre 60 famiglie di agricoltori rifornirsi di acqua, ormai salinizzata, e irrigare i campi, costringendole ogni giorno a recarsi a Tuturano, a 7 km di distanza, con le taniche da riempire. Eppure non molti anni fa i loro terreni fertilissimi producevano ottimi carciofi, funghi, uva, vino, olio e altri frutti della terra che erano rinomati in tutta la zona. Più volte hanno chiesto ai vertici dell’azienda che all’interno del suo impianto dispone di acqua potabile, di realizzare una condotta idrica per essere risarciti (quantomeno in parte) del danno subito, ma senza esito.

Al danno si è aggiunta poi la beffa.  Un’ordinanza del 2007 dell’allora sindaco di Brindisi Mennitti impose il divieto, tuttora in vigore,  di coltivazione su circa 400 ettari di terreno intorno alla centrale Federico II poiché contaminati, scippando, di fatto, quelle famiglie di quella che per decenni era stata l’unica forma di sostentamento. Gli agricoltori brindisini hanno chiesto che fosse fatta giustizia presentando un esposto alla Procura di Brindisi dal quale è nata una inchiesta che oggi è giunta a qualche risultato.

Il pubblico ministero Giuseppe De Nozza ha notificato di recente l’avviso di conclusione delle indagini a carico di quindici indagati, fra dirigenti Enel (direttore della centrale) e imprenditori addetti al trasporto del carbone accusati a vario titolo di getto pericoloso di cose, danneggiamento delle colture e insudiciamento delle abitazioni. Il perito nominato dagli inquirenti, Claudio Minoia,  direttore del laboratorio di misure ambientali e tossicologiche della Fondazione Maugeri di Pavia, nella sua perizia ha confermato che quella polvere nera che si deposita sui campi e sui tetti delle abitazioni proviene proprio dalla centrale. E quella polvere potrebbe anche aver ucciso tre agricoltori che abitavano nei pressi di Cerano. In un altro filone dell’inchiesta di De Nozza, per queste morti, quattro dirigenti Enel sono indagati per omicidio colposo e lesioni colpose.

Storie e sofferenze, quelle dei contadini di Cerano, difficili da rendere, da raccontare, da far pesare in un dibattito pubblico nel quale l’interesse collettivo (avere elettricità) viene posto al di sopra delle esigenze e dei disagi del singolo. Per questo i militanti di “No al Carbone” si sono  recati dai contadini di Cerano facendosi raccontare davanti a una telecamera come le loro vite siano state stravolte per sempre. Ne è nato un  video shock della durata di circa 10 minuti che non può lasciare indifferenti e che nei prossimi giorni sarà pubblicato su YouTube. Perché nessuno possa far finta di non sapere.

 

 

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